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È
ormai dolorosa e consolidata consuetudine leggere sulle
prime pagine dei quotidiani la notizia di qualche
giovane vita stroncata in un incidente automobilistico.
Andando a spulciare con attenzione gli ultimi dati Istat
disponibili, si capisce subito che di notte il rischio è
elevatissimo, soprattutto il venerdì e il sabato.
Nella fascia oraria che va dalle 22 alle 6 del mattino
infatti si verificano in media il 15,6% degli incidenti
stradali causa di decessi. Emerge quindi un dato
allarmante: gli incidenti della notte non sono in
percentuale numerosissimi, ma sono estremamente
pericolosi.
La settimana disegna un grafico della mortalità che
forma un triste crescendo: 148 vittime la notte del
lunedì, 151 il martedì, 180 il mercoledì, 190 il
giovedì, 280 il venerdì e 408 il sabato. La domenica si
ferma a quota 172.
Queste
vere e proprie stragi del sabato (e venerdì) sera
riguardano per lo più ragazzi di ritorno da una nottata
trascorsa in un locale. Spesso chi guida è di sesso
maschile.
Il poliedro delle cause, costituito da fattori sociali,
culturali e psicologici, ci permette di avvalerci di
contributi provenienti da ambiti diversi. La
psicopatologia evolutiva ci dice, ad esempio, che la
sofferenza adolescenziale si manifesta principalmente
attraverso “agiti”, cioè comportamenti rischiosi o
trasgressivi finalizzati ad evadere dalla consapevolezza
del disagio.
I
canali preferenziali attraverso cui tali agiti passano
riguardano l’uso/abuso di sostanze (alcol e droga), lo
shopping compulsivo, i disturbi della condotta
alimentare, la violenza, una sessualità libera da legami
affettivi e senza l’uso di precauzioni.
Tra
gli agiti più spesso menzionati dai mass-media per
l’entità e la gravità delle conseguenze si colloca
l’incidente. A sostegno di tale affermazione vi sono
dati statistici che mettono l’incidente come prima causa
di morte nella fascia di età compresa tra i 15 ed i 24
anni. C’è di più: i dati nazionali mostrano che,
contrariamente alla diminuzione della mortalità
registrata nell’età adulta, negli ultimi trent’anni
l’introduzione di diversi fattori protettivi ha
diminuito in modo significativo la mortalità da
incidente, nella fascia di età 15-24 anni non si assiste
ad alcuna diminuzione; l’analisi dei dati epidemiologici
(Taggi, 1999) indica quindi che i giovani non si
comportano come la popolazione generale, che non hanno
risposto positivamente all’introduzione dei vari fattori
protettivi e che assumono progressivamente un maggior
rischio.
A
fronte della tragica entità del fenomeno, la maggior
parte degli studi sul settore si è concentrata sulle
caratteristiche epidemiologiche e la prevenzione è
prevalentemente orientata a potenziare la sicurezza dei
fattori esterni, quali i mezzi di trasporto, le strade e
così via. Solo nell’ultimo decennio alcune ricerche
hanno esplorato i cosiddetti “fattori individuali” (Assailly,
1997), ovvero le caratteristiche socio-psicologiche che
concorrono nell’esposizione dei giovani al rischio di
incidente. Le ricerche sui comportamenti a rischio (Jessor
et al., 1989; Trimpop, 1994) propongono di collocare il
rischio di incidente all’interno di un complesso di
comportamenti problematici che costituirebbero una
“sindrome”, e di analizzarlo in relazione al bisogno di
sfidare vari tipi di pericolo per mantenere
costantemente elevato il livello di attivazione
emozionale, “teoria omeostatica del rischio” (Wilde,
1972; Zuckerman, 1971).
Se si
guarda più in profondità, a monte del problema si trova
spesso un’emozione con la quale il giovane non vuole
trovarsi a confronto.
I vari
comportamenti a rischio quali l’uso/abuso di sostanze
stupefacenti e/o alcol, le sfide di velocità tra auto,
moto e motorini, nonostante vengano essi appresi quali
modelli culturali dominanti dal gruppo dei pari, altro
non sono che manifestazioni di disagio, ovvero delle vie
di fuga, con il rischio che l’individuo blocchi in
qualche modo lo sviluppo della propria maturità, del suo
divenire adulto, rimanendo un adolescente in preda ad
una continua ricerca di emozioni forti, immediate,
basate sul tutto e subito.
L’unica filosofia coerente con tale stile di vita rimane
il nichilismo, dove la noia, l’anedonia, l’indifferenza,
il menefreghismo imperano (Sissa G., 1999, “Le plaisir
et le mal”) (Galimberti U., 2007, “L’ospite
inquietante”). La società consumista, sempre più
interessata a coinvolgere ogni strato di livello sociale
fino a raggiungere l’ultimo e il primo degli obiettivi:
la famiglia, ci chiede di negare i sentimenti e le
emozioni, soprattutto se “negativi” come la tristezza,
la frustrazione, l’ansia. In altre parole non si
esercita più la capacità di lettura delle proprie
emozioni, rischiando così l’alessitimia. Tutto diventa
emotivamente indifferenziato, intorpidito,
anestetizzato. Si tratta di un nichilismo non
consapevole, negativo, l’aforisma nietzschiano “Dio è
morto!” in questo caso non spinge verso nuove
scoperte, bensì lascia un enorme vuoto esistenziale,
toglie senso alla vita. Tanti sono i messaggi atti a
sponsorizzare il motto “Life is now” del vivere
alla ricerca del tutto e subito. L’adolescente senza
accorgersene ritorna ad utilizzare modalità rettiliane,
tralasciando i mandati libici, relativi al
riconoscimento delle emozioni, e neo-corticali che ci
chiedono di trovare un senso alla vita attraverso la
relazione con gli altri. Il monito dantesco “Fatti
non foste a viver come bruti ma per seguir virtute a
canoscenza” ci mette in guardia da un grosso
rischio, l’infelicità. Non un’infelicità relativa ad un
sentimento depressivo circoscritto, ad una fase di vita,
bensì un’infelicità di fondo, pervasiva, che può
attraversare un’intera esistenza, che non ci fa
apprezzare la vita, nonostante i picchi di benessere
della “Life is now”, del benessere immediato in
situazioni scollegate l’una dall’altra.
Ciò
che sta accadendo tragicamente oggi è che i tempi
ontogenetici di tale stato nichilistico/adolescenziale/rettiliano
si stanno dilatando sempre più, l’uomo non solo non
cresce ma sempre più dopo delusioni affettive decide di
tornare a questa fase. La conseguenza di questo modo
controproducente di difendersi dalla sofferenza è che la
“gioventù” di oggi ci appare sempre più una gioventù
maniacale; dunque non depressa ma in fuga, in fuga
maniacale dall’esperienza di sentire e stare a contatto
con se stessa, con il dolore, con la maturità, con la
felicità. |