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L’articolo vuole
esemplificare i diversi aspetti in cui si può
considerare la dissociazione: come disturbo clinico
identificabile nella categoria dei Disturbi Dissociativi
secondo il DSM-IV, come fenomeno facente parte delle
esperienze normali di un individuo e come meccanismo di
difesa; in particolare è sviluppato questo ultimo
aspetto che identifica la difesa dissociativa non solo
come il meccanismo alla base dei disturbi più
propriamente definiti “dissociativi”, ma anche come
modalità difensiva riscontrabile in diverse patologie.
Dissociazione non
patologica e disturbi dissociativi
Esistono episodi nella
vita quotidiana in cui ricorriamo tutti alla
dissociazione: per esempio: leggendo un libro che
appassiona, “immergendoci” talmente nella lettura da
provare un senso di disorientamento quando qualcosa,
come un rumore, ci distoglie; “dimenticandoci” di
essere alla guida perchè si pensa a tutt’altro;
probabilmente ci stiamo “dissociando” da ciò che
facciamo anche quando compiamo diversi lavori
contemporaneamente, o quando leggiamo ad alta voce un
brano non prestando attenzione al significato.
Queste esperienze non solo
non rappresentano patologia, ma sarebbe forse più
problematica la loro assenza, infatti dimostrano la
capacità dell’individuo di lasciarsi coinvolgere dalle
proprie fantasie e di poter poi riprendere il controllo
delle proprie funzioni mentali senza rimanerne
“sconvolto”.
In questo caso la realtà
da cui ci si dissocia non necessariamente è vissuta come
minacciosa e stressante; gli episodi sono transitori e
non destano preoccupazione o disagio nel soggetto.
Quando invece vi è
diagnosi di Disturbo Dissociativo, o Disturbo Post
Traumatico da Stress siamo nel campo della patologia;
anche se questa è direttamente riconducibile al trauma e
ci sono possibilità di remissione, significa che la
dissociazione è usata in modo non adattivo per
l’individuo.
In primo luogo credo che
l’utilizzo indiscriminato dei termini “dissociazione” e
“disturbo dissociativo” sia da evitare perché crea
confusione tra quella che può essere una modalità
difensiva adattiva per l’individuo e una vera e propria
patologia, che implica “un disagio clinicamente
significativo oppure menomazioni nel funzionamento
sociale, lavorativo, o in altre aree importanti” (DSM-IV);
per questo quando parlerò di disturbi dissociativi farò
riferimento ai disturbi elencati nel Manuale Diagnostico
e Statistico dei Disturbi Mentali.
“La caratteristica
essenziale dei Disturbi Dissociativi è la sconnessione
delle funzioni, solitamente integrate, della coscienza,
della memoria, dell’identità o della percezione
dell’ambiente” (A.P.A., 1994).
I disturbi mentali sono
concettualizzati nel DSM-IV come sindromi o modelli
comportamentali o psicologici clinicamente
significativi, che si presentano in un individuo e sono
associati a disagio, a disabilità, ad un aumento
significativo del rischio di morte, (...) od a un
importante limitazione della libertà (A.P.A., 1994).
Sempre il DSM-IV avverte
che “la dissociazione non dovrebbe essere considerata
automaticamente patologica”, ma in questo caso il
riferimento è più ad una prospettiva transculturale, in
cui si richiede al clinico di considerare il
background del paziente, in quanto stati di trance o
esperienze di depersonalizzazione possono essere legati
ad attività culturali e religiose normali in molte
società; il disturbo dissociativo comporta invece una
menomazione, un disagio, o la ricerca di aiuto.
Dissociazione come
meccanismo di difesa
“Anche nelle persone
normali si hanno stati di dissociazione dell’Io dal
corpo (…) Per esempio i prigionieri dei campi di
concentramento cercavano attivamente di provare questa
sensazione, perché il campo non offriva nessuna via
d’uscita, sia nello spazio che nel tempo. Non c’era
altro modo di uscirne che con una fuga psichica...”
(R.D. Laing, “L’Io diviso”1957)
In questo caso il forte
impatto emotivo che il trauma ha sull’individuo e la
sensazione di insottraibilità alla situazione
traumatica può portare all’uso della dissociazione.
Non si tratta dei fenomeni
dissociativi “normali” di cui ho parlato sopra perché il
materiale dissociato è minaccioso e la dissociazione è
utilizzata come difesa per superare una situazione
vissuta come inaffrontabile, paralizzante; essa permette
tuttavia di allontanarsi, almeno col pensiero,
dall’evento traumatico ma l’esperienza viene come
congelata, relegata in una parte della memoria non
accessibile alla coscienza, compartimentalizzata.
L’elaborazione del vissuto
traumatico è rimandata ad un futuro, ad un momento in
cui si suppone si sarà in grado di accettare e guardare
l’esperienza senza esserne sopraffatti: in questo
consiste soprattutto l’adattività di questa difesa.
Strumenti di
valutazione della dissociazione.
