IL LATO OSCURO DEL FEMMINILE
Con il presente lavoro intendo esplorare il lato
oscuro del femminile attraverso una serie di storie
criminali e di donne che ne sono state protagoniste;
una galleria di situazioni, vedrete, che toccheranno
anche un altro aspetto della psicodinamica
criminale: la relazione tra i complici, quando
questa assume gli aspetti di un vero e proprio
rapporto di succubanza e la relazione tra questi e
le vittime. Le donne protagoniste delle storie che
vi esporrò, hanno tutte cercato di mostrarsi come
vittime ma il loro ruolo è stato invece
determinante, a mio parere, nella criminogenesi e
nella criminodinamica dei fatti che porterò alla
vostra attenzione. La donna nel corso del tempo è
diventata sempre più protagonista nella scena del
sociale e questa emancipazione non ha escluso il
crimine. Queste storie terribili ci obbligano
inoltre ad un confronto impietoso con il tema del
male. Per quanto riguarda il lato oscuro del
femminile ho fatto preliminarmente un breve accenno
ai gravi fatti di Abu-Grahib delineando in sintesi
le due protagoniste femminili che sono state
accusate e condannate per le torture inflitte ai
prigionieri iracheni e ho delineato la storia di
un’insegnante statunitense che ha allacciato una
relazione con un giovane alunno ed è stata
condannata per pedofilia. Prima di entrare nel
merito del caso che riguarda un’adolescente
assassina ho inoltre delineato il tema da un punto
di vista teorico.
LE TORTURE NEL CARCERE DI ABU-GRAHIB
LYNNDIE ENGLAND
•
22 anni, si fece fotografare mentre
umiliava sessualmente e derideva prigionieri
iracheni.
•
Il pubblico ministero ha sostenuto
che l’imputata era consapevole e si divertiva nel
farsi fotografare mentre teneva al guinzaglio un
prigioniero nudo e in altre situazioni di sadicità
manifesta.
•
La difesa ha tentato invece la strada
dell’incapacità di intendere sostenendo che la
giovane attraversava un periodo di depressione ed
era plagiata da un superiore, il sergente Charles
Graner, con cui aveva avuto anche una relazione
sessuale e di cui era rimasta incinta.
•
La England è stata giudicata
colpevole dalla giuria di un tribunale militare ed è
stata condannata a tre anni di carcere
SABRINA HARMAN
Sabrina Harman, divenuta tristemente famosa come la
soldatessa della piramide umana perché è stata
fotografata mentre nel carcere di Abu Ghraib
sorrideva vicino ad una piramide di prigionieri
nudi, è stata riconosciuta colpevole dalla corte
marziale di Fort Hood anche se la condanna è stata
molto mite: solo sei mesi di carcere. Sabrina, 27
anni, nella vita civile pizzaiola a Lorton in
Virginia, si è sempre dichiarata non colpevole delle
accuse che le sono state imputate e ha dichiarato di
aver eseguito degli ordini che provenivano
dall’alto. Le era stato affidato il compito di far
vedere ai detenuti l’inferno e di annullare la loro
volontà e resistenza. Un commilitone ha testimoniato
di aver visto Sabrina umiliare sessualmente dei
prigionieri mentre un’altro testimone ha dichiarato
di non averla mai vista maltrattare i prigionieri
MARY KAY LETOURNEAU: STORIA DI UN’INSEGNANTE ERIKA DE
NARDO
Mary Katherine Schmitz nasce il 30 gennaio del
1962, quarta figlia e prima femmina di un professore
di college, John Schmitz e della moglie casalinga
Mary. Il padre innamoratissimo della figlia che lo
ricambia, inizia una carriera politica di successo
quando la bimba ha due anni. I genitori tutti presi
dal successo non si accorgono che quando Mary ha 7
anni inizia ad essere molestata sessualmente dai
fratelli maggiori. Inoltre un altro evento
drammatico funesta la sua giovinezza: Il fratellino
Philip, di appena tre anni, muore annegato nella
piscina e Mary, che all’epoca ha 11 anni, verrà
pesantemente accusata dai genitori che glielo
avevano affidato e il senso di colpa sarà
devastante.
Negli anni settanta l’ultraconservatrice famiglia
Schmitz viene scossa da un grave scandalo: l’arresto
di una donna accusata di aver abusato del figlio
porta alla scoperta che i due figli di lei sono
figli illegittimi del senatore Schmitz che si
rifiuterà anche dopo la morte per diabete della
madre di prendersi cura di loro. Mary Kay prenderà a
spada tratta le difese del padre e accuserà la madre
di aver costretto il marito a cercarsi un’altra
donna. Al college conoscerà il futuro marito, Steve
Letourneau, e presto rimarrà incinta. Pressata dalla
madre si sposerà pur non essendo innamorata di
quell’uomo del quale non prova nemmeno un minimo di
stima. Il matrimonio, che darà alla luce ben quattro
figli sarà un fallimento.
Mary Kay diventa maestra elementare e qui conosce
per la prima volta Vili, un bambino samoano che la
colpisce per le sue doti artistiche. Diventata
insegnante di scuola media ritroverà Vili con cui
nel tempo allaccerà una relazione sempre più intima
che porterà alla fine del suo matrimonio già in
crisi e alla sua carcerazione come sex offender. La
relazione con Vili porterà alla nascita di altri due
figli. Il 3 agosto del 2004 Mary Kay è stata
scarcerata e Vili, ormai ventunenne vorrebbe stare
con la donna che però essendo stata condannata per
pedofilia non potrà mai più vivere con i bambini che
sono stati affidati alla nonna paterna. Vili una
vita da sbandato con piccoli crimini alle spalle
sogna di diventare un pittore, nel frattempo è
disoccupato e vive con alcuni amici di famiglia.
ADOLESCENZA CRIMINALE
Sono stati individuati molteplici aspetti
psicologici relativi ai figli che uccidono i
genitori: sentimenti di ingiustizia subita, anomalie
nel processo di apprendimento, bassa soglia di
frustrazione, incapacità di svolgere un ruolo,
assenza di sentimento comunitario, incapacità di
autocritica, bisogno di gratificazione immediato,
aggressività sessuale, impulsività, tendenze
interpretative, volontà di essere punito,
comportamento nevrotico. A volte la personalità del
giovane si struttura in modo rigido e patologico e
può dare la falsa impressione di armonia: le
condotte da “bravo ragazzo” senza problemi
nascondono invece problematiche profonde che
sfociano drammaticamente nell’omicidio. Si tratta
quindi di un delitto che prorompe come un fulmine a
ciel sereno.
Viceversa in molti casi l’omicidio non è preceduto
dalla calma apparente ma da un crescente montare di
odio e rabbia che conduce poi al tragico epilogo. Il
crimine, in tal caso, non è del tutto sorprendente
ed inaspettato. Se, per un verso, in quest’ottica
psicologica ci rendiamo conto del fatto che
l’omicidio consumato dall’adolescente risponde ad
istanze talvolta naturali, comuni a tanti giovani,
per un altro verso percepiamo la sproporzione tra
l’enormità del delitto e le motivazioni che ne sono
alla base. Questo stridore si avverte a maggior
ragione per gli eccidi compiuti negli ultimi tempi,
ove si perde il limite tra comportamento normale e
patologico, che distingue il giovane normale dal
giovane folle. [Paolo De Pasquali, pagg. 169-170,
2004]
Classificazione degli adolescenti omicidi: folli,
normali, normoidi. I giovani folli
uccidono a causa della loro grave malattia mentale
che inficia la loro capacità di intendere e di
volere. Anche se l’omicidio non è impulsivo ma
pianificato, la premeditazione in questi casi è
sempre riconducibile alla patologia mentale
dell’autore. I giovani normali sono invece
agiti nella loro azione omicidiaria da moventi
razionali, quali il denaro, o moventi
emotivo-passionali, quali gelosia, risentimento,
lite. I giovani normoidi compiono omicidi
inspiegabili che proprio per questo sono
particolarmente inquietanti. Questi soggetti
appaiono ad un’attenta analisi privi di anima, di
sentimenti, di affettività.
Paolo De Pasquali tratteggia un’altra categoria di
soggetti affetti da un disturbo che rientra
nell’ambito della personalità da lui definito
Disturbo Mostruoso della Personalità. Tali
soggetti che hanno sviluppato appieno la sfera
cognitiva hanno gravissime carenze nella sfera
dell’affettività, dei sentimenti e delle emozioni e
una pericolosa patologia del comportamento. Sono
caratterizzati da un super io rigido, deforme o
lacunare, le cui regole possono deviare dalle norme
generalmente condivise a tal punto da mettere in
atto azioni brutali senza provare il minimo senso di
colpa. Sono lucidi, risoluti, bugiardi,
irresponsabili e continuano a vivere come se nulla
fosse accaduto. Questa descrizione ci introduce al
prossimo caso che rappresenta molto bene tutto
questo.
ERIKA DE NARDO
‹‹21 febbraio 2001, ore 20.53. E’ tutto finito
finalmente. C’è silenzio adesso. Solo il gocciolio
del rubinetto nella vasca da bagno Iacuzi piena
d’acqua. L’acqua è tiepida, rossa. IL piccolo
Gianluca vi galleggia in posizione fetale, con
addosso brandelli della tuta da ginnastica, lacerata
da 50 coltellate. Sotto le unghie la pelle che ha
strappato ai suoi assassini. Ha lottato come può
lottare un bambino di 12 anni. Ha lottato sgomento
contro un mostro a due teste, che prima ha ammazzato
sua madre davanti a lui e poi lo ha inseguito,
ingannato, dilaniato. Un mostro che gli era
cresciuto accanto, giorno dopo giorno. Invocava
l’aiuto del papà, Gianluca, ma è morto solo. Strisce
di sangue dalla vasca da bagno portano fuori, lungo
le scale, fino al pianterreno, in cucina.
