I
– Nascita ed evoluzione del concetto nel pensiero di
Sigmund FreudL’atto di
nascita della nevrosi di transfert risale al 1914,
scritto da S. Freud all’interno di quella pietra miliare
che è “Ricordare, ripetere e rielaborare”: «Se il
paziente è tanto compiacente da rispettare le condizioni
indispensabili per la continuazione stessa del
trattamento, ci riesce in genere di dare a tutti i
sintomi della malattia un nuovo significato in base alla
traslazione, facendo in modo che la normale nevrosi sia
sostituita da una “nevrosi di traslazione” dalla quale
il paziente può essere guarito mediante il lavoro
terapeutico.» (Freud, 1914, 360). Il suo sviluppo
durante l’analisi costituisce un modello ideale del
corso della cura: la nevrosi clinica viene trasformata
in una nevrosi di transfert, l’interpretazione della
quale conduce alla guarigione.
Tornando ad
illustrare il concetto in una “Lezione introduttiva”
scritta tre anni dopo, Freud sottolinea la profonda
trasformazione a cui va incontro la malattia del
paziente, i sintomi perdono il loro significato
originario e «assumono un nuovo senso, che consiste
in un rapporto con la traslazione». (Freud, 1917,
593).
Laplanche e
Pontalis (1973) hanno rilevato che quando nel 1920 Freud
riprese l’argomento in “Al di là del principio di
piacere” ridimensionò alquanto l’ottimismo sulla
facilità con cui la neopatologia transferale può essere
trattata e dissolta dall’analisi. Il malato sarebbe
indotto a ripetere il contenuto rimosso nella forma di
un’esperienza attuale, anziché, come vorrebbe il medico,
a ricordarlo. Queste riproduzioni avrebbero sempre come
oggetto una parte della vita sessuale infantile, ossia
del complesso edipico e dei suoi esiti.
In seguito
il termine verrà ripreso unicamente nel 1926 nello
scritto “Il problema dell’analisi condotta da non
medici”, dove Freud denuncia i possibili
«inconvenienti della nevrosi di traslazione», ma
ribadisce che essa costituisce un passaggio obbligato
per raggiungere lo scopo terapeutico dell’analisi.
Dal 1926
in poi Freud non trattò più l’argomento
lasciando adito a diverse ipotesi, collocabili tra
due opposte polarità: per gli uni Freud non ne
avrebbe più parlato perché non aveva nulla di
sostanzialmente nuovo da aggiungervi, mantenendolo
quindi valido nella forma già espressa; per gli
altri lo avrebbe lasciato cadere perché, pur
senza dirlo apertamente, lo riteneva superato dagli
sviluppi del suo stesso pensiero.
II – Le questioni insolute
«Discutere in che cosa consista la nevrosi di transfert,
quale sia la sua natura e quali i suoi limiti è il
contenuto manifesto di una controversia accademica.
Tuttavia, le idee latenti che la determinano hanno a che
fare con modi diversi di intendere l’analisi e la sua
prassi, quando comincia e fin dove si estende il
transfert, come opera l’interpretazione, quale funzione
adempie il setting.»
(Etchegoyen, 1986, 682).
Il
concetto di nevrosi di transfert rappresenta il
filo conduttore di una riflessione sulla
specificità del processo terapeutico in psicoanalisi
e per alcuni una fonte non ancora esaurita di
potenzialità euristiche. Tanti sono gli autori che hanno
proposto una definizione e altrettanti sono i quesiti
sorti dopo tali tentativi:
1.
Il termine nevrosi di
transfert rappresenta una riproduzione della vita
sessuale infantile, o una neoproduzione transferale?
Quanto il concetto di regressione, e quindi parte della
metapsicologia freudiana, può ancora essere utile nel
riconoscimento di determinati fenomeni clinici?
2.
Perché non parlare più
semplicemente di “transfert” e mandare così in
pensionamento il concetto di nevrosi di transfert?
La classica
distinzione di Glover (1955) fra transfert “fluttuante”
e nevrosi di transfert, che fa leva sul carattere
organizzato e tendenzialmente stabile di quest’ultima,
non è condivisa da tutti. Anche tra gli autori fedeli
alla tradizione c’è chi, ad esempio Brenner (1982) o
Cooper (1987), pensa che si tratti solo di diversi gradi
di intensità del transfert e che parlare di nevrosi di
transfer sia pleonastico e tautologico.
