
Il confine di contatto
Il confine di contatto
è il punto in cui si sperimenta il «me» in relazione
con ciò che è non «me» e, attraverso questo contatto,
tutti e due sono sperimentati più chiaramente. Per tutta
la vita ci destreggiamo per trovare l’equilibrio tra la
libertà – o separazione – da una parte e l’affiliazione
– o unione – dall’altra. Ciascuno di noi deve avere un
qualche spazio psicologico di cui essere padrone e in
cui qualcuno può essere invitato, ma che nessuno deve
invadere. Se però insistiamo caparbiamente sui nostri
diritti territoriali, corriamo il rischio di ridurre
l’eccitante contatto con l’ “altro”, spegnendoci. La
diminuzione della qualità di contatto relega l’uomo
nella solitudine.
Il contatto è la funzione
che sintetizza il bisogno di unione e di separazione.
Esso implica per sua natura il rischio della perdita
dell’identità o della separazione. In questo consiste
l’avventura e l’arte del contatto.
Un aspetto particolare del
contatto è la possibilità di essere in contatto con sé
stessi. Ciò non è in contraddizione con l’affermazione
secondo la quale il contatto è la funzione con cui il me
si incontra con ciò che è non me. Questo tipo di
contatto interiore può avere luogo, comunque, grazie
alla capacità dell’individuo di dividersi in osservatore
e osservato.
Il confine dell’Io
di una persona delimita ciò che per essa è permissibile
di contatto. È composto da tutta una gamma di confini di
contatto e definisce quelle azioni, idee, persone,
valori, sistemi, immagini, ricordi, e così via, in cui
la persona ha intenzione di impegnarsi pienamente – ed è
relativamente libera di farlo – sia nel rapporto con il
mondo esterno che con le risonanze interiori che questo
coinvolgimento può risvegliare. All’interno del confine
dell’Io, si può fare contatto facilmente e in modo
armonico e il risultato è un piacevole senso di
gratificazione e di crescita. Al confine dell’Io, il
contatto diventa più rischioso e la probabilità di
gratificazione meno certa. Al di là del confine dell’Io,
il contatto è pressoché impossibile.
Restando nella metafora
del confine di contatto come una frontiera che separa lo
spazio del «me» da quello del «non me», ed ipotizzandolo
come una membrana, è facile immaginare il contatto come
un flusso di energie che si muovono dall’una all’altra
parte, e viceversa. Dalle caratteristiche di tali
energie (quantità, qualità, direzione) dipende la
qualità del contatto. Pertanto, quando si parla di
confine di contatto, ha pienamente senso parlare anche
di modalità di contatto, come di quell'insieme
assolutamente peculiare e specifico di movimenti di
scambio energetico che avvengono alla frontiera fra il
«me» e il «non me».
Modalità di contatto (e
resistenze)
Normalmente, si presume
che una persona abbia degli obiettivi specifici e
identificabili, come far visita a un amico, fare i
compiti o scrivere una canzone. È chiamata resistenza
ogni interferenza intrapersonale nel muoversi in queste
direzioni; si tratta di una barriera rigida, estranea al
comportamento naturale della persona. Secondo questa
prospettiva, la barriera deve essere rimossa di modo che
il «giusto» obiettivo possa essere raggiunto. La
resistenza merita invece di essere considerata in
maniera più ampia. Ciò che generalmente viene chiamata
resistenza non è una barriera da rimuovere, ma una forza
creativa la cui funzione è quella di gestire un mondo
difficile. Eliminare la resistenza per ritornare alla
purezza della pre-resistenza è un sogno vano, perché la
persona, dopo aver opposto resistenza, è una persona
nuova e non può tornare indietro. Ogni passo nello
sviluppo della resistenza diventa parte di una nuova
configurazione del carattere dell’individuo. Egli non
sarà la persona di prima con l’aggiunta di una
resistenza che potrà essere eliminata non appena avrà
abbastanza coraggio per farlo: è una persona del tutto
nuova.
Ognuno gestisce la propria
energia in modo da realizzare un buon contatto col
proprio ambiente, o da resistere al contatto. Se
sentiamo che i nostri sforzi avranno successo, ci
porremo di fronte al nostro ambiente con appetito,
fiducia e perfino audacia. Ma se i nostri sforzi non ci
danno i frutti che vogliamo, ci ritroviamo bloccati con
una lista di sentimenti problematici: rabbia,
confusione, futilità, risentimento, impotenza, delusione
e così via. Allora, dobbiamo deviare la nostra energia
in vari modi, che riducono tutti le possibilità di
contatto con il nostro ambiente. Le direzioni specifiche
di questa interazione deviata coloriranno lo stile di
vita della persona, a seconda dei canali che questa
preferisce tra quelli che le si aprono. Nella PdG, sono
stati individuati cinque principali canali nelle
interazioni resistenti: introiezione, proiezione,
retroflessione, deflessione, confluenza (vedere articolo
“L’esperienza del contatto”).