Lì
il sangue forma una vasta chiazza su cui giace
bocconi Susy Cassini, una donna massacrata da 47
coltellate, che mentre moriva ha perdonato chi le
toglieva la vita. La porta di casa De Nardo si apre
e dal villino a due piani color salmone in via
Lodolino, a Novi Ligure, Alessandria, esce una
ragazza in pigiama, a piedi scalzi, gli occhi vuoti:
Erika. Cerca aiuto nella notte fredda. La
soccorrono. La giovane blatera poche parole confuse,
si capisce che qualcosa di terribile è avvenuto in
casa sua. “Sono stati due albanesi”, afferma Erika.
E lo ribadisce anche al padre, arrivato dopo pochi
minuti, e che ora sta lì, davanti casa, con le mani
nei capelli.
Erika dichiara che mentre si trovava in camera sua
aveva sentito il fratello urlare e aveva visto la
madre correrle incontro inseguita da due rapinatori
armati di coltello; dichiara quindi di essere
scappata. Però agli investigatori che compiono il
sopralluogo qualcosa non torna. Ad esempio, le orme
dei piedi della ragazza ‘in fuga ’ dimostrano che
camminava e non correva; e poi, perché i cani da
guardia non hanno abbaiato? E che ruolo può aver
avuto Mauro Favaro, detto Omar, il fidanzato della
ragazza, che ora la segue a testa china, dovunque
lei si sposti, fuori e dentro la casa del delitto?
Forse nessun estraneo è entrato nella villetta.
Forse il mostro non viene da fuori. Forse è dentro:
in famiglia.>> [Paolo De Pasquali, pagg. 136-137,
2002]
Ecco la ricostruzione dei Ris di Parma: <<Mercoledì
21 febbraio 2001, ore 20.30. Erika e Omar (che ha la
testa coperta da un passamontagna ed indossa guanti
e tuta per non macchiarsi i vestiti di sangue)
attendono nascosti in un bagno della villetta il
ritorno di Susy e Gianluca. Entrati in casa, la
madre va in cucina e il piccolo corre sopra, nella
cameretta, a leggere un fumetto di Pokemon, mentre
si riempie la vasca per il bagno. Susy, di spalle,
viene aggredita a coltellate da Omar: i colpi,
inferti con un coltello della cucina, sono talmente
violenti che la lama si piega a 90 gradi. A questo
punto a dar manforte al ragazzo interviene Erika,
che con un altro coltello, ringhiando “Muori!
Muori!”, finisce la madre, la quale sussurra:
“Erika, ti perdono”. Alla fine il corpo di Susy sarà
attraversato da 47 coltellate.
Gianluca sente le urla della madre e si precipita al
piano di sotto, dove assiste all’assassinio. Erika
ferisce il fratello ad un braccio e lo costringe a
risalire nella sua stanza, dove lo chiude a chiave.
Il bambino distrugge parte del mobilio nel tentativo
di uscire. La sorella scende dal fidanzato: non
sanno che fare. Omar vorrebbe risparmiare il
piccolo, che però ha visto e capito: è la sua
condanna. Decidono di fargli bere un veleno per topi
acquistato tre giorni prima, forse allo scopo di
avvelenare tutta la famiglia (si rinviene anche un
manuale dei veleni, in cui sono sottolineate le
parti riguardanti le dosi letali per l’uomo). Erika
alza al massimo il volume dello stereo e torna dal
fratello, cercando di rassicurarlo; con la scusa di
lavare il sangue lo porta in bagno.
Qui arriva Omar col bicchiere d’acqua in cui è
disciolto il veleno. I due tentano di far bere
Gianluca, che si rifiuta, lotta, morde, finchè il
bicchiere cade per terra. Improvvisamente Erika
accoltella più volte il fratello, che grida: “Erika,
perché mi fai questo?” e tenta disperatamente la
fuga, cercando addirittura di arrampicarsi sulla
parete, come testimoniano le impronte delle manine
insanguinate. Anche Omar infierisce col coltello su
Gianluca, che alla fine soccombe. Il piccolo viene
trascinato nel bagno ed annegato nella vasca piena
d’acqua. Omar fa per andarsene, ma Erika gli dice:
“Come, te ne vai? E mio padre non lo uccidiamo?”
“Se vuoi fallo da sola. Io me ne vado, non ce la
faccio più” ribatte lui e si allontana col motorino
(visto da un testimone).
Erika butta all’aria alcuni oggetti per inscenare
una rapina. Poi esce di casa e inizia a recitare …
>> [Paolo De Pasquali, pagg. 138-139, 2004]
IL CONTESTO FAMILIARE
La
famiglia De Nardo fa parte della medio-alta
borghesia con una eccellente posizione economica. E’
una famiglia che gode della stima generale della
gente anche se conduce una vita abbastanza ritirata.
Francesco De Nardo, il padre di Erika, 45 anni, è
originario di un paese in provincia di Catanzaro. La
sua famiglia d’origine, quando lui ha 7 anni, si
trasferisce a Novi Ligure. Conoscerà Susy Cassini al
liceo, quando lui ha 17 anni e lei 14. Si sposeranno
dieci anni dopo e avranno due figli. Francesco si
laurea in Ingegneria e poi farà carriera nella
Pernigotti. Viene descritto come un uomo educato,
serio e nell’ambito lavorativo è molto amato dai
dipendenti. La relazione con la figlia Erika è da
sempre caratterizzata da una certa distanza. Lui
incarna la figura paterna autoritaria che propina
regole e ramanzine anche se, a quanto risulta, non
ha mai alzato un dito contro la figlia.
E’
Susy Cassini, la moglie e madre, che ha una
relazione emotivamente più stretta con i figli. La
donna viene descritta come una madre vivace e
determinata, il cuore pulsante della casa con una
capacità organizzativa che non lasciava nulla al
caso. Di lavoro faceva l’insegnante, ed era
estremamente religiosa tanto da tormentarsi a tal
punto da precipitare in uno scompenso emotivo che
per un certo periodo la portò a frequentare i
Testimoni di Geova. Chissà quanto tutto questo
influenzò la relazione con la figlia; comunque non
riuscì mai a trasmetterle fino in fondo questa sua
dirittura morale e il suo credo che, alla luce di
tutto questo, forse era troppo per una ragazzina
dell’età di Erika.
Gianluca, il figlio, tutto il contrario di Erika,
era bravo a scuola, amante dello sport e del
catechismo e, nonostante le differenze, molto legato
alla sorella a cui aveva dedicato l’ultimo tema
scolastico prima di morire descrivendola come la sua
migliore amica e un esempio da seguire dimostrandole
una stima sconsiderata. Questo particolare rende il
tutto ancora più tragico e riempie l’animo di una
tristezza infinita. Da parte sua Erika sembra
apparentemente nutrire una grande ammirazione per
questa madre dalla personalità così ‘forte’ con la
quale però si sviluppa nel tempo un rapporto sempre
più conflittuale nel quale le due più che madre e
figlia erano diventate come due sorelle ed Erika non
riusciva più a confrontarsi con lei sulle sue
problematiche adolescenziali.
La
relazione con il fratellino sembra apparentemente
buona: Erika era molto paziente e investiva molto
del suo tempo per giocare con lui. Da piccola
praticava la danza e viene descritta come una
bambina molto educata e gentile. Una volta cresciuta
ha praticato la pallavolo e il Kickboxing. A scuola
si distingue tanto da diventare il leader della sua
classe nonostante le sue caratteristiche di
riservatezza con le quali pone sempre una certa
distanza nelle relazioni con gli altri. Le
difficoltà scolastiche e la sua ribellione a casa
cominciano e coincidono con l’inizio della relazione
con Omar con il quale comincia a consumare droghe
tra le quali anche la cocaina fino ad arrivare ad un
vero e proprio abuso.
La
famiglia non riesce a fornirle un adeguato
contenimento: pur non gradendo le frequentazioni
della figlia i genitori non si imporranno mai se non
con un silenzio di disapprovazione che comunque non
impedirà a Erika un eccesso di libertà fermo
restando il rispetto di certe abitudini e di certi
orari. Apparentemente l’atmosfera della famiglia De
Nardo non è caratterizzata da tensioni palpabili ma
allo stesso tempo si basa su una esteriorità che non
è sostanziata da una affettività che possa reggere
ed elaborare le normali conflittualità tra genitori
e figli presenti sempre e comunque in tutte le
famiglie. I problemi si evitano e la cosa più
importante non è il sentire ma il fare, la
prestazione che deve essere sempre elevata ad un
certo standard, sia in famiglia che a scuola.
Nonostante regni un ordine impeccabile, retto
soprattutto dalla rigidità religiosa della madre, la
funzione educativa espletata dai genitori non riesce
a trasmettere quella capacità di sentire e non solo
di fare. [Paolo De Pasquali, 2004]
Anche la famiglia di Omar è benestante anche se il
livello culturale è molto più basso. I genitori,
persone alla buona ma irreprensibili, cercano di
mettercela tutta per seguire la crescita del loro
figlio. Anche qui la figura paterna, soprattutto in
passato, è stata perlopiù assente: faceva il
camionista ed oggi, a 41 anni, è comproprietario di
un bar di Novi e lascia alla moglie la
responsabilità dell’educazione del figlio sulla
quale lui interviene solo indirettamente.
