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Dott. Stefano Pischiutta >Il linguaggio della depressione
 
Il linguaggio della depressione
Chi non si è mai sentito rivolgere, in un periodo della propria vita in cui si è percepita una battuta di arresto, la frase: “Devi guardare dentro di te, questi sintomi ti vogliono dire qualcosa..”? È proprio quello che implicitamente cerchiamo di suscitare come psicoterapeuti nei nostri pazienti in difficoltà nel loro cammino evolutivo. Ma, poiché sappiamo quant’è difficile guardare dentro di sé quando una parte del problema che ha originato il blocco risiede proprio nell’incapacità di guardare dentro di sé, noi professionisti nella relazione di aiuto sappiamo bene che dobbiamo lavorare, insieme al paziente/cliente che si rivolge a noi, sulle sue resistenze. Sono proprio le resistenze, che ha creato nella cosiddetta fase evolutiva, ma anche successivamente, a far sì che egli sia da una parte bloccato e preda dei sintomi e della sofferenza, e dall’altra governato dalle difese, che purtroppo non vede. Le difese, che al paziente/cliente sono ignote, emergono invece nel setting, nella relazione con noi, spesso con un linguaggio oscuro (a lui) e che noi dobbiamo cercare di rendergli più chiaro.
 
La sintomatologia della cosiddetta depressione è spesso una prima porta di accesso alla difficoltà che la persona ha di vedere, e successivamente esplorare ed accettare, le sue parti ombra, ed è l’espressione di un lutto, prefigurato dalla necessità di dover ristrutturare profondamente (e per il paziente in questa fase ciò equivale al dover abbandonare) le proprie difese, alias, le proprie sicurezze. In base a tale lettura, la depressione, cui sono quasi sempre correlati fenomeni ansiosi, non ha altro significato che l’elaborazione di un lutto a venire. D’altra parte, poiché la sintomatologia depressiva si manifesta in maniera spesso inattesa, è la persona stessa ad avvertire, dal suo interno, la necessità di ristrutturarsi; avverte, più o meno consapevolmente, che c’è in lui qualcosa di obsoleto, che non va più bene. Inoltre, poiché le nostre resistenze (o difese) costituiscono tutto il buono che siamo stati capaci di fare, fin da bambini, per arginare le difficoltà della realtà ed adattarci ad essa, esse condizionano in larga misura la nostra identità e la visione del mondo, un mondo in cui ci siamo ritrovati immersi al di fuori della nostra volontà. Pertanto, è pienamente giustificabile la reazione luttuosa, e quindi la depressione. In tal senso, essa rappresenta un evento quasi fisiologico.
 
Quando parliamo di necessità di leggere dentro di noi il significato dei sintomi, non dobbiamo intendere che dovremmo capire esattamente cosa significhino, o capire se siano legati a uno specifico episodio della nostra vita esteriore e di relazione, bensì che dovremmo accogliere la sfida, che la vita stessa ci pone, del cambiamento. In tal senso, la depressione rappresenta un evento veramente salutare nella vita di una persona, se ascoltato autenticamente e non sopito ad opera di distrazioni, negazioni, rimedi farmacologici o droghe di altro tipo (tuttavia, nel caso dei farmaci, bisogna tenere conto della gravità e della capacità di sopportazione dello stato depressivo). Dunque, come prima cosa, in quanto professionisti della salute, invitiamo il paziente/cliente alla lettura del linguaggio sottostante alla sintomatologia depressiva, cercando di creare nella relazione uno spazio di accoglienza, uno spazio che successivamente il paziente/cliente dovrebbe cercare di ricreare dentro di sé. Il risultato di questa nuova attitudine di ascolto di sé, per ottenere la quale occorre spesso molto lavoro terapeutico, è la creazione di un “laboratorio creativo”, in cui la persona, con l’aiuto del terapeuta, inizia (spesso è la prima volta che lo fa nella sua vita) a prendersi sul serio cura di sé, senza stordirsi dandosi un “cibo” che non lo nutre (attitudini e stili di vita erronei, credenze rigide e stereotipate, fondamentalismi, automatismi, relazioni interpersonali nevrotiche, mancata autorealizzazione, eccessivo legame con il passato, ecc.).
 
Chiunque abbia avuto la capacità di superare questa delicata fase, la ricorderà per sempre come una fase estremamente creativa, di rinascita, se non addirittura di nascita, e gli si apriranno scenari davvero mai immaginati prima, con la possibilità di attingere a nuove forze, riconosciute come proprie, di cui non si immaginava neanche lontanamente l’esistenza. Si realizza così un’apertura della coscienza, che corrisponde a una crescita e a un’espansione verso nuove possibilità di intelligenza e produttività, di comprensione del mondo e della sua realtà; tutte questa qualità corrispondono a un senso di sé come un individuo sempre più autodiretto nelle proprie scelte, scaturenti ora pienamente da propri desideri e decisioni anziché da desideri e decisioni altrui. In breve, si tratta dell’accesso a uno stadio di vita più avanzato e maturo.
 
Articolo inviato il 09/02/2008 dal Dott. Stefano Pischiutta

 
 
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