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Domande di Psicologia

Domanda di Varie

Non sfogo mai la mia aggressività, ma credetemi è molto forte.

Alessandro

20-07-2016

Buon giorno, intanto volevo scusarmi per la scelta vaga della categoria medica, il problema è che la mia problematica è tanto vasta e complessa quanto, in fin dei conti, non realmente patologica, quindi non saprei quale categoria scegliere. Dunque. Non so da dove partire. Io ho un problema che negli anni ho combattuto sia da solo, che avvalendomi della psico-terapia, ma non ha senso parlarne estensivamente sul web, quindi mi concentrerò sui punti critici, gli altri li risolverò da solo. Io sono una persona tanto aggressiva quanto dolce. Non sfogo mai la mia aggressività, ma credetemi è molto forte. Dall'altra parte, la mia metà più emolliente non approva quella parte del mio carattere, e io non riesco a farle combaciare. Per essere più dettagliato, dire che sono aggressivo non è del tutto corretto: il mio è più uno snobismo arrabbiato, derivante dalla discrepanza che incontro nella vita tra come le persone sono, e come secondo me dovrebbero essere. Per inquadrarmi subito (sebbene inquadrare sia sempre un po' ghettizzare) potrei essere definito come un uomo che crede fermamente (dopo quindici anni di studi in fisica quantistica, compreso un curriculum universitario purtroppo lasciato incompiuto) in Dio, ed è altrettanto convinto, proprio in modo psicologicamente pervasivo, che Dio sia un Futurista e voglia da noi, suoi figli, che se ne assecondino gli ideali. Incenerire tutto per creare un'utopia. Un'utopia fatta di forza, futuro, e etica al posto della morale. Potreste pure definirmi un “immoralista“. Ho scritto pamphlet filosofici sui benefici spirituali che la pornografia ha apportato al mondo in quanto forma di demistificazione e liberazione. Ecco, sono quel tipo di persona. Sbagliereste però se mi riteneste un esagitato, o uno isolato nelle sue idee. La mia convinzione che la vita vada addentata con Nietzscheana vitalità non mi porta (cosa che Nietzsche non voleva, e che gli è stata spesso messa in bocca) ad essere ottuso nel mio entusiasmo, o a schiacciare gli altri. Ma ne disprezzo in modo tremendo il moralismo. Mi fa quasi paura. Vedo le persone come mostri, inquisitori pronti a gettare il cellulare e impugnare catene e croci alla minima provocazione. Quando parlo con qualcuno ho sempre l'impressione di star parlando con un pazzo violento, che sta attraversando una fase passiva, ma d'innanzi al quale è bene non abbassare mai la guardia, ed andarsene in fretta. Ovviamente, capite bene che questo mi porta ad un'inevitabile antipatia per regole e gerarchie, perché dispongono di un potere che secondo me non meritano. Ci vado d'accordo finché sono onorevoli, ma una volta ad esempio (chi ha orecchie per capir capisca) “un mio amico“ è stato licenziato in un posto che lo faceva lavorare al nero, e “questo mio amico“ ha fatto poi una soffiata alla finanza che è andata a controllare e gli ha fatto una multa tale che hanno quasi chiuso. Mi arrabbio facilmente, e sebbene non sia tipo da violenza fisica o da manipolazioni mentali, sono verbalmente molto abusante. Capite bene che sono disoccupato da tempo, diventa inevitabile. Ora, il punto è che, tecnicamente, io sto guarendo da questa cosa. Con gli anni e la terapia, sto imparando da dove origina. Ed è lì il problema. So come colpire al cuore il problema ma sono bloccato da mille piccole cose inconsce che formano una rete. Il nodo è questo: mia madre era una donna molto carismatica e intelligente, ma emotivamente fredda. Io invece ho sempre trovato nell'empatia il giusto