Omar ha una relazione con il materno che potremmo
definire simbiotica tanto che spesso dorme nel letto
con lei. E’ molto legato anche ad una nonna che vive
con loro. Lo sviluppo emotivo di Omar è condizionato
da una massiccia presenza dell’elemento femminile
che non è stato mediato da un maschile paterno che
avrebbe dovuto avere la funzione di elemento
separatore fondamentale per l’autonomia psicologica
del ragazzo che verrà invece eccessivamente
coccolato e viziato senza essere responsabilizzato.
Omar, 17 anni, è introverso e taciturno, una figura
anonima che conduce una vita anonima caratterizzata
dal conformismo. L’incontro con Erika lo trasforma:
diventa aggressivo e trasgressivo.
I
suoi genitori non ostacolano la loro relazione,
anzi, la incoraggiano lasciandoli liberi di rimanere
da soli nella stanza del figlio per lunghe ore. La
relazione tra Erika e Omar, dopo un iniziale
tentennamento da parte del giovane che arriva anche
a lasciarla, si fa in seguito, dopo la
riconciliazione, subito molto passionale ed
esclusiva. La coppia si chiude sempre più in se
stessa allontanando gradualmente tutti gli amici e
le frequentazioni di un tempo: si richiudono sempre
più nella stanzetta di Omar che diventa il loro
universo, un luogo intimo ed inaccessibile, dove
sperimentare emozioni sentimentali e sessuali. I
ruoli della coppia si definiscono subito in copioni
rigidi ed immodificabili:
Erika prende in mano lo scettro del comando, lei è
forte, sfacciata, desiderosa di conferme e
approvazione e per questo ha bisogno che l’altro si
sottometta al suo volere; da parte sua, Omar, che
con lei è diventato più sicuro di se stesso, vive
costantemente una spiacevole angoscia abbandonica e
per questo fa di tutto per accontentarla. La loro
vita inizia ad essere scandita da una sorta di
rituale ripetitivo e immodificabile: tutti i giorni
Omar va a prendere Erika alle 15.30 e la riporta a
casa alle 19.30 e in queste quattro ore i due
giovani fanno l’amore, ascoltano musica, leggono
romanzi di Stephen King e iniziano ad alimentare
fantasie di morte sulla famiglia di Erika. I due
cominciano sempre più a perdere il contatto con la
realtà:
Sono come un organismo unico, indifferenziato, in
cui le identità dei singoli, annullandosi i confini,
perdono sempre più di consistenza fino a sfumare
completamente. Un organismo corrotto che scinde il
male da se stesso e lo proietta sulla famiglia De
Nardo che diventa l’elemento persecutore da
eliminare per poter raggiungere l’assoluta libertà,
per autoaffermarsi contro un nemico che li vuole
separare. L’elemento centrale che motiva la mano
assassina di Erika è, inoltre, l’odio nei confronti
di una madre troppo perfetta e per questo troppo
ingombrante con la quale era impossibile
confrontarsi se non al prezzo del proprio
annichilimento.
Erika sfoga questo suo odio con un overkilling che
dimostra questa sua volontà di spazzare via questa
madre opprimente. Probabilmente il fratello è stato
eliminato perché ormai era un testimone anche se è
assodata la gelosia di Erika per questo fratello
fatto ad immagine e somiglianza della madre, anche
lui perfetto, bravo a scuola. Affettuoso e amato da
tutti: troppo per il suo egocentrismo malato e
desideroso di essere al centro dell’attenzione.
[Paolo De Pasquali, 2004]
LE CONCLUSIONI PERITALI
I periti del giudice e quelli del PM arrivano alle
stesse conclusioni, di diverso avviso, chiaramente,
quelli della difesa. Saranno ben 11 i consulenti che
si occuperanno di questo caso. Uno dei consulenti
della difesa, Massimo Picozzi, ha affermato in
un’intervista che a tutt’oggi Erika non ha fatto
nessun passo in avanti, è rimasta la stessa di
quando ha ucciso e il suo grave disturbo di
personalità ancora sussiste e che Erika ora che ha
compiuto 22 anni è un guscio vuoto e quando uscirà
dal carcere non sarà cambiato niente.
<<Erika è fredda, impassibile, indifferente
distaccata. Calma e lucida nell’affrontare
situazioni di disagio, trova sempre una via d’uscita
ad ogni problema. Queste caratteristiche le sono
state trasmesse dalla madre, che le ha insegnato ad
essere sempre forte, a non piangere mai. Erika
soffre di un ‘disturbo narcisistico della
personalità’, un impasto di superiorità e
indifferenza. Ha un ego smisurato. E’ una persona
accentrata su se stessa, guidata da una logica del
controllo dei rapporti. Usa le persone: chi non le è
utile, per lei non esiste. Non comprende i bisogni
altrui. Nel rapporto di coppia è sprezzante e
annoiata, insensibile alle esigenze dell’altro; ama
dominare, si esalta solo se egemonizza il rapporto,
se l’altro ha un forte bisogno di lei e si
sottomette, riconoscendosi completamente in lei.
Omar è un ragazzo apparentemente dolce e affettuoso,
ma di una bontà formale, di maniera, capace di
trasformarsi in una belva. Ha un ‘disturbo
dipendente di personalità’, ossia è portato a
compiacere l’altro, anticipandone pure i desideri.
Avverte l’angoscia dell’abbandono. Mentre attraversa
una fase adolescenziale delicata, trova in Erika una
presenza forte, capace di rassicurarlo, trova
solidarietà ed amore e si sente sottomesso in
maniera compiacente. Non può dirle di no. Il delitto
potrebbe rappresentare una sorta di iniziazione,
attraverso la quale diventare un vero uomo, accanto
alla sua donna.
Ma
è all’interno della “dinamica di coppia” che si deve
cercare la dimensione nella quale è nato il crimine.
Il motore del delitto è nel rapporto di coppia. Da
soli non avrebbero mai ucciso. Ciascuno dei due da
voce agli aspetti distruttivi dell’altro. Insieme
fantasticano la strage, che diventa un’idea
prevalente e poi si trasforma in realtà. Il movente
è far nascere la loro coppia in maniera grandiosa,
diventare un mito, eliminando una famiglia per
crearne un’altra che sia soltanto loro. Vogliono
liquidare gli ostacoli alla loro assoluta
indipendenza e libertà.
Quello di Novi, è quindi, sia sul piano psicologico
che criminologico, un delitto di coppia con scambio
di ruoli e sostegno reciproco, anche se il ruolo di
Erika appare più stabile e determinante. Non sono
immaturi, per l’età e il contesto sociale, e sono
pienamente imputabili perché i disturbi di
personalità non sono così gravi da renderli incapaci
di intendere e di volere e quindi sono irrilevanti
in sede forense.
I
periti della difesa di Erika
hanno riscontrato nella ragazza una personalità
scissa: un sé patologico (che è il suo sé autentico)
ed uno apparentemente normale, rimandatole dai
genitori. L’incontro con Omar tira fuori la sua
autenticità patologica e risveglia sentimenti
persecutori: ne consegue il parenticidio, col quale
Erika elimina la parte di sé fasulla, il perbenismo
di facciata, trovando la continuità nel suo modo di
essere autentico e patologico. Erika sarebbe quindi
affetta da un “grave disturbo borderline di
personalità” con conseguente incapacità di intendere
e di volere.
Secondo i periti della difesa di Omar, la
genesi del delitto rimanda alle esigenze emozionali
abnormi della ragazza. Erika, in una famiglia
‘normale’ che non permetteva l’emergere di
conflittualità, avrebbe agito per rinforzare e
alimentare la propria immagine interna di donna
potente e forte, sullo sfondo di una competizione
costante con una figura materna perfetta, dal cui
confronto risultava inferiore e inadeguata. Omar
partecipa ai delitti per accondiscendere alle
richieste di Erika in un ambito di rapporto di
dominanza-dipendenza fra i due, che rinvia alle
caratteristiche di dipendenza di Omar, il quale ha
una personalità in via di strutturazione, con un Io
fragile, caratterizzata da immaturità e forte
bisogno di dipendenza, non ancora in grado di
emanciparsi da un legame simbiotico con la madre.
Erika diventa il sostituto materno con cui mantenere
quella relazione simbolica essenziale per il suo
funzionamento emotivo. Pur di evitare la sofferenza
di una rottura di tale legame egli accondiscende
alle richieste della ragazza, senza la capacità di
cogliere il disvalore del delitto e senza tenere
conto delle conseguenze.>>
[Paolo De Pasquali, pagg. 144-146, 2004]
Gli imputati minorenni verranno giudicati con rito
abbreviato e la sentenza arriverà il 14 dicembre
2001, di pomeriggio, poco prima delle 17.00, dopo
sette ore di camera di consiglio. I giudici non
hanno riconosciuto l’incapacità di intendere e di
volere e hanno condannato Erika a 16 anni e Omar a
14. La sentenza verrà riconfermata in appello e
successivamente la prima sezione penale della Corte
di Cassazione la renderà definitiva nell’aprile del
2003.
