
Negli ultimi decenni
l’interesse per l’influenza dei fattori psicosociali nel
decorso delle malattie tumorali è andato crescendo.
Di
pari passo è aumentata la richiesta di aiuto
professionale agli psicologi da parte del personale
oncologico.
Il
compito dello psicologo è quello di comprendere i
bisogni del paziente ed intervenire in tutte le diverse
fasi cronologiche della progressione del cancro.
Nella
fase pre-diagnostica, quando il problema
viene affrontato per la prima volta, i pazienti si
confrontano con la paura del dolore, della menomazione,
dell’isolamento e della morte.
In
questa fase, come in quella diagnostica
che segue, il problema è quello di una corretta
informazione da parte dell’oncologo. Idealmente la
notizia del cancro deve essere comunicata in modo non
affrettato, bilanciando gli aspetti negativi con le
prospettive di speranza realistiche e la promessa del
proprio impegno personale nella cura.
Lo
psicologo viene interpellato quando il comportamento del
paziente interferisce con il piano terapeutico. I
problemi più gravi sono quelli di una negazione di
malattia, di un fatalismo paralizzante, di una rabbia
incontrollabile, di una autoconsapevolezza eccessiva e
di una ideazione persecutoria. La fase di
trattamento può richiedere un intervento di
sostegno per le paure di dolore legate all’intervento,
di perdita di controllo e di aumento di vulnerabilità.
Le perdite riguardano le privazioni di un seno,
dell’utero, di un arto, dei capelli, oppure il lavoro, i
contatti sociali, la possibilità di muoversi liberamente
e la funzionalità sessuale. Nella fase
post-trattamento i pazienti devono fare i conti
con i timori di eventuali ricadute quando i medici non
controllano direttamente il decorso e quando non c’è un
trattamento in atto.
Nell’eventualità di una ricaduta può insorgere una grave
depressione o uno stato ansioso.
Nella
fase di progressione di malattia i
pazienti cercano disperatamente nuove informazioni,
medici e terapie alternative.
Infine nella fase terminale/palliativa vi
è la presa di coscienza della natura irreversibile della
malattia. Le preoccupazioni possono riguardare
l’abbandono, la perdita di dignità del proprio corpo, il
dolore fisico, l’angoscia per le aspirazioni non
realizzate e i figli lasciati senza protezione.
GLI ASPETTI CLINICI
Reazioni psicologiche ed adattamento
E’
risaputo come la malattia cancro, con il suo significato
di importante stress emozionale, sia in grado di
produrre, nei diversi individui, una serie di reazioni
psicologiche che si esprimono sotto forma di fenomeni di
attivazione biologica, di vissuti soggettivi e di
reazioni comportamentali.
Tali
reazioni sono del tutto comprensibili se si tiene conto
delle modificazioni che le emozioni provocano sia a
livello somatico che a carico del sistema vegetativo,
endocrino ed immunitario, oltre che delle modalità
differenziate con cui le emozioni vengono
preferenzialmente espresse dal singolo individuo, alcuni
soggetti privilegiando, in questo senso, la scarica
comportamentale dell’emozione, altri trasferendo la
stessa sul piano somatico.
I
meccanismi difensivi messi in atto dal paziente sono
finalizzati all’elaborazione dei vissuti e delle
emozioni suscitati dalla malattia: è fondamentale
che il paziente riesca, alla fine di questo percorso
adattivo, ad orientare diversamente la propria
progettualità esistenziale, in modo che essa possa in
qualche modo contenere la malattia neoplastica e le
angosce di morte ad essa correlate.
Diversi Autori hanno riconosciuto nei pazienti
oncologici alcune fasi inerenti la reazione psicologica,
accompagnate da corrispondenti meccanismi difensivi:
-
una fase del dubbio, che si estende dalla
comparsa dei sintomi iniziali di malattia alla
definizione diagnostica; è caratterizzata da vissuti
angosciosi correlati all’esecuzione degli esami e
degli accertamenti clinici e durante tale fase nel
paziente predominano meccanismi difensivi di
negazione, di rimozione, di razionalizzazione;
-
una fase
diagnostica, particolarmente difficile per il
paziente e i suoi familiari, oltre che per il
curante, in cui dapprima operano massicciamente i
meccanismi di negazione, con una successiva graduale
presa di coscienza ed una possibile alternanza di
vissuti d’angoscia e di fiducia nell’efficacia delle
terapie;
-
una fase di
ospedalizzazione/fase terapeutica, nella quale
si realizza, con l’ingresso nella struttura
ospedaliera, una sorta di spersonalizzazione
dell’individuo che si percepisce quasi
esclusivamente come portatore di una patologia,
piuttosto che come individuo nella sua complessità.