Poi:
3.
Anche prescindendo
dall’accezione nosografica del termine “nevrosi di
transfert”, il concetto deve ritenersi comunque
vincolato alla metapsicologia freudiana delle nevrosi –
cioè alle coordinate edipiche della psicosessualità
infantile – oppure il suo significato può estendersi
fino a comprendere ogni genere di patologia passibile di
trasformarsi in una neopatologia transferale all’interno
del setting analitico?
Una
questione molto dibattuta è, infine, la seguente:
4.
Lo sviluppo della nevrosi
di transfert è una condizione auspicabile o addirittura
necessaria perché si realizzi un trattamento
psicoanalitico, oppure costituisce una evenienza
indesiderabile anche se non sempre e non del tutto
evitabile, al pari di un fenomeno iatrogeno di cui
l’analista dovrebbe almeno cercare di ridurre l’entità?
III – Una prospettiva
attuale: da “macchina del tempo” a principio
organizzatore dell’esperienza psichica
A mio
avviso, un autore che si è occupato del concetto di
nevrosi di transfert secondo una prospettiva
epistemologica attuale in grado di rispondere ad alcuni
degli interrogativi appena esposti, è Michele Bezoari. A
suo parere il pensionamento del termine è quantomeno
prematuro.
Per
delineare lo statuto teorico del concetto, in modo da
evitare i molti malintesi dovuti all’ambiguità del
termine che lo designa, si è avvalso del contributo di
Loewald (1971), il quale ha sostenuto l’opportunità di
considerare la nevrosi di transfert come un concetto
operazionale, un costrutto ideale, che funziona come un
principio organizzatore dell’esperienza analitica.
Anche
Lebovici (1979) è giunto ad affermare che la nevrosi di
transfert non è né una nevrosi, né una psicosi, ma è un
modello che organizza il transfert dando forma,
après-coup [1],
anche alla residua conflittualità arcaica e pre-edipica.
Bezoari (2002) ha
affermato: «Così sottratto al rischio della
reificazione e svincolato da ogni ipoteca nosografica,
il concetto può mantenere la sua validità per ogni tipo
di patologia - oltre a quella nevrotica - che si
dimostri trattabile con l’analisi: e ciò senza bisogno
di introdurre nuove specificazioni ad hoc, come psicosi
di transfert, perversione di transfert, ecc.» (Bezoari,
2002, 894).
Un’altra
importante linea di sviluppo della nevrosi di transfert
riguarda il concetto di nevrosi di controtransfert.
Inaugurata da H. Racker nel 1948, il quale affermò
l’esistenza di una nevrosi di controtransfert che
compare abitualmente, anche se in genere con intensità
lieve, nell’analista come risposta alla nevrosi di
transfert del paziente.
Quindi
possiamo definire un ipotetico, ideale andamento del
processo analitico, in cui l’instaurarsi del transfert
dell’analizzando sollecita il manifestarsi di reazioni
controtransferali dell’analista, comportando in questo
modo l’attuarsi di una dialettica continua all’interno
del binomio transfert-controtransfert.
Bezoari
afferma: «Tornando alla nevrosi di transfert, si può
dunque affermare che, una volta riconosciuto il suo
implicito versante controtransferale - cioè la
partecipazione dell’analista al suo sviluppo, prima che
alla sua interpretazione - essa acquista pienamente lo
statuto di neoproduzione inconscia che è opera della
relazione tra analista e paziente nel setting.» (Bezoari,
2002, 897).
A tal
proposito Bezoari commenta che per l’analista la nevrosi
di controtransfert, anche con il più rigoroso rispetto
del setting, non è limitata a fantasie e stati emotivi
interiori, ma si esprime attraverso la messa in atto di
ruoli e sequenze relazionali che solo in seguito
potranno essere pensati e interpretati ricollegandoli
alla vita affettiva originaria del paziente.
Questa forma
di partecipazione inconscia dell’analista è stata per
tanto tempo negata prima di essere riconosciuta come
componente essenziale della funzione analitica.
L’analista
quindi si troverà coinvolto con il paziente in dinamiche
relazionali di cui diverrà consapevole solo a distanza
di tempo e solo dopo un’adeguata elaborazione.
Gaburri nel
1992 ha sostenuto la necessità per l’analista di
esercitare la “capacità negativa” di cui parla Bion: il
non sapere attiene non solo a ciò che il paziente prova
e pensa, ma anche al ruolo che il terapeuta sta
inconsciamente “personificando”.
