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Luisa,
una giovane donna di 23 anni parla al gruppo della sua
difficoltà a svincolarsi dalle preoccupazioni paterne,
che descrive come invadenti e controllanti.
“Io so
che mio padre mi adora. Sono stata sempre la cocca di
papà, la più vezzeggiata, fin da bambina. Ed io sono
sempre stata felice di questo. Mi faceva sentire sicura
e protetta. I problemi sono però sorti quando ho deciso
di andare all’Università. Lui non era d’accordo, diceva
che non ne avevo bisogno, che potevo farne a meno.
Alla
fine, anche grazie a mia madre, riuscii ad iscrivermi a
economia. Inizialmente le cose sembravano andare bene,
seguivo le lezioni e mi impegnavo negli studi. Poi però
è successo qualcosa di strano. Mio padre ha iniziato a
controllarmi sempre di più. All’inizio mi pareva
semplice sua curiosità, domande lanciate a caso, così,
tanto per chiacchierare; poi iniziavano dei veri e
propri interrogatori. Voleva sapere le ore delle
lezioni, se studiavo con altri, con chi uscivo la sera,
perfino perché indossavo un certo vestito e non un
altro. Da una parte dice di essere orgoglioso di me,
dall’altra mi sento controllata e giudicata
continuamente. Mi sono accorta allora che ai suoi occhi
io non sono mai cresciuta, sono sempre la sua bambina. E
quando mi ribello a questa sua visione lui mi guarda
deluso e mi dice che da quando ho iniziato l’università
non mi riconosce più.” Per Luisa la situazione è molto
frustrante. “Qualunque tentativo”, dice Luisa “di
frenare mio padre in questo suo controllo è inutile.
Sono arrivata al punto di evitarlo fisicamente, ma lui
ha preso l’abitudine di “consigliarmi” sul da farsi
attraverso dei bigliettini di carta.”
“Cosa
scrive sui biglietti esattamente?” le chiesi.
“In
questi bigliettini viene specificata ogni tipo di
azione, dalla più semplice alla più complessa; vi è
segnato l’orario più adeguato per svegliarmi, il tipo di
colazione più salutare, la scaletta delle azioni più
importanti e più urgenti da svolgere durante la
giornata; insomma mi programma ogni cosa con accurata
perizia.” conclude rassegnata.
È
evidente che il comportamento del padre rende Luisa
disperata, la fa sentire impotente poiché ogni suo
tentativo di rendersi autonoma viene frenato.
“Ogni
volta che provo a parlargli mio padre inizia una predica
infinita su quanto il mondo sia minaccioso e pericoloso
e su quanto io sia ingenua ed inesperta.”
Risulta ovvio, la paradossalità della situazione:
l’esperienza del padre sarà sempre un gap incolmabile,
poiché il padre ha sempre “trent’anni più di lei”.
Questo
è un tipico esempio nel quale un padre gioca la
preoccupazione per la figlia come strumento di potere e
di controllo, riducendo all’impassè la giovane donna.
Leggendo questo resoconto potrebbe apparire che il
problema appartenga totalmente al padre; in realtà, se
si è attenti alla relazione che si è instaurata tra i
due, salta subito all’occhio quanto i due comportamenti
si alimentino a vicenda, e che le lamentele della figlia
servono al padre quanto il controllo alla figlia.
Entrambi sono talmente identificati nel loro ruolo da
non riuscire a prenderne le distanze e capirne il senso.
Quando
si è intrappolati in un ruolo e ci si sente come in
gabbia è necessario riuscire a giocare, per poter
prendere le distanze dal ruolo stesso. Bisogna poter
smettere di reagire in maniera automatica alla
rappresentazione che l’altro ha di noi.
Chiesi
quindi a Luisa di poter riflettere in maniera ironica su
tutta la faccenda.
Inizialmente sembrò non accettare questa proposta,
dicendo che non c’è nulla di divertente su cui
riflettere, che tutta quella situazione era un incubo
che la perseguitava.
Rimasi
in silenzio evitando di colludere sulla tragicità del
rapporto quando, all’improvviso, Luisa smise di
lamentarsi; le è venuta in mente una scena divertente:
recuperare tutti i bigliettini, incorniciarli e
appenderli per tutta la casa.
Sorrise, per la prima volta da quando aveva iniziato a
raccontare dei suoi problemi; disse che iniziava a
rendersi conto di avere risorse utili per affrontare la
situazione.