Secondo le precedenti
differenziazione sono descritti diversi strumenti per
misurare la difesa dissociativa, che qui mi limiterò ad
elencare e per la cui trattazione rimando al capitolo
quinto della mia tesi “la difesa dissociativa” presso
l’Università di Bologna; per la diagnosi di disturbo
dissociativo sono indicati strumenti oggettivi specifici
come la Dissociative Disorder Interview Schedule (DDIS)
di Ross, la SCID-D basata sui criteri del DSM-IV mentre
la Dissociative Experience Scale ingloba all’interno
degli items esperienze dissociative normali; vi sono
inoltre scale dei meccanismi difensivi che prendono in
considerazione il meccanismo della difesa dissociativa,
tra cui la Defense Mechanism Rating Scale (DMRS) di
Perry e il Defensive Functioning Scale; tra i test
proiettivi ho preso in considerazione il TAT ed il Test
di Rorschach: oltre a fornire informazioni sulla
struttura di personalità dell’individuo questi strumenti
permettono di evidenziare l’uso della difesa
dissociativa attraverso alcuni indicatori (per esempio
nel Rorschach il movimento atipico e il punteggio
dissociativo).
La difesa dissociativa e
gli altri meccanismi.
Fare un confronto con gli
altri meccanismi difensivi può aiutare a individuare
certe “sfumature” del suo funzionamento.
Considerando il diniego
come un gruppo di difese lungo un continuum (Lerner,
2000) porremo da un lato difese come la minimizzazione,
in cui la distorsione della realtà è minima, e
dall’altro lato il diniego vero e proprio, come rifiuto
“di riconoscere un oggetto fisico o un evento che fa
parte della sua esperienza presente” o “negazione
psicotica” (Lingiardi e Madeddu, 1994).
Per le sue caratteristiche
di forte distorsione della realtà al punto da non
riconoscere eventi esterni come parte della propria
esperienza sono d’accordo con Lerner nella sua
affermazione che “la dissociazione corrisponderebbe al
diniego di basso livello piuttosto che al diniego a
livello nevrotico” (Lerner, 2000).
Un errore molto comune è
poi pensare che il materiale dissociato sia
“dimenticato” al pari del materiale rimosso nel
meccanismo di rimozione.
Specialmente quando
parliamo di Disturbo Dissociativo dell’Identità, “è
erroneo concludere che il disturbo abbia a che fare con
la memoria repressa (repressed memory) che più
tardi ritorna alla mente (diventando recovered memory)
(...) E’ importante fare chiarezza agli scettici sul
fatto che questi individui (che hanno subito abuso)
non hanno mai dimenticato l’abuso infantile, anche se lo
hanno fatto i loro attuali stati di personalità. Con
questo disturbo, la memoria non è repressa in un
inconscio freudiano ma è dissociata in stati di
coscienza alternativi (gli stati di personalità
alternata) ” (Nadkimen, Klein et altri, 1999).
Entrambe le difese,
rimozione e dissociazione, escludono alcuni contenuti
mentali dalla consapevolezza; tuttavia “i processi
differiscono per ciò che accade al materiale escluso.
Con la rimozione, per definizione, il materiale è
relegato nell’inconscio, quell’area della vita mentale
che non può essere resa consapevole, nemmeno per scelta
volontaria” e ciò implica una divisione orizzontale, in
cui “ciò che è conscio si trova sopra e ciò che è
inconscio è messo sotto; in mezzo vi è una barriera che
separa le due parti”.
Nella dissociazione i
contenuti non sono relegati nell’inconscio ma “si
suppone possano esistere in parallelo, in una specie di
co-consapevolezza, oppure si può pensare che siano
accessibili alla consapevolezza considerandoli
localizzati nel preconscio. (...) la divisione qui non è
orizzontale come nella rimozione, ma piuttosto
verticale, tra settori dell’esperienza conscia, separati
da quella che Hillgard definisce una barriera
dissociativa” (Lerner, 2000).
E’ utile inoltre
distinguere la dissociazione dalla scissione perché
parlare di contenuti tenuti separati, entrambi a livello
conscio, può trarre in inganno: infatti “in nessuna
delle due la divisione conscio-inconscio è un problema
di fondo” ed “entrambe danno origine a un disturbo del
senso di sé o del senso di identità” (Lerner, 2000)
Ma la domanda che ci
dobbiamo porre è: cosa è mantenuto separato nei due
meccanismi di difesa? Nella scissione a provocare ansia
è l’ambiguità dei concetti; un oggetto con qualità
affettive opposte, in alcuni momenti buono e in altri
cattivo, provoca una tale ansia che necessita della
scissione per cui la rappresentazione mentale
dell’oggetto sarà duplice: un oggetto buono e un oggetto
cattivo.
“La dissociazione, invece,
è un concetto più ampio ed è usato per indicare una
serie di suddivisioni che non sono tipicamente
polarizzate in buone e cattive (...) ma comprende
fenomeni diversi tra loro, come la perdita di memoria
nell’amnesia, la perdita di consapevolezza negli stati
di fuga e la suddivisione di ruoli nel disturbo di
personalità multipla” (Lerner, 2000).
