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Psicologia Positiva |


L’ abbigliamento come strumento per la gestione delle emozioni


L’abbigliamento può essere usato come uno strumento per riattivare la sensazione di valore personale, autostima e di un più generale senso di benessere.

L’ ABBIGLIAMENTO COME STRUMENTO PER LA GESTIONE DELLE EMOZIONI

Gaia Vicenzi, psicologa psicoterapeuta cognitivo comportamentale

www.gaiavicenzi.com

 

L’abbigliamento può essere usato come uno strumento per riattivare la sensazione di valore personale, autostima e di un più generale senso di benessere.

L’importanza di un bell’abito nel migliorare lo stato psicofisico di chi lo indossa è stata dimostrata già nel primo studio di “fashion therapy”. Nel 1959, in California, con l’aiuto del Gruppo Californiano di Fashion, all’interno di un ospedale psichiatrico fu disegnato un abito per ognuna delle donne in esso ricoverate. Il risultato fu che, con la percezione soggettiva di apparire “belle” e “curate”, si riportò un significativo miglioramento delle condizioni cliniche.

Ad oggi sono ancora pochi gli studi che dimostrano in modo sperimentale gli effetti benefici dell’indossare un bell’abito o, meglio, dell’indossare un abito che ci faccia sentire belli ma è evidente come i vestiti sappiano esprimere il nostro sé e, in esso, le emozioni che vi abitano.

Worrell già nel 1977 aveva dimostrato come l’interesse nell’abbigliamento decresca all’aumentare della depressione; diversi e successivi studi hanno sottolineato come, negli stadi in cui la depressione sia lieve o moderata, l’attenzione al look possa essere utilizzata come vero e proprio strumento per migliorare l’umore.

In altre parole, l’abbigliamento è una forza significativa nella valorizzazione del sé e, quando ben usato, contribuisce alla percezione di auto accettazione, rispetto di sé e autostima.

Alla luce di questa premessa, ritengo –come psicologa- che potrebbe essere utile per tutti i miei colleghi avere una conoscenza, per quanto sommaria, dell’importanza dell’abito nel definire l’immagine di sé e come questa importanza possa essere declinata in una duplice prospettiva.

Da un lato lo psicologo dovrebbe poter dare importanza all’abito che lui stesso indossa quando impegnato professionalmente: è anche attraverso l’immagine, e l’abbigliamento che la ricopre, che si costruisce la relazione con il paziente/utente, aprendo o meno alla possibilità che tale relazione sia basata sulla fiducia e sulla stima.

Dall’altro lato, lo psicologo dovrebbe saper indicare l’importanza dell’abito allorché – nel contesto professionale in cui opera- si trovi a supportare una persona a lavorare al suo benessere (sia esso uno psicologo clinico, o del lavoro, che lavori in un setting privato o pubblico, con adolescenti, adulti o anziani…).

L’abito che indossiamo, inoltre, ha una duplice valenza: sia trasmette agli altri un’immagine di noi (e ne determina, quindi, le reazioni comportamentali) sia trasmette a noi stessi un’immagine di noi stessi (influenzando le nostre emozioni).

Diversi sono gli studi, soprattutto provenienti dalle scienze sociali, che hanno dimostrato come l’abito indossato sappia influenzare il comportamento di chi lo indossa e di chi con esso si trovi ad interagire. Lo studio più emblematico a riguardo è quello del’esperimento carcerario di Stanford, condotto tra il 1972 e il 1973.

Ritengo che per aiutare le persone a costruire e a lavorare su una positiva immagine di sé, l’attenzione al look sia un argomento necessario.

Con questo pensiero ho proposto il seminario Co.Moda.Mente (per informazioni www.co-moda-mente.com).



Dott.ssa Gaia Vicenzi
Pavia (PV)

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