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Elaborazione del lutto |


Il lutto ed il cambiamento


Il lutto richiama il limite, la finitezza della nostra espansione e onnipotenza di esseri umani

“La nuova pianta nasce dalla morte del seme”

Il lutto è una parola che vorremmo che non ci riguardasse mai.

E’ un termine associato al dolore, alla perdita di una persona cara, di una speranza, di un amore o di una amicizia, della salute, della giovinezza … ma in realtà ci accompagna per tutta la vita fin dal suo sorgere, e non solo come incidente ma come elemento di sanità e di salute psichica associato ad ogni cambiamento e fase della vita come il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, la laurea, il matrimonio, la nascita di un figlio.

Utilizzare questa parola è quasi scandaloso soprattutto in un clima sociale e storico che ci invita all’accumulo di oggetti, di relazioni, dove l’immagine vincente sembra quella di chi consuma persone e situazioni alla massima velocità.

Il lutto richiama il limite, la finitezza della nostra espansione e onnipotenza di esseri umani che stanno scoprendo come il consumo esasperato bruci rapidamente le stesse fonti di vita e di sostentamento ma ciò nonostante, sembra illimitata la spinta maniacale.

Nella realtà quotidiana fermarsi, osservare, riflettere, sembrano azioni perdenti rispetto la corsa a riempire il tempo di rumori, suoni, incontri fugaci, sostanze che eccitano o rilassano. La prima inquietudine, un accenno di ansia viene registrato come “malattia” da estirpare rapidamente magari con uno psicofarmaco.

L’attacco di panico è diventato un sintomo molto diffuso che spaventa molto chi lo vive ma che potrebbe essere interpretato come una sveglia interiore, un trillio forte ed imperioso che avverte di quanto ci si è allontanati da sé stessi. Spesso la risposta è il tentativo di spegnere la sveglia, ma il tempo seguita a scorrere senza cogliere l’occasione di un cambiamento, di un ricongiungimento con le nostre origini.

Il sentimento della tristezza viene spesso scambiato per depressione, qualcosa da cui liberarsi rapidamente senza considerarne la funzione e le origini. Per sentirsi vitali e reali è invece essenziale riconoscere i sentimenti - compresi la tristezza e la malinconia - ascoltarli, dargli spazio senza per questo temere di essere malati o depressi. La depressione non corrisponde affatto al sentimento della tristezza, è una patologia che può manifestarsi anche senza tristezza ed è legata proprio alla mancata elaborazione di un lutto per una perdita.

Per poter vivere una vita serena è indispensabile acquisire la capacità di elaborare il lutto. Subito dopo la nascita viviamo una situazione di beatitudine nel rispecchio narcisistico con la madre, ma il primo compito del neonato e della madre, è il lutto originario, ossia la rinuncia all’illusione onnipotente di un’unione perfetta che tiene lontano l’ambiente esterno e protegge dagli stimoli interni. Il lutto originario determina la possibilità di poter affrontare tutti gli altri lutti della vita perché fonda la scoperta dell’oggetto e l’idea dell’Io.

Nel corso della vita è espressione di salute cercare di evitare il dolore psichico o fisico. Ma il dolore si presenta sempre quando perdiamo qualcosa di importante e significativo. In sè, il dolore è il segno di un buon funzionamento mentale, significa che l’Io è in grado di riconoscere una perdita oggettuale o narcisistica.

La patologia si può manifestare nel modo di affrontare il dolore, se questo viene negato, scisso, proiettato, significa caricare qualcun altro dell’elaborazione del nostro dolore. L’unico modo sano per liberarci dal dolore è il processo del lutto che inizia proprio nel riconoscere la sofferenza per la perdita.

É frequentissima l'evenienza misconosciuta che alla base di un malessere esistenziale o di vere e proprie patologie mentali personali, di coppia o dell'intera famiglia vi sia un lutto espulso, che pesa sulle generazioni successive che diventano “portatori” di un dolore affidatogli dai propri genitori.