Applicazione di una
tecnica nel setting terapeutico
La bilancia
motivazionale è una tecnica utilizzata in PdG
soprattutto per aiutare il paziente a superare momenti
di impasse, quando egli è indeciso se fare o meno una
determinata scelta. La tecnica consiste nel chiedergli
di scrivere su un foglio (suddiviso in due colonne) i
motivi favorevoli alla scelta (su una colonna) e quelli
sfavorevoli (sull’altra colonna). Concluso l’elenco, si
chiede al paziente di scrivere una sorta di vademecum,
un elenco di caratteristiche che si dovrebbero avere per
agire la scelta in modo corretto e favorevole per lui.
Da questo primo assetto, si può iniziare a lavorare in
modo creativo con il paziente, mettendo in luce le sue
eventuali resistenze e difficoltà ad asserirsi.
Ho applicato questa
tecnica (con ulteriori variazioni) in una seduta con F.,
una paziente che ho seguito in terapia. F. ha portato in
seduta una problematica conflittuale da lei vissuta
nell’ambiente lavorativo, riguardante una scelta da
intraprendere al fine di accelerare la propria carriera
professionale. A tale scopo, le ho proposto di compilare
l’elenco delle caratteristiche favorevoli alla scelta
sulla colonna di sinistra di un foglio, e l’elenco delle
caratteristiche sfavorevoli nella colonna di destra. La
paziente ha accettato di svolgere l’esercizio a casa.
Nella seduta successiva si è svolto il lavoro di
esplorazione delle motivazioni “pro” e “contro”. Dal
“resoconto” delle motivazioni svolto da F., emergevano 2
caratteristiche positive e 4 negative. L’ho invitata
dunque all’esplorazione e all’approfondimento delle sue
motivazioni. Man mano che parlava, riportavo su dei
foglietti le frasi che mi sembravano più pregnanti e,
senza interromperla, li poggiavo sul tavolo davanti a
lei. In sequenza, sono emersi: “rabbia”, “indecisione”,
“paura di non avere più opportunità”, “paura del nuovo”,
“devo”, “non posso”, “le persone sono abbastanza poco
propense a venirsi incontro”. Su quest’ultima frase l’ho
invitata a riflettere per trasformare il dialogo da
impersonale a personale. In poche parole, iniziare a
dire, ad esempio, “le persone sono abbastanza poco
propense a venirmi incontro”. F. reagiva bene a queste
scoperte ed era abbastanza favorevole all’esplorazione.
Successivamente, l’ho invitata a posizionare di fronte a
sé, nella posizione più adatta per lei, le frasi che
avevo segnato, cercando di prendere contatto con esse
come fossero parti di sé. Inizialmente aveva qualche
resistenza a contattarle, però, gradualmente, si è
impegnata ed è entrata bene nel lavoro. Alla fine, è
emersa la seguente configurazione:

Mi è sembrato che si
stessero formando dei blocchi: quello delle paure (B2) e
quello dei comandi introiettati (B1). Continuando
l'esplorazione, sembrava anche che l’indecisione (B3)
potesse essere il risultato degli altri due blocchi e
l'ho fatto notare a F.. Quindi, l’ho invitata ad un
dialogo fra i tre blocchi. Utilizzando la tecnica del
monodramma, l’ho invitata a sedersi alternativamente su
tre sedie, ognuna delle quali impersonava un blocco, e
da ogni sedia l’ho invitata a parlare secondo il
contenuto dei blocchi. Dal dialogo è emersa una
difficoltà di F. ad esprimersi secondo i “devo”. Su
questa consapevolezza, siamo andati verso la chiusura
della seduta.
Tale tecnica mostra
abbastanza chiaramente la possibilità di individuare i
blocchi motivazionali che limitano una scelta
decisionale, impedendo l'auto-affermazione in termini di
assertività. Dall'iniziale lavoro compiuto dal paziente
a casa, in cui egli indica a grandi linee i pro e i
contro nel compiere una scelta per lui decisiva, e
bloccato in un evidente conflitto, si passa, nella
seduta di terapia, ad esplorare più a fondo le
motivazioni. In questa fase, il terapeuta cerca di
estrarre dalle frasi del paziente quelle parole, quei
gesti o quelle attitudini che possono indicare eventuali
resistenze al contatto sano e soddisfacente, è evidente,
infatti, che i motivi che portano il paziente a vivere
una scelta in modo conflittuale indicano molto spesso
alcune modalità di contatto non troppo funzionali, o
delle vere e proprie resistenze. Nel caso della seduta
con F., avendo ella sott'occhio le frasi del proprio
dialogo interiore, e facendole “parlare” con la tecnica
del monodramma, la paziente stessa ha portato in figura
in modo abbastanza eclatante le sue modalità di
resistenza, che le rendevano difficile muoversi verso
una precisa direzione decisionale. In questa specifica
gestalt, è risultata evidente l'introiezione come
modalità principale di resistenza al contatto.
Riferimenti
bibliografici
Perls, F., Hefferline,
R.F., Goodman, P. (1997) Teoria e pratica della
terapia della Gestalt, Roma, Astrolabio
Poster, E., Poster, M.
(1986) Terapia della Gestalt integrata, Milano,
Giuffré Editore