In questa fase possono manifestarsi varie
problematiche connesse con l’esecuzione di
terapie più o meno complesse (chirurgiche, chemio- e
radio-terapiche), sovente gravate da effetti
collaterali particolarmente debilitanti e fastidiosi
per il paziente;
-
una fase di ripresa
della malattia, che, qualora si manifesti,
rappresenta il periodo di maggiore rischio per la
comparsa di disturbi psichiatrici, particolarmente
di tipo depressivo e ansioso;
-
una fase terminale,
nella quale vengono, in genere, attuate delle
terapie palliative mirate ad alleviare le sofferenze
del paziente nell’ultimo periodo della sua
esistenza. In ambito psiconcologico è di primaria
importanza, in questa fase, farsi carico delle
esigenze psicologiche del paziente, oltre che dei
familiari, aiutandoli ad elaborare la separazione ed
il lutto imminenti.
Il
Coping
Il
Coping rappresenta la modalità
cognitivo-comportamentale con la quale un individuo
affronta la malattia e, più in generale, la capacità di
affrontare i problemi e le loro conseguenze sul piano
emozionale. Rappresenta, in definitiva, la modalità di
adattamento propria di ciascun soggetto di fronte ad un
evento negativo, stressante, in quanto ciascun individuo
presenta uno specifico e peculiare stile di coping.
In
ambito oncologico lo stile di coping del paziente è un
parametro di grande rilevanza per le sue molteplici
implicazioni che si riverberano sulla modalità di
reazione psicologica e sull’adattamento psicosociale
alla malattia, sulle possibili complicanze
psicopatologiche, sulla qualità della vita successiva
alla diagnosi di neoplasia, sulla compliance ai
trattamenti antineoplastici e, con molta probabilità,
anche sul decorso biologico e sulla prognosi stessa
della malattia.
Diversi cofattori si rendono responsabili della messa in
atto di un particolare stile di coping da parte di un
individuo: il tipo, la gravità e la sede della
patologia, le caratteristiche psicologiche e di
personalità (compresi eventuali disturbi psichiatrici
preesistenti), il precedente livello di adattamento
raggiunto dal soggetto, il significato attribuito al
cancro anche in relazione all’età, a fattori culturali e
religiosi, alla presenza ed all’entità del supporto
sociale.
Secondo Burgess e coll. sarebbero riconoscibili quattro
diversi profili di coping in presenza di una
malattia neoplastica, contraddistinti da differenti
livelli di ansia e depressione, oltre che da differenti
risposte comportamentali:
-
hopelessness/helplessness,
caratterizzato da elevati livelli di ansia e di
depressione, dall’incapacità di mettere in atto
strategie cognitive finalizzate all’accettazione
della diagnosi, dalla presenza di numerose risposte
comportamentali, dalla convinzione dell’esistenza di
un locus di controllo esterno sulla malattia;
-
spirito
combattivo,
contraddistinto da moderati livelli di ansia e di
depressione e da numerose risposte di confronto,
palliative e comportamentali, attraverso le quali il
paziente cerca di reagire positivamente
e costruttivamente alla situazione, mantenendo una
convinzione di controllo interno sulla malattia;
-
accettazione
stoica, con bassi livelli
di ansia e depressione, attitudine fatalistica,
convinzione di controllo esterno sulla malattia;
-
negazione/evitamento,
in cui appaiono del tutto assenti sia le
manifestazioni ansioso-depressive, sia le strategie
cognitive, nella convinzione da parte del paziente
di un controllo sia interno che esterno nei
confronti della malattia.
In uno studio condotto su
pazienti oncologici sono stati identificati quindici
stili di coping diversi nei confronti della neoplasia,
ai quali corrispondono altrettanti meccanismi difensivi,
tra i quali i più frequentemente riscontrabili sono la
rassegnazione fatalistica (che si esprime col mantenere
un atteggiamento di completa passività nei confronti
della malattia), la proiezione (che consiste
nell’attribuire ad altri o a situazioni esterne la causa
della malattia), la razionalizzazione (con ricerca e
richiesta di informazioni sulla propria patologia), il
confronto (porsi realisticamente di fronte al problema),
la compliance (consistente nell’avvalersi del supporto e
delle indicazioni di persone di fiducia).
Le risposte emozionali più
comuni in pazienti nei quali sia stata posta diagnosi di
neoplasia sono rappresentate dai seguenti atteggiamenti:
-
"spirito
combattivo”, atteggiamento
di ottimismo e di fiducia nelle proprie capacità al
fine di fronteggiare e sconfiggere la malattia;
-
“negazione-evitamento”,
con tendenza a minimizzare l’entità e la gravità
della patologia, mantenendo un atteggiamento di
relativa indifferenza;
-
“atteggiamento fatalistico”,
con tendenza alla passività e all’assenza di
opposizione nei confronti della malattia;
-
“preoccupazione ansiosa”,
con reazione di allarme ansioso nei confronti della
neoplasia, ricerca febbrile di informazioni, elevati
livelli d’ansia con ripercussioni significative
sulla qualità della vita del paziente;
-
“disperazione”, con
sensazione di sconfitta ed ineluttabilità del male,
angosce di morte, vissuti depressivi, sovente
mancata adesione alle terapie.
