Nel mio libro “ I Serial Killer: un approccio
psicologico giuridico” ho parlato dell’interesse
morboso rispetto alla figura dell’omicida seriale e
dei suoi crimini da parte dei mass media e
dell’opinione pubblica. (Buttarini, 2007)
La stessa morbosità è
riscontrabile, a mio parere, per la cronaca nera in
generale. C’è chi parla, come Enrico Gregori, di
esorcismo. Il cronista, autore di un noir dal titolo
“Un tè prima di morire” frutto della sua esperienza
di cronista di nera, in un intervista pubblicata su
fragmenta.blogosfere da Fausta Maria Rigo, afferma
che << […] Vedere, scandagliare, capire la morte
altrui è una specie di barriera che tiene la morte
lontana da noi. […]>>[Fausta Maria Rigo in
http://fragmenta.blogosfere.it/2008/03/rock-and-noir.html]
Personalmente, come
psicologo, condivido certamente questo punto di
vista ma non credo che sia sufficiente per spiegare
le punte di morbosità che ha raggiunto l’interesse
per la cronaca nera. Credo ci sia dell’altro dietro
la spettacolarizzazione del male che su questa
morbosità vive e si alimenta: nel lato più oscuro
della psiche umana non alberga soltanto la paura
della morte che attraverso i fatti di cronaca nera
verrebbe così esorcizzata ma anche desideri
necrofilici inconfessabili e istinti di morte che
attraverso la cronaca nera vengono vissuti. Voglio
dire che non tutti si identificano con le vittime ma
una parte del pubblico di spettatori si identifica
con il male che gli autori dei crimini incarnano.
Soprattutto in fasce
di età particolarmente a rischio, come quella
adolescenziale, il rischio di identificarsi con
modelli negativi sui quali proiettare la propria
rabbia e la propria smania di ribellione è molto
alto a maggior ragione quando ad usufruire di certi
contenuti mass mediatici sono ragazzi dalla
personalità già di per sé problematica.
Faccio riferimento qui
alla rischiosa possibilità dell’innescarsi di
meccanismi di imitazione e di emulazione che abbiamo
già visto scatenarsi nel passato, uno per tutti
l’esempio del lancio dei sassi dal cavalcavia ma
anche in tempi più recenti l’omicidio commesso da
una ragazza in Francia che disse di essersi ispirata
all’omicidio di Meredith commesso a Perugia.
E’ anche per questo
motivo, ma non solo, che i giornalisti, i cronisti e
i mass media nel loro complesso hanno una grande
responsabilità e il mondo dell’informazione deve
essere consapevole del potere che detiene e quanto
questo potere può influenzare le menti delle fascie
di popolazione più deboli: mi sto riferendo ai
minori, certamente, ma anche a personalità
disturbate che di fronte a una certa
spettacolarizzazione, sottoposta al cosiddetto
bombardamento massmediatico potrebbe venire
influenzata negativamente tanto da poter essere
irretita è addirittura istigata.
Infatti la nostra
civiltà è caratterizzata da un desiderio e da un
bisogno di protagonismo mai visto prima e questo è
particolarmente evidente tra i giovani: essere
protagonisti significa essere visti apparire sotto
la luce dei riflettori, arrivare al successo, essere
riconosciuti, esistere finalmente dopo un’esistenza
caratterizzata dal vuoto esistenziale, dalla noia,
dal niente. Perché se non vai in televisione allora
non sei nessuno. I modelli di riferimento di molti
teen ager della civiltà odierna infatti sono
personaggi non persone, personaggi che esistono solo
attraverso la spettacolarizzazione e la mitizzazione
di un modello di vita che non è più sorretto dal
concetto del sacrificio, del desiderio ma al
contrario del tutto e subito. Certe trasmissioni
televisive è questo il messaggio che lanciano: la
facilità del diventare famosi. Se riesci a entrare
in quel circo delle meraviglie allora da nessuno
riuscirai ad essere qualcuno, tutti ti
riconosceranno e acquisterai lo status simbol del
successo. Qualcuno purtroppo farebbe di tutto per
arrivarci anche a costo di gesti estremi perché
l’incertezza e la vacuità di identità fragili e
inconsistenti può portare ad una distorsione della
realtà tale da portare alla perdita di un
equilibrato esame di realtà come espressione di un
disagio profondo a cui chi aveva il dovere di dare
delle risposte ha fallito nel suo compito lasciano
molto spesso i giovani in balia delle loro pulsioni
e della loro solitudine di fronte ad uno schermo
vuoto che sembra poter dare tutte le risposte.