Il processo di lutto è lento, progressivo, come scrive Freud in “Lutto e Malinconia”, un vero e proprio lavoro con fasi alterne, che permette di disvestire il passato per ritornare alla realtà attuale. Il processo di lutto può essere paragonato a quello della potatura di un albero che lo libera dai rami morti per dargli nuova linfa e forza di germogliare. Apparentemente l’albero è spogliato ed impoverito ma è proprio la perdita di parti di sé danneggiate, che permette la nuova fioritura.

Anche nel campo della salute mentale non sempre viene riconosciuta la centralità del processo del lutto, si assiste alla moltiplicazione dell’offerta di trattamenti brevi e centrati sul malessere, spesso si tratta di un tentativo di normalizzazione, di adeguamento dell’individuo alle aspettative sociali, di cancellazione del dolore che viene spogliato del suo significato e funzione. La promessa implicita è quella di cancellare la tragicità e l’infelicità della vita.

Vi è una diffusa ipertrofia dell’io che tende a mettere a tacere le emozioni e la ricerca di significati. Scrive Trevi, “ Oggi l’uomo è più consapevole della differenza tra una “norma ideale” –diversa per ciascuno di noi- e lo stato in cui si trova. Può esserci un disagio dovuto a vere forme nevrotiche, come una condizione acuta d’ansia o una depressione, che a volte scivolano addirittura nella psicosi. Spesso però il disagio non si presenta con le classiche sintomatologie, rimanda piuttosto ad un senso desolante di vuoto, alla percezione di una dolorosa insignificanza del proprio vivere che non consente di coltivare una piena vita affettiva e a volte neppure di adempiere ai propri obblighi sociali. La psicoterapia ha allora il valore di una detenzione da questo disagio, è la via che si può percorrere con la speranza fondata di un miglioramento: se la guarigione psichica è un traguardo troppo vago, una trasformazione positiva è invece un obiettivo possibile” (Dialogo sull’arte del dialogo) A fine gennaio 2008, è stato organizzato a Roma dagli analisti unghiani del CIPA, il convegno sul tema “Attualità e inattualità della cura psicoanalitica” , sede in cui si è discusso della possibilità e attualità della cura analitica che pone l’inconscio al centro dell’incontro terapeutico. L’analisi e le terapie psicodinamiche, richiedono tempo, lentezza, attesa, sostantivi che non sembrano più di moda rispetto parole quali obiettivo, rapidità, risultati. Ma proprio per questo, l’analisi acquista un valore ancora più centrale nel suo cercare, l’attraversare territori sconosciuti, vaghi, senza punti di riferimento.

Si diventa paziente per un dolore forte che fa sentire un senso profondo di sperdimento nella selva oscura carica d’ombre inquietanti e d’incubi neri. Si cerca la psicoterapia, quando si è persi, o quando ci si sente, come dice una giovane paziente, “un palloncino che nessuno tiene per il filo”.

E’ prezioso, per quanto doloroso, questo stato di smarrimento vissuto nella quotidianità, nel luogo più familiare che improvvisamente, magari dopo un trauma o un lutto, diventa perturbante ossia da luogo familiare si trasforma in terra straniera che ci fa sentire stranieri in quella che è la nostra stessa casa, origine, lingua. E’ proprio in questo luogo sconosciuto, per quanto prima familiare, che l’analista dovrebbe incontrare il paziente ed il suo desiderio di ritrovarsi.

Non c’è ritrovamento senza smarrimento. Per ritrovarci, come scrive Racamier,dobbiamo prima perderci.

BIBLIOGRAFIA

  • Freud Lutto e malinconia, Bolllati Boringhieri,1915.
  • Racamier Gli schizofrenici, Raffaello Editore,1983
  • Racamier Incesto ed incestuale, Franco Angeli, 1995
  • Racamier Il genio delle origini, Raffaello Cortina Editore, 1993
  • Trevi Il dialogo sull’arte del dialogo, 2008.
     

articolo presente sul sito della Dr.ssa Antinori → www.mariagraziaantinori.it/lutto.html



Dott.ssa Maria Grazia Antinori
Roma (RM)

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