Anche se a questo punto
può sembrare ovvio può essere ancora utile la
distinzione con la soppressione: mentre questo
meccanismo agisce attraverso l’“evitare di pensare a
problemi disturbanti, desideri, sentimenti o esperienze”
ed è un meccanismo semi-cosciente che il soggetto
stesso può notare, la dissociazione è “la rottura delle
funzioni solitamente integrate della coscienza, della
memoria e della percezione di Sé nell’ambiente” (A.P.A.,
1994) ed è “considerato essere un processo automatico:
l’individuo non sa cosa lui o lei dissocia”; inoltre
“mentre la soppressione è considerata essere una tra le
strategie di coping più adattive, la dissociazione è
generalmente vista come un meccanismo di difesa
patogenico” (Muris, Merckelbach; 1996).
Relazione primaria e
difesa dissociativa.
La famiglia è un “luogo
principe” dove fare le prime esperienze, dove imparare a
relazionarsi agli altri ed acquisire quella “fiducia di
base” che fornisce all’individuo la forza per reagire
alle diverse situazioni che affronterà nel mondo
esterno; una relazione di attaccamento sicura con le
figure parentali svolge una funzione protettiva per la
salute fisica e mentale del bambino.
Cosa succede quando
l’ambiente non solo non fornisce questa sicurezza
indispensabile, ma è anzi un mondo ostile, da cui
bisogna innanzi tutto difendersi? E come può difendersi
appunto un bambino, che non ha alcuna possibilità di
fuga perché completamente dipendente dalle stesse figure
che abusano di lui? La difesa dissociativa può occorrere
in questi casi come risposta difensiva del bambino al
fine di schermare l’angoscia ed allontanarsi, almeno col
pensiero, dall’evento traumatico.
Nella tesi già citata sono
stati presi in considerazione diversi studi e modelli
che mettono in relazione la dissociazione con il trauma
e l’abuso; è importante poi soffermata sui disturbi
della relazione primaria e sulle patologie dei rapporti
intrafamiliari (abuso fisico e sessuale, abuso
psicologico, neglect). Considero inoltre importante
l’approccio di una parte della letteratura più moderna
che considera la dissociazione come un meccanismo di
difesa attivato non solo da gravi traumi come quelli
sopracitati, ma anche come risposta a diverse situazioni
stressanti che si ripetono più volte durante
l’evoluzione del soggetto e che a lungo andare
costituiscono dei “micro-traumi” in grado di attivare
meccanismi dissociativi.
In questo caso non è la
severità degli accadimenti traumatici ad attivare difese
primitive ma la loro ripetitività, il loro protrarsi
nel tempo.
L’ “esternalizzazione
parentale” , per esempio, consiste nella “proiezione di
aspetti svalutati e rinnegati dei genitori sul bambino,
il quale viene considerato come qualcosa che di fatto
non è” (Lerner, 2000). Non accettare il bambino per
l’essere che è realmente, svalutarlo nelle sue capacità,
o anche impedirgli quella esperienza del mondo che
servirebbe per il suo sviluppo, seppur nel tentativo di
proteggerlo, possono talvolta causare (o concorrere) a
gravi disturbi nella sua personalità.
Nell’ipotesi di sviluppo
che ho descritto, seguendo le linee del lavoro clinico
di Orefice (Orefice, 2002), la difesa dissociativa è
considerata come una modalità tipica di rapportarsi
agli eventi stressanti che l’individuo ha imparato ad
utilizzare all’interno di un clima familiare denso di
sentimenti di sfiducia e di diffidenza.
Ciò che viene intaccata è
proprio la fiducia di base, e la sfiducia e la
diffidenza che ne derivano sono poi riproposte dal
paziente nelle relazioni con gli altri al punto da non
riuscire ad “utilizzare” neanche il clinico nella sua
funzione di diagnosi e di cura manifestando una
difficoltà nello stabilire l’ alleanza diagnostica o
terapeutica.
La dissociazione è
inoltre ipotizzata essere il meccanismo alla base dei
cambiamenti di stato (si intende con questo il variare
di stati affettivi, degli stati di coscienza, fino alla
fuga in stati di coscienza alterati) che, mentre
rappresentano una modalità naturale di rapportarsi al
mondo in un bambino piccolo, diventano segno di
patologia se utilizzati abitualmente da parte di un
adulto.
Entrambe queste
caratteristiche, ovvero la difficoltà d’instaurare
l’alleanza terapeutica/diagnostica e la presenza di
cambiamenti di stato, sono riscontrabili nei “pazienti
difficili” di cui parla la letteratura, spesso
diagnosticati con un disturbo in Asse II (disturbi di
personalità) o comunque con cospicue difficoltà di
rapporto con il clinico : in questo senso, la difesa
dissociativa può fornire un’ altra prospettiva per
osservare tali disturbi che rappresentano oggi la sfida
più grande per il clinico.
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