Ecco che cosa scrive
Maurizio Parodi rispetto al tema dei minori e
televisione:
<< A proposito di
“ordinarie follie”: è, per noi, del tutto normale
che i bambini vedano gli stessi programmi seguiti
dai genitori: il telegiornale, per esempio, che si è
trasformato in un bollettino di guerre, cui fanno da
irrinunciabile corollario le notizie di cronaca
nera, le uniche (si direbbe) ad avere rilevanza
mediatica; tanto più sconcertanti giacchè si
indulge, con accanimento morboso, voyeuristico, alla
spettacolarizzazione degli eventi più efferati e
macabri. Nulla a che vedere con l’indignazione
civile: i crimini di mafia, le morti sul lavoro non
“eccitano” quanto una (in)sana strage familiare –
giusto per ribadire quanto siano primitive le nostre
pulsioni sociali: siamo interessati soprattutto alla
messa in scena degli orrori privati, quelli a noi
più prossimi (in tutti i sensi). E i bambini stanno
a guardare…
Ma lo stesso vale per
taluni programmi cosiddetti di servizio e molti
altri di intrattenimento (medesimo scopo, però più
onestamente dichiarato), nei quali si inscenano
farse e tragedie domestiche, drammi, relazioni,
spesso fasulli, inventati e recitati – il
contrabbando dei sentimenti finti – che, comunque,
strumentalizzano le persone senza remore e decenza,
istigando gli ospiti e il pubblico a dare il peggio
di sé; dove si espongono lubricamente frustrazioni e
turbamenti, con l’irruzione del privato, dei fatti
personali (vostri, perciò nostri, dunque di tutti)
dell’intimo (inteso non solo come indumento) sul
palco mediatico, istillando una visione condominiale
del mondo. E i bambini…
Siamo riusciti ad
inventare la cosiddetta TV del dolore, dal cui gorgo
sono proliferate le ignobili e compiaciute brutture
delle trasmissioni verità, spesso reality show sotto
mentite spoglie giornalistiche, deontologicamente
giustificate per il loro carattere, appunto, di
servizio. Forse a molti è sfuggito l’impegno delle
trasmissioni dedicate alla strage di New York (l’11
settembre 2001) che hanno aggiunto orrore
all’orrore, riproponendo all’infinito le immagini
della carneficina: i grattacieli in fiamme, l’aereo
che esplode nell’impatto con l’edificio, le persone
che precipitano, il fumo e le fiamme, indugiando con
macabro compiacimento, sui dettagli, dilatando i
tempi della tragedia con il ricorso al ralenti, come
accade nei peggiori film hollywoodiani. Non solo,
alcuni canali hanno mostrato in parallelo scene di
film catastrofici per enfatizzare la
spettacolarizzazione dell’evento. E i bambini…
Molto spesso a
sdoganare l’orrore sono proprio i giornalisti
(televisivi), che si potrebbero ingenuamente
ritenere più accorti, sensibili, colti e corretti
dei colleghi intrattenitori, dai quali sono, invece,
indistinguibili. Sono loro i padroni del reality
show che costa poco e fa molta audience. Una
strategia sottile e non priva di conseguenze,
soprattutto per gli spettatori meno avveduti,
dunque, in primo luogo bambine/i: si utilizzano i
giornalisti come garanti della bufala, per
accreditarla. Ma non meno inquietanti appaiono i
tratti “telegnomici” (da Grande fratello) della TV
totale, quella che esibisce materiale corporeo,
osservato dal “buco della serratura” catodica, e
modelli esistenziali “inconsistenti”, divinizzati
dall’apparizione sullo schermo. E i bambini…
Una televisione senza
qualità, che rincorre gli istinti più beceri, li
solletica ed enfatizza o addirittura li induce,
senza curarsi di conseguenze ed implicazioni, dei
modelli sociali che diffonde, della cultura che
alimenta (o forse proprio a ciò evocata: tesa alla
decerebralizzazione degli utenti), declinando ogni
responsabilità, in omaggio all’unico valore
riconosciuto: l’audience; perseguita ad ogni costo,
spesso ottusamente, nel disprezzo aprioristico del
pubblico, che pure talvolta lancia imprevisti
segnali di maturità, mostrando di gradire prodotti
tutt’altro che sciatti o triviali – basti il
riferimento agli ascolti record registrati in
occasione delle performance letterarie di Roberto
Benigni, anche quando recita Dante.
