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Terapia Sistemico Relazionale |


L'utilizzo delle foto in psicoterapia


L'utilizzo delle foto in psicoterapia individuale e familiare come strumento utile per accedere a vissuti emozionali, temi generazionali e modelli relazionali rimasti inespressi o al di fuori della consapevolezza

La foto, ed il rapporto che gli individui e le famiglie hanno con essa, è cambiato nel tempo. All’inizio del ‘900 le persone avevano poche foto: il giorno del matrimonio, la partenza in divisa per il servizio militare e, per i più abbienti, le foto di interi gruppi familiari in momenti significativi dell’esistenza. Le persone si ponevano di fronte a queste foto innanzitutto in contemplazione del fenomeno fotografico e poi dei contenuti specifici che assumevano il significato di punteggiatura rispetto alle storie narrate di fronte al camino, un modo per trasmettere cultura, valori e miti familiari.
Con il migliorare dei livelli socio-economici e con lo sviluppo di tecnologie più a basso costo, si è raggiunta oggi una tale abbondanza di scatti per cui spesso le foto sono conservate in uno specifico cassetto e poco riguardate rispetto alle rare, costose e preziose foto di una volta, riposte con cura in eleganti album di famiglia e sfogliati con devozione. E nell’atto di sfogliare, di solito un momento particolare della relazione nonno/a-nipote, si dipanavano storie, emergevano segreti che suscitavano curiosità e senso di appartenenza, paura e bisogno di distanziarsi, comunanza e familiarità, estraneità e disagio.
La diffusione del digitale ha ulteriormente modificato il rapporto con la foto: consente di scattarla e rivederla dopo pochi secondi per selezionarla e modificarla, in base ai desideri del momento. In questo modo la foto non è più testimone, a volte scomodo, di eventi il cui significato emerge di volta in volta dall’incontro con il suo osservatore, è piuttosto un artefatto volto a creare una realtà virtuale fondata sull’omissione di tutti quegli aspetti che risultano spiacevoli per la persona.  Questo moderno e attivo controllo si aggiunge a quello che dava l’opportunità di non mostrarla o di mostrarla a chi e quando si desidera (“Informazione, Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia”, n. 7, 2006).
Queste nuove tecniche non tolgono comunque valore ad un elemento fondante il lavoro psicoterapeutico con le fotografie: il loro significato dipende da chi le osserva e dallo specifico momento esistenziale che la persona sta attraversando; la foto mostra in silenzio, lasciando emergere dallo sfondo, solo ciò che l’osservatore è disposto a vedere (Weiser, 2001).
La foto è un potente mezzo evocativo, ricco di elementi colorati da sentimenti e valori personali, da temi generazionali e modelli relazionali che possono evocare ulteriori momenti esistenziali. L’immagine fissa un istante e quell’istante può avere un numero infinito di significati, ciascuno emergente in relazione al contesto in cui la foto viene rivisitata, alla sequenza in cui viene inserita e al processo narrativo che la persona sta mettendo in atto.
L’immagine evoca in modo molto più efficace delle parole che, per loro natura, tendono a definire anche ciò che non è facilmente definibile. La foto porta anche con sé elementi di ambivalenza dovuti al fatto che, da una parte, è eterna, fissa l’istante sottraendolo al passare del tempo, dall’altra invecchia, ingiallisce, ci parla di persone che si sono trasformate o che non ci sono più: è un testimone del vivere nel tempo.
Infine, la riattualizzazione dell’esperienza suggerita dalla foto evoca emozioni che, a loro volta, funzionano da ponti per accedere e comunicare ulteriori sentimenti e ricordi.
In ambito psicoterapeutico, è possibile un uso molteplice delle foto con modalità più o meno strutturate a seconda dell’approccio utilizzato. Nella terapia sistemica e relazionale rappresenta un valido strumento finalizzato a lavorare sul trigenerazionale, abbracciando così più generazioni che non possono essere presenti in carne ed ossa nel qui ed ora del setting terapeutico (Marchetti, 2015).
Il genogramma fotografico rappresenta infatti una variante all’utilizzo di uno degli strumenti cardine di questo modello, il genogramma, una sorta di albero genealogico delle relazioni familiari, un diagramma che organizza le informazioni sul ciclo vitale del nucleo familiare circa i legami, gli eventi e le separazioni della famiglia attraverso due o tre generazioni (McGoldrick e Gerson, 1985). Il genogramma fotografico consente di lavorare mantenendo un doppio focus: sul sistema e sul vissuto emozionale evocato dall’immagine. L’osservazione di una foto, o di una serie di foto, consente l’innescarsi di un processo che unifica mondo presente, ricordi e fantasie dell’osservatore. Il racconto che accompagna e plasma l’osservazione rende la persona in grado di scoprire e afferrare aspetti della sua esistenza rimasti invisibili e informi fino a quel momento. Le immagini scelte e portate dal paziente o dalla famiglia in terapia forniscono un valido spaccato della storia familiare, consentendo l’accesso a miti, regole e ruoli che nel tempo si sono conservati oppure si sono esauriti o modificati (Marchetti, 2015).
Rodolfo De Bernart (2005) ha postulato l’utilizzo delle foto anche in terapia individuale come strumento che consente di accedere, partendo dalle radici familiari, all’esperienza ed all’integrazione individuale e si è così espresso in merito all’utilizzo delle immagini in psicoterapia: “Attraverso le immagini si preserva la memoria e l’identità storica e culturale. La rappresentazione è allora il tempo-spazio grazie al quale si rende presente l’assente: non solo sul piano dell’evocazione ma su quello della vera e propria sostituzione oggettuale” (2014).
L’utilizzo delle foto in terapia rientra nell’ambito delle cosiddette “tecniche attive”, particolarmente utili in quei casi (ma non solo) in cui le situazioni si presentano come “preverbali”: i pazienti non ce le raccontano perché non le sanno raccontare. Fare e far fare diventa indispensabile come modo per attivare la riflessione, per mantenere viva la relazione terapeuta-paziente e proporre elementi perturbativi. Le azioni comuni, inoltre, creano contesti di significato e permettono di “sentirsi sentiti”. Tutto ciò all’interno di un’ottica che ci vede tutti parte del contesto  ed in cui tutti siamo chiamati a metterci in gioco in maniera intensa, partecipata, al fine di influenzare attraverso le azioni e le parole il campo semantico che si sta costruendo (Telfener, 2015).


 



Dott.ssa Monia Biondi
Cervia (RA)

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