riequilibrante del mio snobismo. Alla lunga non tiene, ma non è ipocrisia, dovete credermi, sono una persona sensibile, e altruista finché il clima non si fa così teso (per via delle forti discrepanze caratteriali tra me e il resto del mondo)che devo allontanarmi. Quindi ho sempre amato la dolcezza e la gentilezza, non le vedo come qualcosa di finto ma anzi, nel mio pantheon degli archetipi, è la Bella che ingentilisce la Bestia, a livello profondo. Amo la bellezza e la dolcezza. Darle, tanto quanto riceverle. Fondamentalmente, il mio snobismo deriva dal fatto che non le trovo quasi mai in giro! Il punto qual è? Che mia madre non mi ha mai fatto sentire amato o importante. Mi ha messo al mondo solo per dimostrare a sua madre che avrebbe saputo essere un genitore migliore di lei, ma non si aspettava un figlio con un QI di 170 e oltre, contestatorio e collerico. Quando ha visto che non le sarei stato utile, ha fatto mia sorella, e l'ha tenuta al guinzaglio per un po'. Quando anche lei ha preso la sua strada, ha praticamente lasciato casa per andare a lavorare in una casa famiglia. Io ovviamente la odio da morire. Le voglio anche un mondo di bene, la mia metà buona mi ricorda che l'essenza dell'entusiasmo è l'ottimismo, quindi mi sento incitato a non esagerare nei piagnistei e a non vedere mia madre solo al negativo, ma il dolore è fortissimo. Sono giunto alla conclusione che questo problema abbia radicalizzato il mio dualismo tra la mia parte esigente e severa, e quella amicona, che non si sopportano a vicenda. Io però non riesco a spezzare la sudditanza psicologica da lei perché... perché nell'istante in cui lo farò, sarà la prova che sono indipendente. Lei non vede l'ora che me ne vada di casa, mi ha sempre escluso visto che non le ero stato utile, e ora vuole chiudere il cerchio. Restare bambino (ci scommetto un occhio che è la causa della mia disoccupazione) mi sembra l'unico modo per darle motivo di volermi ancora quell'ultimo briciolo di bene che mi pare provi per me. Ho troppo dualismo dentro tra la parte amicona, che diventa servile, e quella austera, che diventa vendicativa. Non mi sento autosufficiente o capace di andare nel mondo. Ma mi rendo conto che è solo una paura: sono un OSS diplomato col massimo dei voti e parlo la lingua dei segni, e durante il Servizio Civile Nazionale sono stato spesso fatto team leader. Quindi non faccio tanto schifo. Non però sono riuscito a concentrarmi abbastanza da finire l'università, anche perché i miei non mi hanno mai spalleggiato (in nulla in realtà, da quando mamma ha notato che non volevo ubbidirle). Sono pieno di rabbia contro tutte le opportunità di crescita che ho perso per colpa loro (il sabato sera avevo il coprifuoco a mezzanotte fino a 19 anni) e per evitare di lanciargli un piatto o roba simile ho attinto a pieno dalla mia parte servile, e ora è scivolato fin nell'inconscio e anche solo ad ammettere che quella rabbia c'è mi sento in colpa. Vorrei iniziare un percorso tutto mio lontano da lei ma ho troppa paura di rivivere l'abbandono, quando le dirò che ho trovato lavoro e affitto e vedrò nei suoi occhi che non le fa né caldo né freddo al di là dei comportamenti esteriori, perché in senso ontologico non mi ha mai sentito come suo figlio. Una volta me lo disse pure; non con cattiveria, con stanchezza: “Tu sei un mistero per me: come se io fossi stata solo il canale, ma non fossi tua madre“. Lei è una donna acculturatissima e non da aria alla bocca, diceva sul serio. E non ha mai fatto nulla per capirmi. Lei non voleva che io avessi un'identità: voleva solo che le facessi fare bella figura con sua madre. Peccato che invece ha solo dimostrato