Ma i bambini sono già
a dormire… >> [Maurizio Parodi, 18 febbraio 2008 in
www.mentelocale.it]
Nel sito internet
www.consorzioparsifal.it viene segnalatoli
bilancio consuntivo del Comitato per l’applicazione
del Codice TV e Minori relativo al periodo
2003-2006.
Centrale nel lavoro
del Comitato le preoccupazioni in tema di violenza
come tematica rappresentata nei notiziari, nei
programmi di approfondimento ma anche nella fiction.
Il Presidente del
Comitato Emilio Rossi ha espresso le sue
preoccupazioni rispetto alla violenza presentata
dalla televisione ma anche in serie poliziesche di
produzione statunitense.
Il bilancio del
Comitato ci presenta una “lista nera” di film e
telefilm, in tutto 44, 9 fiction, 9 reality. Ci sono
state risoluzioni contro talk show, varietà,
informazione, pubblicità e cartoni animati: le
risoluzioni a carico di Mediaste sono state 77 (18
nel 2006), 45 a carico della RAI (7 nel 2006) e 14
per La 7 (2 nel 2006) , una soltanto per le
televisioni satellitari e 3 per le televisioni
locali.
Oltre ai programmi
“Distraction” e “Dragon Ball” di Italia 1 che
mostrerebbe costantemente scene di compiacimento per
atti di violenza, anche “Buon Pomeriggio” di Canale
5 e Domenica In di Rai uno. Per il Comitato
sarebbero troppo violenti anche telefilm come REX,
per non parlare di serie quali Ncis e Criminal Minds
oltre a vari film trasmessi da SKY in orari
pomeridiani. Il Comitato per l’applicazione del
Codice TV e Minori mette sotto accusa anche i
telegiornali perché mandano in onda troppi fatti di
cronaca nera corredati da eccessive immagini
raccapriccianti e troppo particolareggiate. Si
evince inoltre che nell’anno 2007 sono stati
sanzionati tutti i telegiornali delle principali
televisioni pubbliche e private. Il Comitato
sottolinea con apprezzamento gli obblighi previsti
dal “Contratto di servizio RAI-Ministero delle
Comunicazioni, che prevedono l’estensione della
fascia protetta dalle 16 alle 20, i limiti agli spot
nei programmi per bambini e il divieto di diffondere
trailer di film vietati ai minori in fascia protetta
che dovrebbe essere, auspica il Comitato, promossa
ulteriormente per creare “un’oasi a tutela dei
ragazzi veramente garantita”. [Minori-Applicazione
del Codice Tv e minori, il bilancio, 20/02/2008 in
www.consorzioparsifal.it]
Ma andiamo ora ad
analizzare altri aspetti della complessità che
caratterizza il fenomeno della spettacolarizzazione
del male: nello specifico ora ci occuperemo di come
i mass media e i giornalisti si occupano dei fatti
di cronaca nera e di come un cattivo uso del diritto
di cronaca potrebbe portare ad un abuso con
ripercussioni negative sia sulla psiche degli utenti
sia sul lavoro degli investigatori.