ROSEMARY WEST
A
volte la realtà supera l’immaginazione e Rose West,
chiamata per rispondere di dieci incriminazioni per
omicidio dinnanzi al Tribunale di Winchester
nell’ottobre del 1995, come personaggio di un noir
sarebbe sembrato inverosimile. I dettagli che
emersero dalle indagini e dalla fase dibattimentale
però portarono alla luce il ritratto di una
donna sessualmente insaziabile, aggressiva e
tremendamente sadica tanto da guadagnarsi un
posto di primo piano nel panorama delle donne serial
killer che hanno ucciso e violentato in coppia con
un uomo.
[Ann Magma, 2005]
Anche in questo caso dobbiamo tornare indietro nel
tempo, e per l’esattezza alla fine degli anni ’60.
E’ in quel periodo che Rosemary Pauline Letts,
scialba adolescente di quindici anni, venne notata
da un uomo di dodici anni più grande di lei,
Frederick West. Siamo in Inghilterra e questo
incontro fatale, come già quello tra Myra Hindley e
Ian Brady, porterà ad una spirale di perversione e
violenza senza limiti.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
Rosemary Letts nasce il 29 novembre 1953
in una numerosa famiglia già composta da sei figli
che viveva in un piccolo villaggio del Devon
settentrionale, Northam. I
genitori, Bill e Daisy Letts, erano tutt’altro che
genitori ideali. Alla nascita di Rose, la madre,
malata di depressione, era ricoverata in un ospedale
psichiatrico dove veniva sottoposta ad una terapia a
base di elettroshock. Non è escluso che i problemi
della donna derivassero anche dalla relazione con
il marito, uomo dal carattere estremamente
instabile, prepotente e violento. I primi anni della
vita di Rose furono condizionati dall’estrema
brutalità dell’uomo che maltrattava quotidianamente
moglie e figli.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
TESTIMONIANZA DI ANDREW LETTS, FRATELLO DI ROSE:
<<Se pensava che andassimo a letto troppo tardi, ci
tirava addosso un secchio d’acqua fredda. A volte ci
ordinava di zappare il giardino, e ciò significava
TUTTO il giardino; poi lo ispezionava come un
ufficiale dell’esercito, e se non era soddisfatto
dovevamo ricominciare daccapo. Non ci veniva
permesso di parlare né giocare come bambini normali.
Se facevamo rumore, ci batteva con una cintura o un
pezzo di legno, e ci copriva di lividi fino a quando
mamma non interveniva, dopo di che ella doveva
trovarsi un buon nascondiglio.>>
[Andrew Letts, cit. in Shelley Klein, Miranda Twiss,
pagg. 535-536, 2005]
Dal 1960 per la famiglia Letts iniziarono una serie
di traslochi che immagino resero ancora più
instabile la già travagliata esistenza di questi
bambini. Nel frattempo Rose era entrata nella fase
adolescenziale e si sa da varie testimonianze, anche
se lei non l’ha mai ammesso apertamente, che suo
padre l’aveva iniziata ad un rapporto incestuoso che
sarebbe durato fino alla sua morte. Questa
situazione familiare multiproblematica con
l’aggravante di un padre disturbato e perverso
scatenarono anche in Rose dei comportamenti
incestuosi nei confronti dei due fratelli più
piccoli, Graham e Gordon: di notte si infilava nei
loro letti per masturbarli.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
La
situazione era insostenibile e nel 1969 la signora
Letts, che ormai non ne poteva più di subire le
violenze del marito, decise di lasciarlo prendendo
con sé Rose e il figlio più piccolo per raggiungere
la figlia maggiore Glenys e suo marito Jim Tyler. I
due gestivano un posto di ristoro mobile in una
piazzola di sosta nei sobborghi di Cheltenham e, dal
momento che Rose era stata costretta a lasciare la
scuola, i due la misero a servire nel loro
esercizio. Rose, già sessualmente molto precoce, si
trovò in una situazione ‘ideale’ che le permetteva
di entrare in contatto con uomini per tutta la
giornata. Iniziò a condurre una vita sessuale senza
freni: dichiarò che in questo periodo subì ben due
stupri.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
Il
primo stupro, a quanto afferma, avvenne quando aveva
sedici anni: un uomo la rimorchiò all’uscita da una
festa e invece di riaccompagnarla a casa la condusse
in un posto isolato per poi aggredirla. Rose non
denunciò mai il fatto alla polizia. La seconda
violenza a distanza di circa cinque mesi: Rose si
trovava alla fermata dell’autobus quando un uomo le
si avvicinò ed iniziò ad importunarla
insistentemente. L’uomo per niente scoraggiato dal
rifiuto della ragazza, divenne tanto insistente da
spaventare Rose che scappò per rifugiarsi in un
parco lì vicino. L’uomo la inseguì, la raggiunse e
la stuprò. Anche in questa occasione Rose non
denunciò la violenza subita alla polizia.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
L’incontro fatale con Fred West avverrà dopo alcuni
mesi. In quel periodo l’uomo era ancora sposato con
Catherine Costello, una prostituta meglio conosciuta
come Rena che viveva a Glasgow dove esercitava ‘la
professione, e lui si era trasferito nei pressi di
Cheltenham separandosi così dalla donna. I due
avevano due bambine, Ann Marie, cinque anni, figlia
legittima di Fred e Charmaine di sei anni nata dalla
relazione di Rena con un altro uomo.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
Dopo una lunga serie di lavori precari e malpagati
ora Fred West lavorava di giorno come autista per un
mattatoio. Viveva in un campeggio con le due
bambine: l’esistenza disordinata e senza radici
dell’uomo, non offrivano una situazione ideale per
l’educazione delle figlie ma Fred, opportunista per
natura, colse in quella situazione un’occasione
perfetta per attirare nella sua rete perversa
giovani donne a cui offriva lavoro come baby sitter.
La reale intenzione era chiaramente quella di
portarle a letto con lui.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
Nel frattempo, Fred West aveva iniziato una
convivenza con Ann McFall, un’amica della ex moglie.
La donna rimane incinta e all’ottavo mese di
gravidanza, forse durante un rapporto di sesso
estremo, muore: Fred la seppellisce in un campo
vicino alla casa dove aveva trascorso l’infanzia, a
Much Marcle. Quindi quando Fred West entrò nella
vita di Rose aveva già alle spalle un ‘curriculum’
criminale ‘di tutto rispetto’ e anche lui, come il
padre in passato, contribuì ad esacerbare quelle
tendenze perverse e sadiche che già in Rose erano
ben radicate.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
Il
giorno in cui si incontrarono, Fred, dopo averle
offerto da bere, invitò Rose nella sua roulotte. La
ragazza, ansiosa di compiacere l’uomo, iniziò a
coccolare le bambine. Nelle settimane che seguirono
l’incontro, Rose continuò a mantenere questo
atteggiamento fino a che decise di lasciare il suo
lavoro per impiegarsi a tempo pieno come baby sitter
e donna delle pulizie da Fred. Neanche a dirlo tra i
due iniziò anche un menage sessuale: la relazione fu
scoperta dal padre di Rose che allertò i servizi
sociali. Rose venne così trasferita in un Istituto
per adolescenti problematici con l’espresso divieto
di mantenere i contatti con il suo ‘innamorato’.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
Rose, ragazza testarda e con evidenti tendenze
devianti, non prese minimamente in considerazione il
divieto: cominciò a scrivere infuocate lettere
d’amore a Fred e sfruttò qualsiasi occasione per
poterlo incontrare di nascosto. Quando a sedici anni
se ne andò dall’Istituto e tornò da Fred rimase
incinta: la loro passione, rafforzata dalla
lontananza, era diventata travolgente.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
Nel frattempo i genitori di Rose si erano
riavvicinati anche se l’aria che tirava in famiglia
era tutto tranne che tranquilla. La ragazza pensò di
informarli della sua maternità imminente e per tutta
risposta il padre pensò bene di prenotarle un
ricovero in una clinica abortista. Rose estremamente
determinata a non permettere a nessuno di
interferire nella sua relazione con Fred fuggì con
lui. La coppia si trasferì in un alloggio al n. 25
di Midland Road, a Gloucester. Il 17 ottobre 1970,
Rose partorì il suo primogenito, una bambina, che
venne chiamata Heather.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
Il
4 dicembre Fred venne arrestato e condannato a 9
mesi di carcere per un furto. Rose si trovò sola con
tre bambine da accudire. All’epoca Rose aveva 17
anni e in questa situazione di precarietà emotiva,
economica e sociale iniziò a maltrattare le due
bambine più grandi, Anne Marie e Charmaine. Venne
sorpresa da un amichetto di Charmaine mentre, dopo
averla legata ad una sedia,la stava picchiando con
un mestolo di legno. Sappiamo inoltre, grazie a
delle dichiarazioni rilasciate in seguito dall’altra
bambina, Anne Marie, che Rose le legava ai loro
letti lasciandole per ore senza cibo, né acqua e
senza la possibilità di provvedere ai loro bisogni
fisiologici.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
Heather, poco più che neonata, veniva adeguatamente
accudita anche perché, ancora, non avendo sviluppato
in pieno carattere e personalità proprie e
dipendendo in toto dalla madre non veniva vissuta
conflittualmente, non dava quel fastidio e non
provocava quella frustrazione che innescava in Rose
reazioni violente. Le cose cambieranno, come
vedremo, quando anche lei sarà cresciuta e inizierà
a rappresentare un intralcio allo smisurato e
patologico narcisismo della donna.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
Quando Fred esce di prigione la situazione non
cambia, anzi peggiora, perché l’uomo, che non aveva
mai del tutto accettato Charmaine, figlia naturale
di un altro uomo, si unisce a Rose nei
maltrattamenti delle bambine e proprio su Charmaine
si concentrerà il lato più oscuro di Fred. Agosto
1971. L’ex moglie di Fred, Rena, ricompare
improvvisamente sulla scena e vuole riprendersi la
figlia Charmaine. Anne Marie, la sorellastra,
racconterà in seguito che Fred e Rose dissero, sia a
lei che alla scuola, che la bambina se ne era andata
con la madre. Ma come si scoprirà in seguito, madre
e figlia erano state uccise e sepolte in un campo
limitrofo a quello dove Fred aveva già nascosto i
resti di AnnMcFall. [Shelley Klein, Miranda Twiss,
2005]
Gennaio 1972. Fred e Rose si sposano. Poco dopo la
donna partorirà una bambina, May, e nel novembre
dello stesso anno rimarrà incinta del terzo figlio,
Stephen, a cui seguirà l’ultimo, Barry. L’ultimo
avuto con Fred, sì perché la cara Rose avrà
altrettanti figli con uomini diversi, figli che
vennero accettati da Fred come se fossero suoi. Non
lasciamoci ingannare: l’atteggiamento devoto di Fred
nascondeva una realtà più oscura e perversa.