Vari
studi hanno evidenziati come un tipo particolare di
reazione psicologica alla diagnosi di cancro possa
esplicare un ruolo significativo sul decorso della
malattia, influendo anche sull’immunità cellulo-mediata,
la cui importanza nella difesa dell’organismo dai tumori
è ormai ampiamente riconosciuta; in questo senso, un
atteggiamento di rifiuto o di negazione della patologia
ed un atteggiamento combattivo nei confronti della
stessa sono correlabili ad una prognosi migliore,
rispetto a quella prevista di fronte ad un atteggiamento
di passività, di ineluttabilità e di disperazione nei
confronti della malattia.
Qualora le strategie attuate dall’individuo per
fronteggiare la malattia risultino funzionali ed
efficaci, l’adattamento può rappresentare un’importante
occasione di crescita maturativa per il soggetto e la
malattia può condurre ad una ridefinizione della sua
situazione personale ed esistenziale. Viceversa, se le
capacità e le risorse del paziente, nel far fronte ad
uno stress così intenso, sono limitate, potranno
insorgere reazioni psicopatologiche.
Alcuni Autori hanno proposto un modello personologico a
rischio di neoplasia definito personalità di Tipo C
(cancer-prone personality). Sembra che la tendenza a
sopprimere o a negare le emozioni più intense, in
particolare la rabbia, attraverso il ricorso a
meccanismi difensivi quali la negazione e la rimozione,
e l’alessitimia, intesa come incapacità di manifestare i
propri sentimenti, si correlino a una più elevata
incidenza di malattia o ad una maggior gravità, fino
alla realizzazione di vere e proprie alterazioni
fisiologiche e/o organiche. In questi soggetti, inoltre,
è riscontrabile una correlazione tra tale profilo
personologico e la reazione biologica allo stress, con
riduzione della risposta immunitaria e,
conseguentemente, con una maggiore vulnerabilità alle
malattie.
Le
psicoterapie
Non
appare più possibile a tutt’oggi il riferimento ad un
solo modello psicoterapeutico, soprattutto in funzione
dell’elaborazione di un programma terapeutico che deve
tener conto di diverse variabili: le esperienze
individuali del paziente, le modalità di reazione
soggettiva nei diversi stadi della malattia, l’ambito
nel quale viene realizzato il programma terapeutico, gli
operatori che lo realizzano.
All’interno di una presa in carico globale del paziente
oncologico si intersecano obiettivi, manifesti o
latenti, che condizionano l’utilizzo di modelli di
intervento centrati su piani diversi.
Storicamente diversi Autori si sono occupati in modo
specifico di una possibile struttura di personalità
del malato di cancro. In particolar modo Le Shan e
Kissen, in ambito psicodinamico, hanno correlato la
malattia a tipiche situazioni psicologiche individuali,
quali le esperienze di perdita o l’incapacità di
espressione, sul piano emozionale, delle pulsioni
aggressive, ipotizzando peculiari tratti di personalità
del paziente oncologico.
E’
importante individuare quali meccanismi di difesa
dell’Io vengano messi in atto più massivamente, per
inferire in quale direzione le scariche pulsionali si
dirigeranno, se verso la regressione psicologica,
da cui avrà origine la malattia mentale nei suoi vari
gradi, o la regressione somatica. Secondo alcuni
Autori i pazienti portatori di cancro utilizzano
principalmente le difese della rimozione e della
negazione, in modo più accentuato rispetto alla
popolazione sana ed alla popolazione affetta da altre
malattie. Sarebbe proprio a causa dell’incapacità o
impossibilità di proiettare gli affetti negativi, che
deriverebbero il particolare tipo di alienazione che può
rendere necessaria la conversione, espressa
somaticamente, delle emozioni di colpa, ostilità e
depressione.
Naturalmente conducono al massimo grado di scarica
somatica o psichica solamente conflitti di particolare
intensità soggettiva. La neoplasia, sul versante
somatico, e il deterioramento psicotico, su quello
psichico, rappresentano il più alto grado di
disorganizzazione ed alienazione.
I diversi modelli di intervento psicoterapeutico sono
sostanzialmente classificabili in due principali
categorie: psicoterapie individuali e di gruppo.
Gli
obiettivi qui di seguito specificati possono essere
ritenuti comuni a tali diversi modelli:
-
chiarire al paziente l’influenza ed il peso delle
determinanti psicologiche nell’ambito delle malattie
“fisiche”;
-
contenere lo stato di
sofferenza incoraggiando i pazienti a verbalizzare
pensieri e sentimenti negativi;
-
aiutare il paziente a
sviluppare atteggiamenti e comportamenti più
adattivi, restituendogli il senso di controllo
personale sulla propria vita;
-
favorire la
comunicazione tra il paziente, lo staff medico, la
famiglia, favorendo la soluzione di problemi pratici
connessi con la gestione della malattia;
-
restituire al paziente ed alla famiglia il senso del
futuro.