Luigi Bernardi (2003)
si pone degli interrogativi sul delicato tema della
trattazione degli omicidi da parte degli organi di
informazione centrando l’attenzione sul “come” si
raccontano e quali sono i rischi che portano alla
distorsione della realtà fenomenica:
<< […] Il primo
pericolo è quello di ridurli a “gialli”, è un
pericolo di doppia natura, di approccio e di
comprensione. Raccontando certi omicidi come fossero
dei “gialli” è inevitabile trasformare tutti i
personaggi in figure di carta, senza spessore né
odore, spogliarli di vita e dramma, renderli
funzionali a quella che non è più una “storia” ma un
intreccio, equiparare momenti di sofferenza assoluta
al gioco del “se fosse”. In altre parole,dimenticare
che da quella vicenda qualcuno non si è più
rialzato. Il secondo pericolo è che il meccanismo
del giallo toglie al crimine il tempo suo. Da Rina
Fort a Erika De Nardo sono passate generazioni, modi
di vivere e di pensare. Il plastico del luogo del
delitto, le figurine distese per terra, non aiutano
a capire questo cambiamento, lo negano anzi con
pervicacia, strappano la storia al suo contesto, la
riproducono come un simulacro, l’effetto è quello di
una bambola gonfiabile rapportata a un corpo umano:
miserabile e beffardo.
Sono pochissime le
storie di omicidi che si prestano a essere definite
dei “gialli”, quelle talmente ingarbugliate da non
farci capire cosa sia realmente successo, chi sia
davvero il colpevole. L’attuale stagione fortunata
della narrativa poliziesca, unita alla facilità di
incastrare l’audience attraverso meccanismi
collaudati, spinge invece i media a tingere di quel
colore anche fatti che di enigmatico hanno poco o
nulla. Così, se si può abbozzare un sorriso di
fronte a titoli come “Sposo non si presenta
all’altare, è giallo”, se si riesce – con una certa
fatica, va detto – a sopravvivere alla lagna dei
media quando pretendono che la contessa Vacca
Augusta sia stata uccisa, non si può aderire al
revisionismo della realtà operato da giornali e
televisioni quando sovrappongono il “giallo” e il
“mistero” alla fluidità dei fatti.
Il peggio avviene
quando la chiave giallistica viene applicata a
grandi eventi del passato, eventi tanto importanti
da interessare la storia più che la cronaca, un
esempio fra tutti: quella che viene definita la
stagione dei “misteri italiani”. Intanto va detto
che il termine “mistero” è fortemente legato a
un’idea religiosa, idea di cui la letteratura si è
impossessata e ha dato interpretazioni molto
convincenti, e altre meno, com’è nella misura delle
cose. Il mistero in chiave giallistica è
essenzialmente una verità che non si fa scoprire,
diventa l’analisi di dettagli che dovrebbero
contenere le soluzioni ai conti che non tornano,
l’indagine minuziosa di elementi che non combaciano.
Il mistero in chiave giallistica è un tutt’uno con
la lente d’ingrandimento, non a caso lo strumento
che si associa proprio ai grandi interpreti
dell’investigazione letteraria.
I problemi derivati da
questo tipo di approccio sono due. Il primo è che la
parola “mistero” ha suggestioni fuorvianti, subito
fa pensare a un qualcosa che intriga, a un gioco che
appassiona, a una sfida intellettuale. La parola
“mistero” è dotata di una sorta di aura che
nasconde, quanto meno confonde, le origini del
fatto, del gesto, cui viene applicata, sovrapposta.
Definire “misteri” la stagione delle stragi italiane
significa suggerirne una lettura scorretta, deviata,
fare in qualche modo un regalo ai responsabili di
quei crimini. Perché questo sono: crimini, delitti
mostruosi che hanno provocato decine, centinaia di
morti. Provate a fare questo facile esperimento,
pensate all’immagine che scaturisce dalla
definizione “misteri italiani”, e poi a quella di
“crimini italiani”: dalla prima sarete in qualche
modo sedotti, dalla seconda tenderete a sfuggire,
significa che la prima è una trappola, […] la
seconda la verità con la quale stiamo disimparando a
fare i conti.
C’è poi un’altra
questione: chi assicura che la lente d’ingrandimento
faccia vedere meglio di uno sguardo distante? Da
lontano, un muro ci sembra un muro, abbiamo la
coscienza del suo essere fatto di pietre, se stiamo
per andare a sbatterci contro, proveremo a fermarci
prima dell’impatto. Appiccichiamoci invece gli occhi
a contatto dello stesso muro, ci apparirà come
qualcosa di indistinto, di cui abbiamo solo una vaga
percezione, se quel muro stesse per caderci addosso,
non ci renderemmo conto del pericolo e ci finiremmo
sotto. Cosi è la stagione delle stragi italiane.