Infatti, l’uomo, era un guardone compulsivo e si
eccitava da matti a guardare la moglie che si
accoppiava con altri protagonisti maschili.
L’interesse morboso per la sessualità della moglie
si era rivelato fin dai loro primi incontri e Rose,
dopo il loro matrimonio, lo accontentò in pieno.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
TESTIMONIANZA DI FRED WEST
<<A Rose non piacevano le delicatezze. Desiderava
che qualche grosso negro la sbattesse giù e la
scopasse, trattandola come una cagna … “Non mi
piacciono tutte quelle smancerie di merda”, diceva.
“Voglio fottere, non far finta … “. Tornavo a casa
dal lavoro e la trovavo seduta sull’orlo del divano
con le gambe aperte. “Guarda qui”, mi diceva,
“scommetto che ti piacerebbe avere qualcosa per
riempirla”.>>
[Fred West, cit. in Shelley Klein,
Miranda Twiss, pag. 540, 2005]
Settembre 1972.
La
coppia si trasferisce al n. 25 di Cromwell Street
che diventerà il teatro dei loro efferati omicidi e
delle loro depravazioni. La casa venne adibita da
Fred come un vero e proprio bordello dove tutti i
frequentatori venivano sollecitati a parlare
liberamente dei loro gusti sessuali e a far libero
uso di droghe. Per poter sfogare in pieno le sue
manie voyeuristiche, assieme a Rose, praticò dei
fori in quasi tutte le pareti delle varie camere con
cui aveva suddiviso la casa; inoltre tolse anche
tutte le serrature sia dalle porte delle camere da
letto che da quelle dei bagni così da avere libero
accesso in qualsiasi momento.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
Rose continuava ad avere rapporti sessuali con molti
‘pensionanti’ sotto lo sguardo sempre più eccitato
di Fred che vedeva nella moglie colei che meglio di
tutti riusciva a soddisfare la sua brama di
sessualità sfrenata. L’atmosfera di depravazione che
imperava raggiunse un apice nefasto quando un giorno
Fred ordinò alla figlia Anne Marie di scendere in
cantina. Lì Fred aveva allestito una vera e propria
‘stanza delle torture’. Anne Marie, sebbene
titubante, scese e una volta lì venne costretta dai
due complici a spogliarsi. I due la legarono e il
padre, dopo averla picchiata violentemente la
violentò mentre Rose si gustava lo spettacolo.
Quando l’uomo fu sazio intervenne Rose che violentò
la giovane con un vibratore. [Shelley Klein, Miranda
Twiss, 2005]
Ottobre 1972. Caroline Raine,
diciassette anni, sta facendo l’autostop. Fred e
Rose la caricano. La ragazza viene colpita da quella
coppia così affabile e simpatica che oltre tutto le
offre anche un lavoro a tempo pieno come baby sitter.
Accetta e si trasferisce nella loro abitazione. Il
rapporto con i bambini non è un problema ma la
giovane non ci mette molto a capire che quella
coppia così affabile in realtà ha delle mire ben
diverse. Il loro comportamento la mette sempre più a
disagio: Rose entrava nel bagno e mentre lei si
lavava cercava di toccarla nelle parti intime e poi
Fred, con quei suoi strani discorsi sulla verginità
di Anne Marie. La ragazza non ce la fece più e
lasciò il lavoro.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
Saggia decisione direte voi, se non che, Caroline
continua a fare l’autostop (in quegli anni era
purtroppo una consuetudine). Ancora Fred e Rose.
Ancora un’ offerta di passaggio. L’ingenuità della
giovane prevale sul suo istinto che l’aveva spinta
ad allontanarsi dai due predatori. Accetta di salire
in macchina. Il ruolo di Rose a questo punto è
fondamentale: la presenza di questa donna dalle
incredibili capacità manipolatorie che per tanti
anni è riuscita ad ingannare le autorità facendo
passare i maltrattamenti dei figli per incidenti
domestici ha la meglio sulla diffidenza della
ragazza. Nelle coppie di serial killer il ruolo
della donna è proprio questo: rassicurare la
vittima, annullare le sue difese fino a che si trova
in trappola. [Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
La
trappola per Caroline scatta una volta salita in
macchina: Rose si sposta fulmineamente nel sedile
posteriore accanto alla ragazza e non appena Fred
innesca la marcia e riprende il tragitto inizia a
palpeggiare la giovane cercando di baciarla e di
toccarla tra le gambe. Nonostante le resistenze Rose
riesce ad immobilizzarla e Fred la tramortisce con
un colpo violento. Venne legata e condotta
nell’abitazione dei due predatori sessuali e lì
chiusa a chiave nella camera da letto. Venne
spogliata e la sua testa fu fasciata con del nastro
adesivo, una pratica ritualistica che Fred era
solito mettere in atto come la polizia scoprì in
seguito. Legata al letto venne abusata dall’uomo che
la penetrò ripetutamente con la fibbia di una
cintura. [Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
Verrà aggredita sessualmente anche da Rose mentre
Fred le spiegava che quando la moglie era incinta
aveva delle forti ed incontrollabili pulsioni
lesbiche. Le violenze non cessarono. Durante la
notte Fred stuprò ripetutamente la ragazza che a
quel punto temette per la sua giovane vita. Invece
al mattino, incredibilmente, la coppia di
pervertiti, come se quello che era successo fosse
del tutto normale e, probabilmente per loro lo era,
propose alla ragazza di riprendere il suo posto di
baby sitter perché ormai era diventata la loro
compagna di giochi e dal loro punto di vista era
particolarmente allettante la prospettiva di un
menage a troi. La ragazza finse di accettare e un
giorno riuscì a scappare e a raggiungere la madre
che avvisò la polizia. [Shelley Klein, Miranda Twiss,
2005]
12
gennaio 1973. Il caso Caroline Raine viene discusso
in Tribunale. L’avvocato dei West riuscì a
minimizzare il sequestro di persona descrivendo
quello che era successo come un gioco sessuale
iniziato con il consenso della ragazza ma che poi
era degenerato. La Corte gli diede ragione e Fred e
Rose furono condannati a pagare una penale di 100
sterline. Questo incredibile errore giudiziario è
ancora più drammatico perché rinforzò gli istinti
omicidi della coppia che da quel momento non avrebbe
lasciato più testimoni.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
1973. Lynda Gough,
diciassette anni. Anche lei inizia a frequentare la
casa dei West come baby sitter. La madre della
ragazza non avendo più sue notizie va a cercarla.
Rose inizialmente nega di conoscerla senza rendersi
conto che sta indossando le pantofole della ragazza.
La madre se ne accorge le chiede spiegazioni e con
non chalance Rose le risponde che sì ora le sembra
di ricordare di una ragazza con quelle
caratteristiche ma che era già ripartita in
direzione di Weston-super-Mare. I genitori la
cercano senza risultato ma, inspiegabilmente, non
denunciano l’accaduto alla polizia. I West possono
continuare ad agire indisturbati.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
Mentre le prime vittime vennero sepolte in aperta
campagna, dall’omicidio di Lynda, Fred iniziò a
seppellire i cadaveri in casa o nei dintorni. Il
corpo di Lynda, così come quello delle successive
vittime verrà smembrato e i vari pezzi verranno
collocati sotto il pavimento del bagno al
pianterreno. A tal fine, per tutti i venti anni in
cui lui e Rose abiteranno lì, Fred continuerà
instancabilmente ad apportare modifiche
all’abitazione per renderla più funzionale per i
suoi scopi criminali. Un solo locale non verrà mai
toccato una volta realizzato: la stanza dove Rose
svolgeva la sua redditizia attività di prostituta.
Fred a riguardo, pretendeva che dopo ogni incontro
con i clienti, Rose annotasse in un registro le
misure dei genitali degli stessi e un punteggio
sulle prestazioni. [Shelley Klein, Miranda Twiss,
2005]
Novembre 1973.
Carol Cooper, quindici anni, scompare
nel nulla. L’adolescente, con un passato di disagio
psicologico e carenze affettive, accettò volentieri
un passaggio da quella coppia di signori che un
giorno si offrirono di aiutarla. Dicembre 1973.
