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Dott.ssa Paola Liscia > L’anoressia mentale e la famiglia anoressica
 
L’anoressia mentale e la famiglia anoressica
Nella società contemporanea l’anoressia mentale rappresenta uno dei disagi più diffusi tra le ragazze adolescenti, anche se comincia ad emergere in percentuale nettamente minore anche tra i ragazzi. Nonostante l’ampio spazio dato al fenomeno e alla naturalezza acquisita nel parlare, è ancora molto difficile riuscire a sconfiggere questo disagio, per via delle numerose variabili che tendono ad alimentarlo.
Occorre innanzitutto chiarire cosa si intende per anoressia mentale, dato che spesso si tende a confonderla o ad accomunarla ad altri tipi di malessere, di cui l’anoressia è solo un aspetto di un quadro sintomatologico più complesso.

L’età media di insorgenza dell’anoressia di aggira dai 17 anni in su, raramente si presenta oltre i 40 anni, le sue caratteristiche principali sono le seguenti: il rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra del peso minimo normale indicato nell’85% del peso normale per età e altezza; la costante paura di acquistare peso; un’alterazione dell’immagine corporea per ciò che concerne forma e dimensioni (dismorfofobia); nelle femmine dopo il menarca, amenorrea, cioè assenza di almeno 3 cicli mestruali consecutivi.
Il controllo del peso corporeo può avvenire o tramite restrizioni per es. vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici, o tramite l’uso eccessivo dello sforzo fisico, al fine di bruciare le calorie considerate in eccesso. Il DSM IV indica inoltre altre manifestazioni che talora si associano all’anoressia mentale e sono: disagio nel mangiare in pubblico, sentimenti di inadeguatezza, bisogno di tenere sotto controllo l’ambiente circostante, rigidità mentale, ridotta spontaneità nei rapporti interpersonali, iniziativa ed espressività emotiva eccessivamente represse.

La perdita di peso ottenuta tramite la riduzione della quantità di cibo totale assunta, finisce per diventare uno stile alimentare limitato a poche categorie di cibi. In queste persone l’autostima è fortemente influenzata dalla forma fisica e dal peso. La perdita di peso viene considerata come una importante conquista ed un segno di autodisciplina, mentre l’aumento di peso viene vissuto come perdita del controllo, o una sconfitta con conseguente riduzione della autostima. Raramente la persona anoressica è preoccupata per il suo dimagrimento, spesso non ha una consapevolezza di malattia e questo può essere un forte ostacolo per l’acquisizione di una volontà di cambiamento e di guarigione.
 
E’ fondamentale nel trattamento delle persone affette da anoressia mentale il contatto con la famiglia per poter avere importanti informazioni sull’origine del disagio, sul modo attraverso cui si esprime e sulle possibilità di intervento.
L’intera famiglia dell’anoressica è coinvolta nella situazione patologica, l’andamento della casa è incentrato sull’ammalata in un’atmosfera di tensione e di esasperazione, anche se all’esterno questo non appare, al contrario si mostra come una famiglia ideale, con genitori totalmente dediti al lavoro e alla casa, ligi al dovere e alle norme sociali e convenzionali, eccessivamente preoccupati delle apparenze. Secondo diversi studi, in particolare quelli fatti da Minuchin S., le caratteristiche principali delle famiglie anoressiche possono essere raggruppate in quattro aspetti fondamentali: invischiamento; iperprotettività; evitamento del conflitto; rigidità.

L’invischiamento consiste nella tendenza a manifestare intrusioni nel pensiero, nei sentimenti, nell’affettività, nelle comunicazioni con gli altri, e negli spazi, senza tenere distinti i ruoli e i compiti.
I rapporti sembrano infatti privi di confine, e questo può creare una continua intrusione nella vita privata del singolo individuo, riducendone così ogni spazio personale e autonomo.
La persona anoressica cerca attraverso il rifiuto del cibo, di costruirsi uno spazio nel quale nessuno possa entrare, che non possa essere invaso da elementi esterni.
 
L’iperprotettività si manifesta attraverso un’alta preoccupazione, sollecitudine, e interesse reciproco nella famiglia. I comportamenti protettivi sono particolarmente presenti quando la paziente mette in atto il comportamento sintomatico. Così tutti si mobilitano ed evitano altri conflitti familiari a monte, magari conflitti familiari che durano da tempo e che “grazie” alla nascita della patologia anoressica vengono accantonati, mascherando i precedenti conflitti più profondi.
 
L’evitamento del conflitto è un’altra caratteristica fondamentale della famiglia dell’anoressica, esso avviene mettendo in atto una serie di meccanismi tesi a nascondere il disaccordo in modo che rimanga latente e non esploda mai direttamente. Questo deve essere inteso come una difficoltà nel comprendere che il conflitto possa portare ad una maturazione e ad un confronto tra persone che crescono insieme. La mancanza di conflitto, e dunque di comunicazione, può spiegare il motivo per cui la persona anoressica non tende a protestare, ma preferisce rimanere muta, o imprigionata nel non-detto. Sente ma non si esprime perché si è adattata a parlare attraverso il linguaggio familiare, che tende a censurare ogni conflittualità.
 
La rigidità si manifesta nella famiglia anoressica nel manifestare con consuetudine le stesse modalità comportamentali. Queste famiglie hanno la tendenza a presentarsi particolarmente unite ed armoniose dove appunto, non esistono altri problemi che la malattia della paziente. Se qualche contrasto si manifesta questo riguarda la gestione delle difficoltà alimentari della paziente. Dall’analisi secondo quest’ottica emerge che il disagio alimentare non è che una protesta attuata con la manipolazione del cibo nel disperato tentativo di ritagliarsi una sfera d’autonomia, di differenziazione da questo sistema familiare che non sembra permetterne.

Il sintomo anoressico ha la funzione di creare delle tensioni, di provocare dei conflitti in un sistema familiare che rigidamente cerca di impedirli al fine di mantenere la stabilità interna. Il problema del cibo diviene l’unico canale attraverso cui emergono i sentimenti e l’affettività. Spesso queste famiglie hanno un’alimentazione complicata e faticosa: vari componenti seguono una dieta diversa, hanno pretese e fissazioni alimentari.
Allora il guarire, il crescere non comporta solamente una crescita psicofisica del soggetto affetto da anoressia mentale, ma anche una crescita dell’intero gruppo familiare: famiglia e paziente devono poter crescere insieme.
E’ necessario pertanto un lavoro sinergico, sia sulla famiglia che sul paziente poiché entrambi hanno bisogno di un processo evolutivo e di crescita. Senza un adeguato percorso terapeutico potrebbe accadere che una famiglia non sia preparata ad affrontare i conflitti coperti dal sintomo anoressico, e che quando la persona affetta da anoressia migliori durante una psicoterapia, al rientro nella famiglia si ritrovi nuovamente invischiata nei vecchi meccanismi inconsci che la portano a regredire. E’ molto difficile iniziare un percorso terapeutico, per via dei numerosi ostacoli al cambiamento, che sono stati elencati, ma non impossibile; la terapia familiare integrata a quella individuale, possono offrire dal punto di vista psicologico l’apporto più completo per una ristrutturazione del sistema familiare e favorire l’uscita da un processo patologico in cui la famiglia anoressica era rimasta incastrata.


 
 
Articolo inviato il 18/01/2010 dalla Dott.ssa Paola Liscia
 
 
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