Dall’alto, appare di un disegno chiarissimo, vediamo
i mandanti, le motivazioni, gli esiti. Dal punto di
vista giudiziario non basta, la giustizia deve
punire anche gli esecutori, ed ecco che quando man
mano avviciniamo gli occhi, indaghiamo da più
vicino, alcuni particolari del disegno spariscono,
altri che ci parevano nitidi adesso sono sfocati. Ma
se per un magistrato è perfettamente logico
intraprendere questo percorso, noi faremmo bene ad
astenercene, perché concentrandoci sui dettagli
perdiamo di vista l’insieme, e soprattutto ci
infogniamo in tante e tali domande, ci addentriamo
in piste sempre più intricate da farci dimenticare
il dato essenziale, l’unico che ci può servire a
qualcosa in prospettiva futura: quella stagione
delle stragi ha vinto. […]
Pare esistano siti
pornografici […] che offrono la possibilità di
guardare l’interno della vagina ripreso da una
microtelecamera posizionata sulla punta di un
vibratore. L’idea, presumo, sia quella di mostrare
il piacere da dentro. Altrettanto presumo che quello
che si vede non abbia niente a che spartire con il
piacere, ma si riveli soltanto una parete di carne
di un colore fra il rosa e il rosso, umida,
vagamente pulsante. Così è con i cosiddetti
“misteri”, la lente di ingrandimento permetterà
forse di scoprire un’impronta digitale, ma niente
dirà dei pensieri, delle emozioni e delle intenzioni
di chi l’ha lasciata. Di più, toglierà la
prospettiva, ovvero la possibilità di esercitare lo
spirito critico, sempre che ne sia rimasto.
L’omicidio visto come “giallo” appassiona i lettori
e i telespettatori allo stesso modo in cui qualcuno
si eccita guardando una vagina dall’interno. Sono
due facce della stessa medaglia, si chiama
voyeurismo, è una perversione, qualcosa di fine a se
stesso.
Ma soprattutto è un
atteggiamento che ci fa perdere di vista il fatto,
il gesto, il senso storico della loro realtà.
La televisione e i
giornali quasi sempre ci offrono una visione del
crimine deformata, plasmata sulla necessità di
acchiappare audience, un esempio fra tanti è
l’enfasi data a personaggi come i serial killer. In
tutta evidenza, qui la responsabilità è da ripartire
con gli esperti, i criminologi prima di tutti. Negli
anni novanta, era tutto un fiorire di interviste
nelle quali lo specialista di turno ci raccontava
che i serial killer era una figura criminale
prodotta dalla civiltà industriale, tipica delle
grandi metropoli, una figura in costante,
irrefrenabile, crescita. […] Oggi si scopre che […]
i serial killer si contano sulle dita di una mano,
agiscono più che altro in provincia e, lungi
dall’essere quei geni criminali che ci volevano far
credere, sono poveri mentecatti che invece di pagare
le prostitute le ammazzano […]. Tutt’oggi, il serial
killer gode di un suo status privilegiato, i
giornali appena possono – soprattutto quando non
dovrebbero – infilano nei titoli frasi tipo “torna
l’incubo del serial killer”, si fanno trasmissioni
televisive, si scrivono libri, si organizzano siti
internet. […]
In un mondo dove tutto
è sempre più finzione, l’omicidio è un dato reale,
si conclude con qualcuno che muore, non ci sarà più.