La
seduta successiva raccontò di non aver compiuto
realmente l’incorniciamento dei bigliettini, ma che le è
bastato immaginare quella scena per poter ridere
ironicamente di se stessa e del conflitto con il padre.
Il quale, lentamente, aveva ridotto le interferenze
nella vita della figlia.
È
presumibile ipotizzare che la capacità utilizzata dalla
cliente di ironizzare avesse sortito un duplice effetto:
da una parte lei stessa aveva ridimensionato la
risonanza del comportamento intrusivo del padre;
dall’altra era riuscita effettivamente a mitigare la
preoccupazione del padre attraverso una sicurezza
maggiore nel saper trattare “l’intrusività nella
relazione”.
Questo
breve esempio è rappresentativo dell’uso dell’ironia e
del suo potere all’interno del rapporto.
Ma, è
lecito chiedersi, di quale potere si tratta?
Io
credo che per ironizzare ci sia bisogno di rapportarsi
in maniera attiva verso le proprie rappresentazioni,
riuscendo a giocare con la tessitura delle storie che le
persone vivono.
Uscendo in parte anche da una dimensione di conformismo
logico e razionale, per poter vivere creativamente i
rapporti.
Dobbiamo prima sottolineare che con il termine
creatività non si intende la capacità che è il puro
talento dell’artista, ma un vero e proprio modo di porsi
rispetto alle relazioni tra i pensieri, le emozioni e le
azioni..
Si può
dire che quando vi è uno sviluppo nelle capacità di
affrontare le sfide che la vita ci presenta accade che
si accresce la capacità a saper guardare in modo ironico
alle relazioni e cogliere gli aspetti essenziali di ogni
cosa.
Una
nota degna di riguardo la si ritrova nella
considerazione del fatto che è proprio nei regimi
autoritari, e quindi dotati di una minore flessibilità e
libertà di scelta, che l’ironia, la satira e la
comicità viene fortemente controllata se non
addirittura messa al bando.
Ciò
poiché l’ironia è uno strumento potente per smascherare
giochi di potere. Una dimostrazione preziosa ce la
fornisce la situazione avvenuta tra i nazisti e Freud.
Lo
psicoanalista viennese aveva bisogno di un visto di
uscita dall’Austria.
I
nazisti avevano vincolato la concessione del visto ad
una condizione: che firmasse una dichiarazione nella
quale si sosteneva che la Gestapo aveva tenuto in gran
considerazione lo scienziato e che era stato trattato di
conseguenza.
Ovviamente la situazione non era per niente semplice.
Firmare quel documento significava per Freud appoggiare
le forze naziste nonostante le sue considerazioni al
riguardo fossero diametralmente opposte.
Freud,
davanti al documento, chiese però di poter aggiungere
una frase; sicuri della loro posizione le autorità
naziste acconsentirono senza tentennamenti.
Allora Freud scrisse “Posso vivamente consigliare la
Gestapo a chicchessia”. L’intero documento veniva
inficiato in maniera paradossale da una ulteriore lode
che i nazisti a rigor di logica non potevano certamente
considerare offensiva.
Questa
vicenda ci illustra come l’utilizzo dell’ironia non
debba essere confusa con il tentativo goffo e tenace di
far ridere la gente ad ogni costo: l’arte dell’ironia
corrisponde in definitiva ad una competenza a saper
guardare con flessibilità e gioviale distacco alle
situazione ritenute sacre ed intoccabili, ai miti
inossidabili del buon senso.
E
soprattutto a sapersi porre la domanda “cui prodest? ”a
chi giova realmente mantenere certi paradigmi
inalterati?
Il
buon senso è privo di ironia e la maggior parte delle
volte si appoggia a considerazioni ampliamente
legittimate dalle certezze e condivise dalla
maggioranza; non è un caso che buon senso e proverbi
popolari vadano spesso a braccetto sulla comoda strada
del conformismo.
“Moglie e buoi dei paesi tuoi” ma anche “chi va con lo
zoppo impara a zoppicare”; ed ancora “Mai lasciare la
strada vecchia per la nuova, sai quel che lasci ma non
sai quel che trovi” sono solo alcuni dei detti che sono
basati sull’imperativo categorico di non conoscere nulla
che non sia all’interno del proprio recinto protetto.
Ironizzare, insomma, aiuta a conoscere se stessi e gli
altri, ad affrontare le difficoltà con una marcia in
più, riuscendo a cogliere con acutezza le sfumature del
mondo.
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