Lucy Partington, 21 anni, studentessa al
terzo anno di storia medievale e inglese, nipote del
romanziere Kingsley Amis, dopo aver fatto visita ad
un amico disabile, scompare anch’essa senza lasciare
traccia. Nel frattempo continuano le violenze su
Anne Marie, la figlia di Fred, che viene avviata
alla prostituzione e costretta ad avere rapporti con
‘i negri di Rose’ . Si è supposto che la giovane sia
stata violentata anche dal padre di Rose, Bill Letts,
che visitava regolarmente la casa. [Shelley Klein,
Miranda Twiss, 2005]
Aprile 1974.
Scompare un’altra giovane donna dalle strade di
Cheltenham. La quarta. Svizzera, 21 anni,
Therese Siegenthaler, studia Sociologia a
Londra. Si stava recando in Galles con l’autostop.
Il suo corpo smembrato verrà ritrovato anni dopo,
sotto il pavimento di una cantina, allo stesso
indirizzo. E poi ancora: Shirley Hubbard,
quindici anni, scompare nel novembre del 1974
e Juanita Mott, diciotto,
nell’aprile del 1975 . Con quest’ultima
vittima la serie omicidiaria si interrompe.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
Fred West in questo periodo cambia territorio di
caccia. La Jordan’ s Brook House, istituto
femminile di rieducazione è un luogo ideale per
trovare giovani vittime. E’ proprio da qui che
scappa ‘Miss A’ (pseudonimo con la
quale venne identificata al processo). La ragazza
venne invitata da Fred a trasferirsi da loro e
testimoniò in seguito che Rose la coinvolse in
un’orgia dove venne stuprata più volte. La ragazza
venne lasciata libera ma il trauma subito le impedì
di raccontare quanto era accaduto e riuscì a parlare
solo dopo l’arresto di Fred e Rose. La successiva
vittima a cadere nella ragnatela dei West fu
Shirley Robinson. All’inizio del 1977
venne adescata da Fred che le chiese se voleva
unirsi ai suoi pensionanti e la ragazza purtroppo
accettò.
La
giovane si trasferì da loro alla fine di aprile
dello stesso anno e dopo una iniziale convivenza
all’insegna della ‘normalità’, come da rituale venne
coinvolta dalla coppia nel loro gioco sessuale
preferito: il triangolo. La ragazza però rimase
incinta e l’accaduto mandò su tutte le furie Rose:
la sua furibonda gelosia decretò la condanna a morte
di Shirley che scomparve nel maggio del
1978. Il suo corpo venne fatto a pezzi e in
questo caso la brutalità dei due assassini si
scatenò con una modalità raccapricciante: il feto di
otto mesi venne letteralmente strappato dall’utero
della madre e sepolto nelle vicinanze.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
Nel dicembre 1978 Rose West, che continuava ad avere
rapporti sessuali con uomini di colore, partorì il
primo figlio di razza mista, Tara West, e due mesi
dopo si ritrovò di nuovo incinta del successivo che
verrà chiamata Louise West. Durante questa seconda
gravidanza, Fred cominciò a lavorare come factotum
presso la Jordan’s Brook. Iniziò una relazione con
una giovane di diciassette anni, Alison Chambers,
che come al solito venne coinvolta nel menage a tre
dai West. Anche lei venne uccisa, anche lei venne
depezzata e sepolta sul retro della casa.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
La
vittima successiva dei West sarà la figlia Heather,
la prima concepita con Fred. La ragazza che aveva
fatto di tutto per andarsene da quell’ambiente
malsano senza purtroppo riuscirvi, scomparve
all’improvviso e i suoi genitori, a chi gli chiedeva
notizie sulla figlia dicevano che se ne era andata
in Galles e che stava bene. In realtà i due
l’avevano strangolata e decapitata riducendo il suo
corpo in piccoli pezzi successivamente sepolti in
una fossa nel cortile sul retro. Dopo la morte di
Heather, Fred, iniziò a frequentare la casa di una
vicina, Kathryn Halliday, dove svolgeva varie
mansioni a seconda della necessità. La donna gli
rivelò di essere bisessuale e pensate un pò poco
dopo iniziò un altro triangolo sessuale. Sentiamo la
testimonianza della donna. [Shelley Klein, Miranda
Twiss, 2005]
TESTIMONIANZA DI KATHRYN HALLIDAY
<<Rose West mi chiedeva di farle cose molto, molto
aggressive … Pretendeva orgasmi continui, come una
macchina.>>
[Kathryn Halliday, cit. in Shelley Klein, Miranda
Twiss, pag. 547, 2005]
La
donna spaventata dall’escalation di violenza che
caratterizzava sempre più il comportamento sessuale
di Rose, decise di trasferirsi. Dopo quest’ultimo
episodio Rose continuò a lavorare come prostituta e
Fred Iniziò a girare film pornografici che avevano
come protagonista principale la moglie Rose e per
diversi anni la coppia fu coinvolta da questa nuova
attività che avrebbe però segnato la loro fine.
Infatti, nell’estate del 1992, Fred rapì
una bambina, la stuprò, la sodomizzò riprendendo
fedelmente tutto quanto. Questo doveva essere il suo
nuovo film come regista e attore protagonista. La
piccola, però, nonostante il trauma subito, riuscì a
confidarsi con un’amica che denunciò l’accaduto alla
polizia. [Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]
Il
coraggio di questa bambina porterà a scoperchiare
tutte le nefandezze compiute dai West che vennero
arrestati. Fred West si suiciderà in carcere in
occasione del capodanno del 1995 e Rose West, il cui
processo inizia l’ottobre del 1995 davanti alla
corte penale di Winchester fu condannata al carcere
a vita. Il giudice chiese espressamente che la donna
non venisse mai più fatta uscire dal carcere. Anne
Marie, la figlia di Fred West, durante il processo,
fece un impietoso ritratto della matrigna
descrivendola come una donna dura e sadica che non
si fermava di fronte a nulla pur di raggiungere il
piacere sessuale. Rose West dal canto suo cercò di
imporsi come donna timida, completamente succube del
marito. Questa volta, il suo tentativo fallì. [S.
Klein, M. Twiss, 2005]
LOUISE PEETE
Con il termine “Vedova Nera” si indica la donna
criminale che uccide metodicamente mariti e amanti
o, in ogni caso, individui maschi a lei legati da un
rapporto sentimentale e/o sessuale. Anche la Vedova
Nera quindi uccide in serie e tra le sue vittime
possono essere presenti anche individui appartenenti
al suo nucleo familiare. E’ attenta, estremamente
organizzata e metodica; è spinta ad uccidere da
interessi economici o da deliri erotomanici. L’età
di inizio dell’attività omicidiaria è compresa tra i
30 e i 40 anni e gli omicidi sono diluiti nel tempo
tanto che sarà molto difficile collegarli a lei. E’
dotata di grandi capacità manipolatorie, è
estremamente paziente e molto brava ad incantare le
sue vittime che prima di finire nella sua ragnatela
mortale si fideranno ciecamente di lei.
La
vittima sarà completamente indifesa e alla sua mercè.
L’arma che privilegia la Vedova Nera è il veleno che
viene somministrato a piccole dosi: infatti i
sintomi e le cause della morte verranno nella
maggior parte dei casi fraintesi dai medici che
addurranno ad altri motivi il decesso.
[V. M. Mastronardi, R. De Luca,2005]
La
Vedova Nera di cui ci occuperemo adesso, una delle
più pericolose nella storia criminale americana, non
si discosta molto da questa descrizione tranne, come
vedremo, per lo strumento di morte utilizzato. Ma
andiamo ora ad aprire il sipario sulla sua storia.
Louise Preslar nasce nel 1883 a Bienville, in
Louisiana. Figlia di un editore benestante,
frequentò le più esclusive scuole private di New
Orleans dove divenne celebre, non tanto per il
rendimento scolastico, quanto per le sue
innumerevoli avventure sessuali. In effetti, quello
che Louise cercava, non era tanto la crescita
culturale, quanto il piacere sfrenato e senza
limiti. Louise cercava sempre le scorciatoie e la
strada più semplice per arrivare al piacere e avere
anche un ritorno economico era sicuramente la
prostituzione alla quale venne introdotta da uno
degli uomini conosciuti durante le sue scorribande
scolastiche.
Louise ebbe molto successo: era una giovane donna e
di classe per giunta, dotata di una dialettica
disinvolta ed elegante e gli uomini oltre a pagarla
per le sue prestazioni sessuali le facevano anche
molti regali extra e uscivano volentieri con lei.
Per Louise, che da adolescente aveva sofferto il
fatto di non essere bella come le sue coetanee pur
essendo dotata di un corpo molto formoso, questo
rappresentava un notevole riscatto. Uno di questi
uomini, un commesso viaggiatore che si chiamava
Henry Bosley, le chiese di sposarlo e
il matrimonio venne celebrato nel 1903.
Louise lo seguirà per tre anni consecutivi in giro
per il paese dove l’uomo conduceva la sua attività.
[Cinzia Tani, 1998]
L’uomo sicuramente sperava che la moglie avesse
chiuso con il suo passato di promiscuità sessuale.
Invece, nel 1906, mentre si trovavano
a Dallas, Henry sorprese la moglie a letto con un
petroliere locale. Sconvolto si ucciderà due
giorni dopo. Questo sarà il primo di una
serie di suicidi con vittime uomini a lei legati
sentimentalmente, suicidi ai quali Louise reagirà
con totale indifferenza. Infatti, liquidò tutte le
proprietà del defunto marito e, ‘affranta dal
dolore’, si trasferì a Shreveport dove ricominciò a
prostituirsi. Raggiunta una certa rendita si
trasferì di nuovo, questa volta a Boston.