di non saper essere madre in alcun modo. Ora,un buon metodo che ho per portare avanti le mie vecchie psico-terapie (interrotte per discrepanze spirituali sottili ma potenti coi miei terapeuti, oltre che per problemi economici) è attingere da una parte di me artistica (e un po' tenebrosa) su cui lei ha poco carisma, il fatto è che a quel punto ci pensa la parte di me tranquillona ad aver da ridire! So che se non riuscirò a sanare almeno un minimo questo mio dualismo tra parte tenera e parte ostile non mi sentirò mai capace di fare a meno di mia madre e andare nel mondo, ma non so come convincere queste due parti di me a collaborare. Vorrei un piccolo consiglio in proposito. Inoltre, tanto per chiarirmi le idee: se secondo voi sto dando la colpa al problema sbagliato e avete da consigliarmi un cambiamento di tecnica, fate pure! Sappiate che con me non serve tanta carineria, e che alle volte una telefonata di quindici minuti al mio terapeuta mi è bastata per tutto il mese successivo, perché so far fruttare i consigli. ps non consigliatemi di riprendere la terapia. Non ho soldi, punto primo, e secondo, quella apparente sciocchezza un po' roboante che ho scritto all'inizio sul Futurismo come religione... non è la sciocchezza che sembra. Io sono ossessionato dalle energie catartiche, dell'inconscio profondo. L'idea di distruggere la forma e le parti di noi associate ad essa, per liberare l'essenza e scatenare l'entusiasmo, la libertà e il furore che ne derivano. La quasi totalità dei terapeuti ha una personalità che, a livello profondo, “spirituale“, è anabolica. Costruiscono, perché sentono che l'inconscio profondo è come un fiume in piena da incanalare in una diga idroelettrica. Io sono catabolico in senso ontologico. Secondo me l'inconscio profondo è un dio pagano irato perché non lo adoriamo più. Ha una sua morale e un suo meccanismo autoregolatore che bypassa la superstiziosa sfiducia dei terapeuti moderni che non ne hanno ancora prove scientifiche - e che non le troveranno mai, perché sono terrorizzati all'idea che l'inconscio profondo non abbia bisogno di strutture, e che dovremmo stare a sentire la sua etica invece di imporgli la nostra. Ai miei occhi, le persone anaboliche sono come grasse. E fanno ingrassare. Tutta la loro natura è convinta che la verità vada filtrata e irreggimentata. Secondo me, è come aumentare di forfait il limite massimo di colesterolo da 180 a 200 (è stato fatto dalla Sanità negli ultimi anni) perché quasi nessuno stava sotto i salubri 180. Lasciare in vita ciò che in noi non sa reggere la verità è come dare spazio ad un tumore. Io cerco la verità al di là di tutte le forme e le rassicurazioni. Voglio imparare a relazionarmi alla tigre nella sua giungla, non voglio trascinarla in uno zoo. Se questo mi porterà (lo ha già fatto) a farmi vedere come mere elucubrazioni mentali tutto lo scibile umano degli ultimi seimila anni, pace. La natura non ha irreggimentazioni. Eppure è etica. Equilibrata. Un animale sa quando attaccare e quando lasciar stare. Non innesca il giochino patetico di odio>>>mi trattengo. Se è il caso di attaccare lo fa. Sennò, NO. Quello è l'uomo che cerco di costruire. Nessuna morale. Nessuna legge. Nessuna struttura. Solo perfezione dinamica. E nessun terapeuta sa guidarmi in questo. Ciò che mi serve è solo un piccolo consiglio. Se fossi pericoloso non avrei la fedina penale completamente immacolata a quasi trent'anni, giacché sono così da quando ne ho dodici. Consapevole che non tutte le domande vengono evase, ma ringraziandovi in anticipo per questa opportunità che offrite tramite questo sportello, vi pongo fin da ora i miei più Distinti Saluti.