E ancora
Bollas: «Lo stato di controtransfert più normale è
rappresentato dall’esperienza di non sapere ancora.»
(Bollas, 1987, 209).
Quindi
diviene centrale per l’analista, come sostiene Carpy
(1989), «tollerare il controtransfert».
In
conclusione, Bezoari identifica nel processo analitico
una predisposizione al contenimento ed all’attivazione
di un “processo trasformativo” schematicamente
articolata in due livelli. Ad un primo livello viene
favorita l’emergenza nel campo analitico di
configurazioni relazionali inconsce modellate
prevalentemente dagli apporti dell’analizzando, a cui
l’analista partecipa in misura contenuta ma necessaria
ed irriducibilmente personale. Quelle che emergono sono
perciò “neoformazioni” e non semplici riproduzioni di
quanto è già inscritto nella storia e nel mondo interno
dell’uno e dell’altro. Il primo trattamento a cui va
incontro la patologia del paziente in analisi consiste,
dunque, nell’essere trasformata in una nuova entità
patologica, la nevrosi di transfert.
Al secondo
livello è situata la risoluzione della nevrosi di
transfert, la quale, grazie alle funzioni di
contenimento, interpretazione, “working-through”, rende
accessibili al paziente nuove e più libere forme di vita
psichica.
Bezoari
precisa che l’andamento della cura non è in realtà
concepibile come una successione lineare dal primo al
secondo di questi due livelli descritti. Bensì segue un
decorso spiraliforme, con movimenti ricorsivi e
oscillatori che sono propri della “nachträglichkeit”
freudiana.
A tal proposito è
importante ricordare che la teoria freudiana della
nachträglichkeit è una teoria della memoria che
definisce ciclica la trascrizione di tracce mnestiche,
in antitesi con l’esperienza percettiva di un tempo
lineare. Modell osserva: «…il principio che Freud
propone è il seguente: l’Io può costantemente
rimodellare la memoria in conformità con l’esperienza
immediata e attuale.» (Modell, 1994, 19).
Bisogna notare quanto
questo principio presenti delle chiare analogie con la
nevrosi di transfert, a cui Freud nel 1917 si riferisce
nei termini di una nuova costruzione, una nevrosi
recentemente creata e trasformata: «La traslazione
diventa così paragonabile alla zona di cambio fra il
legno e la corteccia di un albero, dalla quale deriva la
formazione di nuovi tessuti e l’aumento di spessore del
tronco. Non appena la traslazione è assurta a questa
importanza, il lavoro sui ricordi dell’ammalato passa in
secondo piano. Allora non è inesatto dire che non si ha
più a che fare con la precedente malattia del paziente,
bensì con una nevrosi di nuova formazione e
profondamente trasformata.» (Freud, 1917, 593).
La nevrosi di transfert,
allora, come ribadisce Modell (1994), appartiene
inequivocabilmente alla classe dei fenomeni descritti
nella categoria della nachträglichkeit. L’interesse
attuale relativo alla questione di considerare se la
nevrosi di transfert sia una ripetizione del passato
oppure una creazione recentemente formata non coglie
perciò la complessa relazione ciclica tra le fantasie e
le memorie affettive evocate dalla realtà attuale.
Modell (1994) ritiene che
il concetto freudiano di nachträglichkeit, inerente alla
ritrascrizione della memoria, abbia recentemente
ricevuto conferma da un’altra teoria della memoria
proposta da Gerald Edelman nel 1987 che sfida la
convinzione secondo la quale il sistema nervoso centrale
conterrebbe una registrazione di tracce mnestiche
isomorfa agli eventi così come sono percepiti.
L’analisi
quindi non mirerà più a realizzare un’organizzazione
psichica ideale “normale” o “più matura”, ma si limiterà
a creare le condizioni che rendano possibili
nell’analizzando spontanei processi di
autoristrutturazione.
In conclusione desidero
citare parte di un verso tratto dalla poesia di Thomas
Stearn Eliot intitolata “Burnt Norton” (1962) che bene
esprime l’evidenza paradossale di fatti regressivi in
quella neoproduzione transferale denominata nevrosi di
transfert:
«…
Ciò che poteva essere e
ciò che è stato
Tendono a un solo fine,
che è sempre presente.»
(T. S. Eliot, Burnt Norton, 1962)