A Louise i soldi non bastavano mai. Anche qui,
infatti, cominciò una lucrosa attività di
prostituzione, diventando una prostituta
d’alto bordo prediletta dagli aristocratici del
luogo.
A
Louise non bastavano più i soldi che guadagnava
vendendo sesso: iniziò a rubare i gioielli delle
mogli assenti nelle case dei suoi ricchi clienti.
Era più forte di lei, non riusciva a controllarsi e
questa sua compulsività la tradì e venne scoperta.
Per evitare la denuncia si ritirò a Waco, in
Texas, dove attirò nella sua rete un
ricco petroliere locale appassionato di diamanti.
Una settimana dopo, l’uomo fu trovato morto,
freddato da un colpo di pistola alla testa e in più
i suoi diamanti, con cui adornava i suoi abiti e
anche gli stivali, erano spariti. In fase di
indagini preliminari, chiaramente, Louise venne
convocata di fronte ad una giuria come da prassi nei
procedimenti giudiziari statunitensi, visto che era
la principale sospettata.
Lei candidamente confessò ma si appellò alla
legittima difesa: era stata costretta a sparare
perché l’uomo aveva cercato di stuprarla.
Dall’apparente aspetto inoffensivo che la rendeva
particolarmente rassicurante, vista la sua accorata
autodifesa, riuscì a cavarsela e venne prosciolta
dalle accuse. [M. Newton, 2004]
Nel 1913, a Dallas, Louise sposò Harry Faurote,
che lavorava alle dipendenze di un albergo locale.
Il matrimonio, chiaramente d’interesse, visto che
Louise iniziava a trovarsi in ristrettezze
economiche, non impedì alla donna di continuare a
frequentare altri uomini con i quali si prostituiva.
Il marito la scoprì perchè Louise, sfacciatamente,
portò uno dei suoi clienti nell’albergo in cui
lavorava il marito. L’uomo non resse il colpo
e si impiccò. [Cinzia Tani, 1998]
Anche in questa occasione Louise non si scompose e
riuscì a razionalizzare il tutto adducendo la
responsabilità dell’atto inconsulto all’instabilità
dell’uomo; se poi lei era andata nel suo albergo era
stato solo per comodità, che c’era di male. Si
trasferì a Denver nel 1915 e lì sposò Richard Peete,
un venditore porta a porta. Da questa unione
nascerà, nel 1916, una figlia, Betty.
<<Peete
era un uomo buono, timido, generoso e assai fragile
di nervi. Purtroppo i suoi scarsi guadagni non
soddisfacevano la moglie, che nel 1920,
dopo un’ultima lite, fece i bagagli e prese il
treno per Los Angeles. Era alla ricerca di
soldi facili, di divertimenti, di una vita
brillante. Louise cercava una casa in affitto e
scorrendo i giornali lesse l’annuncio di Jacob
Denton, un vedovo benestante, che viveva in
una grande villa in South Catalina Street, e,
progettando un lungo viaggio in Oriente, intendeva
affittarla per tutto il periodo della sua assenza
La donna si offrì di
aiutarlo a trovare un cliente e si stabilì da lui.
La loro relazione divenne ben presto intima, ma,
dopo alcuni mesi Denton dichiarò che non aveva
alcuna intenzione di sposarla.
Lei allora capì di essersi illusa e, poiché l’uomo
non le serviva più, lo uccise.>>
[Cinzia Tani, pag. 259, 1988]
Louise non si scoraggiò e riuscì, con una serie
incredibile di menzogne, a tenere nascosta la reale
fine che aveva fatto l’uomo. Nel frattempo, per
molti mesi, continuò a vivere nella lussuosa dimora
della vittima, il cui cadavere era occultato nel
seminterrato: in questo periodo si scatenò
nell’organizzazione di orge sfrenate che univano
come al solito il piacere sessuale e l’avidità di
denaro. Venne scoperta dall’insistenza della
famiglia Denton che attraverso il suo avvocato
riuscì ad ottenere un mandato di perquisizione che
portò alla scoperta del cadavere dell’uomo. Louise
Peete naturalmente si era già data alla fuga.
<<I detective cominciarono a dare la caccia a Louise
e la ritrovarono a Denver, dove aveva
ripreso una tranquilla vita familiare accanto
a Richard Peete. Riconosciuta colpevole di
omicidio nel gennaio 1921, Louise ebbe
una condanna all’ergastolo. All’inizio
Louise scrisse fedelmente al marito Richard, ma la
lontananza non aumentò il suo affetto per l’uomo che
si era lasciata alle spalle. Nel 1924, dopo
che molte sue lettere non avevano avuto risposta,
Peete si uccise. Il direttore di San
Quintino, Clinton Duffy, una volta descrisse Louise
Peete come una donna “dall’aria di innocente
dolcezza che nascondeva un cuore di ghiaccio”. Si
disse che le piaceva vantarsi degli amanti che
aveva spinto ad uccidersi, e che aveva a cuore in
modo speciale il suicidio di Richard:
dimostrava che nemmeno le mura della prigione
potevano contenere il suo fascino letale. Nel
1933 Louise fu trasferita da
San Quintino al carcere di Tehachapi,
e sei giorni dopo, al suo decimo
tentativo di ottenere la libertà condizionale,
fu rilasciata dal carcere. La sua
scarcerazione era dovuta in buona parte
all’intercessione di un’operatrice sociale,
Margaret Logan, e di suo marito
Arthur. In libertà condizionale sotto la
vigilanza della signora Latham a Los Angeles,
a Louise fu consentito di chiamarsi Anna Lee, dal
nome della sua star del cinema preferita. Durante la
seconda guerra mondiale trovò lavoro in una mensa
militare; nel 1942 un’anziana
collega scomparve inspiegabilmente e la sua
casa fu trovata nel più completo disordine.
I
detective andarono a trovare Anna Lee, la persona
più vicina alla donna scomparsa, ma fu loro risposto
che essa era morta per le ferite riportate in una
caduta. Con un atteggiamento che potrebbe essere
definito soltanto di gigantesca negligenza,
credettero alla storia, senza mai preoccuparsi di
controllare il passato di Anna, o di ottenere un
certificato di morte. La premurosa signora
Latham morì nel 1943 e Louise fu affidata alla
custodia dei Logan. Nel maggio 1944
sposò Lee Judson, un anziano direttore di banca, e
il 30 maggio Margaret Logan scomparve senza lasciare
tracce: Louise raccontò all’anziano marito di
Margaret che lei era in ospedale e non era in grado
di ricevere visite. Verso la fine di giugno
Louise aveva convinto le autorità che Arthur Logan
era pazzo;
egli venne rinchiuso in un manicomio statale, dove
morì sei mesi dopo. Per risparmiarsi le spese del
funerale, Louise mise il cadavere a disposizione
della facoltà di medicina. Louise si trasferì con il
marito Judson a casa dei Logan, dove però non tutto
era a posto. In poco tempo, il marito scoprì un buco
di proiettile in una parete, un tumulo di terra
sospetto nel giardino e una polizza d’assicurazione
in cui si nominava Louise unica beneficiaria di
Margaret Logan […] Nel dicembre 1944 l’ufficiale
incaricato di sorvegliare la libertà condizionale di
Louise si era insospettito per i rapporti regolari,
presentati con la firma incerta di Margaret Logan,
troppo lusinghieri nei confronti della vigilata.
Poco prima di Natale la polizia fece irruzione a
casa dei Logan, spingendo finalmente Lee Judson ad
esporre
i
suoi sospetti. In giardino fu disseppellito il corpo
di Margaret Logan, al che Louise fu pronta con una
delle sue fandonie. Questa volta, il decrepito
Arthur Logan era improvvisamente diventato matto,
picchiando a morte la moglie in un attacco di
follia. Terrificata all’idea di attirare i sospetti
per via dei suoi precedenti, Louise aveva seppellito
il cadavere e aveva temporeggiato per un mese prima
di far internare Arthur. Louise non fu creduta e fu
accusata dell’omicidio di Margaret, mentre la morte
del marito fu registrata come accessoria.
Prosciolto il 12 gennaio 1945,
Judson si uccise il giorno dopo, gettandosi dal
tredicesimo piano di un edificio di uffici a Los
Angeles
Louise, fu notato, sembrò soddisfatta dalla sua
reazione alla loro separazione. Riconosciuta
colpevole di omicidio di primo grado da una giuria
che comprendeva undici donne, Louise questa volta fu
condannata a morte. I suoi appelli furono respinti
ed essa fu giustiziata nella camera a gas del
carcere di San Quintino l’11 aprile del 1947.>>
[M. Newton, pagg. 261-262, 2004]
UN
TRIANGOLO DIABOLICO: IL CASO RUTH SNYDER
<<La prima e l’ultima volta in cui Judd Gray vide
Albert Snyder, fu quando Ruth lo spinse dentro la
stanza del marito. Judd rimase qualche istante
perplesso a guardare l’uomo addormentato; d’un
tratto non ricordava perché si trovasse lì, ubriaco,
con un contrappeso per finestre in mano. Poi,
obbedendo all’ordine sussurrato da Ruth,
automaticamente alzò il contrappeso e lo fece
ricadere sulla testa dell’uomo. Albert scattò come
una molla, rizzandosi sul letto mentre il sangue
schizzava dappertutto, e afferrò la camicia di Judd
lottando disperatamente per la propria vita.
