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Il Cigno Nero - Il lato oscuro dell'identità


L’attuale contesto socio-culturale di cui siamo parte comporta sempre più la necessità di conoscere persone e di intrecciare relazioni estremamente diversificate e sempre più complesse.

Nell'arco di un'unica giornata ci troviamo ad interagire continuamente e a vestire panni molteplici che vanno dall'ambito familiare a quello lavorativo, da quello amicale a quello sportivo, per non parlare dei nuovi mezzi di comunicazione quali i social network, i forum, le chat e così via. All'interno di ognuna di queste aree stabiliamo numerose relazioni ed all'interno di ognuna di queste relazioni emergono parti diverse di noi. Ognuno di questi ruoli rappresenta un modo di essere della persona che li interpreta, un volto, un sé, uno stile relazionale.

Quali siano i meccanismi mentali in gioco nel mantenere rappresentazioni di noi talmente diverse eppure tutte caratterizzanti la medesima identità sarà il tema che tenterò di sviluppare in questo articolo. Non c'è relazione in cui non ci sia un aspetto di originalità che identifica quello e solamente quel rapporto con quella specifica persona, come viene così magnificamente espresso nel dialogo tra “il Piccolo Principe” e la volpe nel testo di Saint Exupéry.

Per semplificare possiamo dire che abbiamo tanti Sé quante sono le persone con cui abbiamo interagito nell'arco della nostra vita. Tuttavia c'è un aspetto paradossale, ovvero che ognuno dei nostri Sé esprime un’unica identità, siamo tanti e siamo uno contemporaneamente.

A questo punto si pongono alcuni quesiti:

  • Cosa ci succede quando tali rappresentazioni divengono tra loro inconciliabili, incoerenti?
  • Cosa accade ad una donna che è contemporaneamente stimata manager con predisposizione al comando e al contempo incapace di farsi rispettare in famiglia una volta dismessi gli abiti da lavoro?
  • Cosa succede ad un uomo che si divide tra il ruolo di marito affettuoso e amorevole in casa verso la propria moglie e quello di playboy avvezzo all’avventura e alla prostituzione fuori?
  • Cosa succede ad un bambino quando viene abusato sessualmente da un parente che è al contempo anche la fonte di sicurezza e di accudimento dovendo così integrare una rappresentazione di Sé di bambino amato e quella di vittima, a cui (come avviene in un’alta percentuale di casi) si associa il senso di colpa per quanto avvenuto e quindi un’ulteriore rappresentazione di Sé come co-responsabile?
  • Come fare a mantenere un'identità unica, coesa e coerente qualora ci si trovi a dover fronteggiare rappresentazioni così inconciliabili?


A volte il costo psichico di tali incongruità comporta un caro prezzo. Come ormai ben noto e scientificamente condiviso le conseguenze si indirizzano tra teorie del conflitto e teorie del deficit. Le conseguenze sintomatologiche inerenti le prime, più comuni e meno gravi, riguardano conflitti tra strutture intrapsichiche, siano esse implicite o esplicite. In questo caso si può essere facilmente preda di dimenticanze, anomie, sensazioni di deja vu, perdita di concentrazione, manifestazioni neurovegetative di lieve entità.

Mentre le seconde, più gravi ed oggigiorno in costante crescita, riguardano disorganizzazione della coscienza con gravi deficit di integrazione, importanti conseguenze a carico dell’Esame di Realtà; ad esempio Identità multiple si alternano ognuna all’insaputa delle altre, Disturbi Dissociativi di vario genere (derealizzazione, depersonalizzazione ecc.), Amnesie gravi e ricorrenti, Disturbi Post Traumatici da Stress (Vedi DSM IV – TR). [Per maggiori approfondimenti si rimanda ad autori quali Giovanni Liotti “La dimensione interpersonale della coscienza” e Vittorio Guidano “La complessità del Sé”].

Cosa determini se si vada incontro ai primi o ai secondi dipende generalmente da una predisposizione strutturale generata da variabili genetico-ambientali. L’arte e la letteratura descrivono meglio di qualunque articolo scientifico i meccanismi dell’animo umano. Consiglio, per chi fosse interessato ad approfondire questo argomento un autore tra tutti, Luigi Pirandello con opere quali “Uno, nessuno e centomila” o “Il fu Mattia Pascal”.

A livello cinematografico il film “Il cigno nero” di Aronofsky - prodotto nel 2010 - con una straordinaria Natalie Portman (vincitrice del Premio Oscar come migliore attrice protagonista) offre allo spettatore l’opportunità unica di immergersi pienamente dentro una grave dissociazione e le sue estreme conseguenze causata dall’insostenibilità di due parti del Sé di coesistere. Il Cigno Bianco e il Cigno Nero danzano con lo spettatore tragicamente senza mai incontrarsi l’uno con l’altro.



Dott. Valerio Rubino
Fabriano (AN)
Pesaro (PU)
Tavullia (PU)
Rimini (RN)

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