Invece se ne parla come finzione, si producono
discussioni infinite, si fanno dibattiti televisivi
dove l’unico assente è il gesto che uccide. E
proprio perché si evita di guardare in faccia a quel
gesto, e poi di collocarlo nel suo spazio e nel suo
tempo, che alla fine si è costretti ad alzare le
braccia, a non capire, a ricorrere a espressioni […]
come “dramma della follia”, “dramma della
solitudine”, adatte per ogni occasione, scatole
vuote riciclabili all’infinito, che a nulla servono
se non a far guadagnare stipendi e gettoni di
presenza a chi le utilizza. […] E’questo che fanno i
media coadiuvati dagli specialisti a gettone: danno
risposte sbagliate a domande prive di fondamento […]
di certo potrebbe aiutare non nascondersi dietro le
parole, non girare gli occhi dall’altra parte,
chiamare le cose con il proprio nome, riacquistare
il principio di realtà […]
Il male va affrontato,
nella sua lurida essenza, senza trasfigurarlo in
qualcosa che non è. Scrivere di una bambina appena
uccisa dalla mamma come di una angelo salito in
cielo, oltre che un’atroce fesseria, è chiudere gli
occhi, allentare persino la condanna morale del
gesto che ha portato quella bambina ad avere ormai
il corpo divorato dai vermi. E’ non vederli, quei
vermi, fare finta che non esistano, convenire sulla
loro irrealtà. Si dovrebbero invece guardare in
faccia, tutti questi vermi della nostra
contemporaneità, descriverli in ogni loro movimento,
irriderli se occorre, schiacciarli se necessario.
Forse non basterà, ma è il primo, necessario passo.
>> [Luigi Bernardi, pagg. 143-154, 2003]
Parole vuote quelle
dei giornalisti e degli esperti che compaiono in
televisione per parlarci di omicidi, senza sostanza
e senza sentimento: ora vi chiedo io di fare un
piccolo esperimento. Quando vi capiterà di nuovo di
sentire un esperto pronunciarsi in televisione, e
potete giurarci che purtroppo capiterà ancora e
ancora, provate a concentrarvi non tanto su quello
che dice ma sulla tonalità affettiva che colora
quello che dice. A mio parere, a questo riguardo,
sembra la maggior parte delle volte di cogliere
una freddezza e un distacco emotivo che non tengono
in considerazione il dolore, il sangue la morte e
anche una sorta di compiacimento intellettuale nello
sfoggiare narcisisticamente la loro presunta
expertise che fanno letteralmente rivoltare le
viscere vista la mancanza di rispetto per le vittime
che questo preclude, senza considerare che la
maggior parte di questi esperti, fautori tra i primi
accanto a discutibili giornalisti, non sono per la
gran parte delle volte mai intervenuti sulle scene
dei crimini che pretendono arrogantemente di
conoscere e di poter risolvere.
Per amore di verità,
invece, e questo è un altro aspetto fondamentale
della questione presa qui in esame, non fanno altro,
assieme alle trasmissioni a cui sono stati invitati
a partecipare, che produrre confusione se non
allarmismo tra le persone che li stanno ad
ascoltare, e, ancora peggio, a volte rischiano anche
di intralciare il prezioso lavoro degli inquirenti
che dovrebbero poter condurre le loro indagini, già
di per sé emotivamente debilitanti, senza ulteriori
pressioni, senza la luce assordante e mistificante
dei riflettore che accecano e fanno perdere di vista
il senso di realtà e il senso dei confini.
Oggi, purtroppo, nei
casi di cronaca che hanno monopolizzato il circo
massmediatico, basti pensare a Cogne, ma di esempi
ne potremmo fare tanti, i processi già prima di
arrivare nelle aule di tribunale, si fanno già nei
salotti televisivi quando ancora magari si è ancora
nella delicatissima fase delle indagini preliminari,
tutto questo a scapito della giustizia e di chi è
deputato a servirla.
A questo punto, a
conclusione del presente articolo, vorrei però, a
onor del vero, spezzare una lancia a favore invece
di chi ancora crede che il male e la complessità che
sottende e la sofferenza che produce non siano merce
da spettacolo ma che il male e la sottile linea che
divide la follia dalla malvagità, quel lato oscuro
che ci spaventa tanto, possano essere affrontati con
rispetto e serietà. Vorrei citare tre esempi, uno
televisivo, la figura dell’esperto, un giornalista
scrittore. Chi l’ha Visto, che è veramente un
programma di servizio, al servizio di tutti, Massimo
Picozzi per la sensibilità, oltre che per la
professionalità, con cui ha descritto i casi di cui
si occupato direttamente e di cui ha scritto nel suo
ultimo libro e Pino Corrias per la sensibilità,
scevra dal sensazionalismo, con cui ha scritto
dell’orribile strage di Erba.