Le risposte dei Professionisti

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Risultati trovati: 4
21-07-2016  

Gentile Alessandro,

lei effettivamente quasi spaventa e annichilisce per le sue capacità dialettiche; ad ogni modo sembra emerga chiaramente un problema di raporto con sua madre ed una dificoltà a diventare autonomo:

Problemi del genere spesso sono molto difficili se non impossibili da risolvere se non c'è la collaborazione anche del genitore, vale a dire se non si effettua una terapia familiare o qualcosa che si assimili ad essa. Infatti in genere sono sufficienti pochissimi colloqui con i genitori, non di rado uno solo. 

La invito perciò a non considerare preclusa questa possibilità perchè è sicuramete la più efficace forma di terapia.

In alternativa, ma solo dopo aver escluso la prima opzione, le consigierei di riprovare a livello individuale con la Terapia Strategica Breve perchè forse essa riuscirebbe ad aggirare il problema relazionale. (mi spiace averle riproposto una terapia, ma se vuole può contattarmi per una consulenza per sperimentarne comunque l'utilità)

Cordiali saluti



22-07-2016  

Buonasera Alessandro,

un animale prima fà, seguendo il proprio istinto e poi pensa. 

Un uomo al contrario prima pensa e poi fa. Ecco il dilemma.

come già avevano ben sintetizzato gli antichi greci, l'uomo è per metà divino e per metà animale... 

abbiamo due parti primarie nella nostra mente: la valutativa(divina) e la constatativa(mammifera).

La valutativa è fatta dai nostri pensieri di valutazione e tende a rendere la realtà sempre più soggettiva.(poi sul termine di realtà ci sarebbe da discutere molto...)

Abitare il proprio corpo significa utilizzare la propria mente constatativa ed iniziare a sentirci semplicemente mammiferi imparando a relazionarci serenamente con le nostre emozioni. Non so che percorso terapeutico tu abbia fatto, ma se non lo hai ancora fatto di consiglio di valutare l'approccio bioenergetico.

Saluti.



22-07-2016  

Gentile Alessandro, dal quadro che, con viva compartecipazione emotiva, sottopone si evidenziano come lampanti due elementi: in primis, una visione di sé e della propria identità psichica non completamente delineata; per certi tratti, cioè, adolescenziale. Bisognerebbe vedere anche quanto alto sia il livello di idealizzazione (che sembra comunque elevato) e la mancanza di realismo nel rapporto con la società e gli altri, e insomma con la realtà; e, in quanto, tale, inevitabilmente generatore di smarrimento e insoddisfazione. Solo una ristrutturazione della personalità, attraverso un approccio centrato sul ‘profondo’ – insomma un lavoro sulle emozioni, fin nell’inconscio – potrebbe reindirizzarla su una strada di effettiva crescita personale e di costruttiva e progressiva maturazione psicologica, per arrivare a dare, per così dire, una svolta alla Sua vita, e nel contempo riavviare una soddisfacente e realistica socialità in tutti i suoi aspetti.. Un approccio A Distanza (online, intendo via chat), previo consulto telefonico gratuito, potrebbe in tal caso essere valido per ristrutturare le parti immature e adolescenziali della Sua personalità ed eliminare dai suoi ‘meccanismi’ quei granelli che – per così dire – ne ostacolano il corretto e felice funzionamento in direzione della crescita personale e dello sviluppo adulto della Sua identità. Cordiali saluti.



02-08-2016  

Gentile Alessandro,

dalla presentazione che lei fa di sé, del proprio pensiero e delle proprie esperienze si evince perfettamente che le sue capacità mentali e dialettiche superano di gran lunga le capacità medie della popolazione e lei ne è perfettamente consapevole. Ciò però non le garantisce un approccio sereno ed equilibrato nei confronti dell'esistenza e lei è chiaramente consapevole anche di questo. Viene spontaneo chiedersi quindi quale metodo si possa utilizzare per placare la sua rabbia, che non è indirizzata su un unico bersaglio, ma a 360° verso tutto ciò che lo circonda. Di certo non dovrà essere un metodo "mentale", razionalizzante, perché non aggiungerebbe nulla a ciò che lei ha imparato a fare benissimo da sé, grazie alla sua attitudine intellettuale.

Le direi quindi di spostare il focus su tutte quelle aree di sé che fino ad ora ha tralasciato o che per lo meno non sono state sviluppate a sufficienza: in primis l'aspetto emotivo e quello corporeo. 

Le sconsiglierei quindi una psicoterapia che si avvalga di metodi cognitivi o eccessivamente razionalizzanti, ma le direi invece di orientarsi verso pratiche quali la bioenergetica, lo psicodramma, l'ipnosi o altri approcci poco analitici.

Un caro saluto



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