Nella prefazione al
libro di Picozzi “Un oscuro bisogno di uccidere”,
Carlo Lucarelli scrive:
<< […] non è facile
parlare di criminologia, analizzare fatti di sangue
efferati e spaventosi come quelli che troviamo nella
cronaca, senza correre il rischio di cadere nell
morbosità e nel sensazionalismo. Senza eccedere in
effetti speciali, che significa soprattutto
sangue e orrore, magari per innocente senso di zelo.
E’ un equilibrio difficile, una zona di confine
sottile, una vera e propria linea d’ombra che
separa il racconto dei fatti, l’analisi dei
dettagli, lo studio delle dinamiche che li hanno
prodotti, dall’indulgere in particolari macabri e
scabrosi intesi come espedienti, effetti speciali,
appunto, per rubare l’attenzione di lettori e
spettatori distratti da un bombardamento di notizie
criminali clamorose.
Nel primo caso il
sangue diventa un mezzo per raggiungere un fine:
capire
Nel secondo finisce
per confondersi col fine, vendere, e non si capisce
più niente. […] >> [C. Lucarelli, in Picozzi, pag.
VIII, 2008]
Anche io, come
Lucarelli, sono convinto che Massimo Picozzi
appartenga alla prima categoria e a dimostrazione di
questo basta citare, oltre al libro menzionato, la
trasmissione che conduce su Rai due e che si occupa,
a differenza di molte altre, di casi giudiziari già
passati in giudicato e di cui si conosce già il
colpevole.
Di Pino Corrias parla
Giorgio Boatti su La Stampa on line:
<< […] Corrias
affronta il delitto di Erba – tre donne e un bambino
assassinati l’ 11 dicembre 2006 da una coppia di
vicini di casa che decide di punirli, ammazzandoli,
perché disturbavano il loro sonno – con un passo,
una scrittura, una capacità di analisi che ricordano
le pagine memorabili di un Tommaso Besozzi, il
grande inviato, alle prese con i retroscena dei
delitti di Rina Fort. O il romanzo-inchiesta di
Sergio Saviane I Misteri di Alleghe che fece luce su
una serie di delitti accaduti in un paese del
Bellunese, ai piedi delle Dolomiti.
Corrias propone una
cronaca dettagliata e precisa di fatti di
impressionante violenza, ma riesce, con puntuale
scatto di sensibilità, a non farsi imprigionare dal
sensazionalismo. Ancora di più: riesce, pagina dopo
pagina, a far intravedere i meccanismi di quelle
psicologie collettive, di quelle dinamiche sociali
che i fatti come quello di Erba illuminano con un
lampo di allucinante ferocia.
Queste realtà, covate
per anni in silenzio, sono alla base dei gesti di
ostilità e delle violenze che compongono il sempre
più diffuso conflitto tra persone che vivono in
spazi contigui. Vicini di casa, insomma,
protagonisti di una guerra dove – come dice Corrias
– si può uccidere per “troppa vicinanza e per
incolmabile lontananza” […] >> [Giorgio Boatti, 16
febbraio 2008, in
www.lastampa.it, fonte: Tuttolibri]
BIBLIOGRAFIA E
SITOGRAFIA
Bernardi L., Il male
stanco, Editrice ZONA, Pieve al Toppo (AR), 2003
Buttarini M., Capire i
serial killer: il contributo della scienza
psicologica al processo investigativo nei casi di
omicidi seriali in Buttarini M., Collina M., Leoni
M., I Serial Killer: un approccio psicologico e
giuridico al fenomeno, Experta Edizioni, Forlì, 2007
Corrias P., Vicini da
morire, Mondadori, Milano, 2007
Picozzi M., Un oscuro
bisogno di uccidere, Mondadori, Milano, 2008-05-15
Fausta Maria Rigo in
http://fragmenta.blogosfere.it/2008/03/rock-and-noir.html]
Maurizio Parodi, 18
febbraio 2008 in
www.mentelocale.it
Minori-Applicazione
del Codice Tv e minori, il bilancio, 20/02/2008 in
www.consorzioparsifal.it
Giorgio Boatti, 16
febbraio 2008, in
www.lastampa.it, fonte: Tuttolibri