“Aiutami Ruth!” gridarono entrambi gli uomini. Ruth
strappò ‘l’arma’ dalle mani di Judd e colpì di
nuovo. Albert era ancora vivo. Annaspava nel sangue
ma respirava.
Ruth gli spinse del cotone imbevuto di cloroformio
sulla faccia, gli legò braccia e gambe, e usò il
filo metallico per strangolarlo.>> [Cinzia Tani,
pag. 313, 1998]
Il mosaico criminale che si va componendo nel
triangolo diabolico tra Ruth Snyder, Judd Gray
(l’amante – complice) e Albert Snyder (il marito –
vittima) è, come ci ricordano Aldo Musci e Marco
Minicangeli, quella sottovariante del paradigma
classico che Cinzia Tani ha definito “della
donna di marmo e dell’uomo di gesso”. [Aldo
Musci, Marco Minicangeli, 2006] Infatti abbiamo una
donna di marmo, che non viene scalfita da nessun
turbamento o titubanza nel progetto criminale e nel
momento di uccidere, e un uomo di gesso, Judd Gray,
debole e indifeso, completamente soggiogato dalle
capacità seduttive e manipolatorie della donna.
In
questa varietà di triangolo criminale il soggetto
dominante è la donna,
<<non solo in quanto essa svolga il ruolo canonico
di seduttrice/ispiratrice/istigatrice/ dell’omicidio
del consorte mediante la complicità dell’amante
acquisito, ma soprattutto perché riassume in sé
anche la funzione operativa di esecutrice del
delitto, lasciando al maschio soltanto quella
ancillare di marginale comprimario. Dalla casistica
a disposizione emerge, così, una figura femminile
particolarmente potente e incline al male, una
predatrice dall’artiglio felpato, contigua e talora
sovrapposta a quella di Dark Lady (…) Qui il gioco è
sempre fra due uomini e una donna, ma quest’ultima
sovrasta, per crudeltà e determinazione, gli altri
due lati.
La
sua costituzione psicofisica è, appunto, marmorea, a
fronte di figure maschili (vittima e complice)
deboli e vulnerabili, friabili. In altre parole, di
gesso.>> [Aldo Musci, Marco Minicangeli, pag. 41,
2006]
Ruth May Brown, dark lady di marmo, non ha
dimostrato altrettanta abilità criminale. Il
tentativo della donna di depistare le indagini
attribuendo la colpa dell’omicidio ad un presunto
delinquente italiano dalle fattezze simili a quelle
dell’anarchico Vanzetti, entrato per rubare, fecero
subito insospettire gli investigatori. La donna
legata alla meglio, i gioielli e le pellicce
ritrovate nell’appartamento e l’eccesso di disordine
che faceva pensare ad una simulazione, la mancanza
di ferite sul corpo della donna che diceva di essere
stata aggredita, facevano propendere per altre
ipotesi investigative.
I
poliziotti, perquisendo la casa, trovarono un’agenda
con diversi numeri di telefono, tutti di uomini,
alcuni cerchiati in rosso, sottolineati o seguiti da
un punto esclamativo. Uno di questi era Judd Gray, e
siccome il suo nome compariva pure su un assegno
ritrovato in un cassetto gli investigatori si
attivarono per rintracciarlo. Intanto l’analisi
della scena del crimine portava a rilevare altre
incongruenze: l’arma del delitto lasciata in casa in
bella mostra, le impronte di Ruth su una bottiglia
di liquore mentre lei sosteneva di non aver bevuto e
la storia che raccontava la donna che avrebbe
ripetuto anche al commissariato veramente ridicola e
un fermacravatta con le iniziali J. G. che la donna
disse appartenere ad una fidanzata del marito.
Il
detective Carey, che dirigeva le indagini, decise di
tentare una mossa: disse a Ruth che avevano
rintracciato Judd Gray e che l’uomo aveva già
confessato. Ruth a questo punto si sentì in trappola
e ammise, incalzata dal detective, che Judd Gray era
il suo complice ma buttò l’intera responsabilità
sull’uomo che secondo la sua versione, era stato
l’ideatore del delitto e l’esecutore materiale. Da
parte sua, Judd Gray, che nel frattempo era stato
veramente rintracciato in un albergo, alla fine,
messo alle strette con delle prove inoppugnabili,
confessò la sua complicità nell’omicidio ma
sottolineò che si era limitato a ferire la vittima
rimandando la responsabilità alla donna.
Durante la sua deposizione in fase processuale
testimoniò inoltre, che Ruth Snyder gli aveva
raccontato di avere già tentato di uccidere il
marito e che lui aveva cercato di farle cambiare
idea fino all’ultimo e nel raccontare l’omicidio
ribadì che era stata la donna a strangolare il
marito avvolgendogli con una forza incredibile il
filo metallico intorno al collo tanto da farlo
penetrare nella carne e che lui era sotto l’assoluto
dominio psicologico della complice. [Cinzia Tani,
1998]
In
effetti questo riassume molto precisamente i
contorni della relazione tra Ruth Snyder e Judd Gray.
Ma partiamo dall’inizio:
<<Ruth May Brown era una ragazza bionda, con gli
occhi tra il blu e il verde, molto alta e robusta.
Il corpo era comunque ben proporzionato, e le forme
morbide la rendevano appariscente e desiderabile.
Per contrasto lo sguardo era glaciale, la mascella
dura, la bocca sottile e volitiva. Era nata a
Manhattan nel 1895 da una famiglia di origine
norvegese. Lasciò la scuola a tredici anni
per impiegarsi come centralinista, mentre di sera
seguiva corsi di dattilografia e stenografia.
Era un’accanita lavoratrice determinata a fare
strada anche se, come la maggior parte delle sue
coetanee, dichiarava di pensare più al matrimonio
che alla carriera. “Solo per questo sono rimasta
vergine” confessava. Nel 1914, mentre
lavorava ancora al centralino, le capitò di
sbagliare nel passare la linea. Il cliente la
rimproverò aspramente. Ruth si scusò e lo
intrattenne al telefono parlandogli con dolcezza.
L’uomo era Albert Snyder, trentaduenne, art
director nella rivista nautica ‘Motor Boating’ e in
quell’occasione le chiese di diventare la sua
dattilografa. Lei si licenziò immediatamente
e accettò il nuovo impiego. Qualche mese dopo,
a diciannove anni, lo sposava.
La
coppia andò ad abitare a Brooklyn ma,
dopo la nascita della loro unica figlia, Lorraine,
si trasferirono in un appartamento più grande nel
Bronx e appena il marito guadagnò di più
si spostarono ancora in una villetta a tre piani nel
Queens Village a Long Island. Se per
Albert il trasferimento era un segno del suo
successo, per la moglie era il passo irreversibile
verso l’isolamento nella vita suburbana. Ma non si
perse d’animo: di spirito allegro, vivace e dinamico
lavorava tenacemente in casa, cucendo tende e
sovraccoperte oltre ai vestiti per lei e la piccola
Lorraine.
Nel 1925 aveva tutto ciò che una donna poteva
desiderare: una casa propria, un’automobile, una
radio, dei bei mobili, un conto in banca, una figlia
e un marito. Albert lavorava tutto il giorno,
rientrava tardi la sera e scambiava con la moglie
qualche rara parola prima di sprofondare in poltrona
a leggere il giornale. Era un uomo taciturno,
introverso, riservato, ma anche capace di violenti
scoppi d’ira. Per esempio, al ristorante poteva
rovesciare il tavolo apparecchiato se la cena non
era di suo gradimento. Durante il week end usciva in
mare con la sua barca e le giornate solitarie
trascorse a pescare gli davano un colorito
perennemente abbronzato. Nei momenti liberi
trafficava in garage intorno alla vecchia Buick o
dava da mangiare al canarino.
Rimasta vedova, la madre di Ruth, Josephine Brown,
andò ad abitare per qualche tempo presso la coppia e
notò subito che qualcosa non andava come avrebbe
dovuto. Ruth apparentemente era quella di sempre:
gioiosa, amante dei divertimenti, delle feste, degli
spettacoli, del bridge, ma il marito era cupo,
silenzioso, freddo anche con la figlia. Non amava
uscire la sera e non consentiva alla moglie di
tenere in casa gli animali che lei adorava. Le
permise solo un canarino, solitario e silenzioso
quanto lui.
Era evidente che Albert trovava Ruth troppo giovane,
troppo vivace per lui e che rimpiangeva la sua prima
fidanzata, Jessie Guischard, morta da dieci anni
pochi giorni prima del loro matrimonio. Diceva
spesso alla moglie: “Peccato che tu non possa essere
come lei!” E ancora: “Era la donna più bella che
avessi mai conosciuto!”. E teneva appeso un suo
ritratto alla parete dietro il letto per poterlo
guardare ogni mattino al risveglio. Josephine, che
assisteva ai frequenti litigi fra i due, consigliò
alla figlia di chiedere il divorzio, ma Ruth non era
convinta che il marito glielo avrebbe concesso.
Invece, per distrarsi, cominciò ad avere brevi
e intense avventure sessuali.
Vestita da ragazzina, con le gonne cortissime e i
tacchi alti, usciva di soppiatto. Gli appuntamenti
con le amiche nascondevano le sue incursioni
solitarie nelle sale da ballo, dalle quali usciva
poi in compagnia di qualche giovanotto che la
conduceva in un motel vicino. Nello stesso momento
Lorraine era a scuola, e Albert occupato a disegnare
barche nel suo ufficio a Manhattan. L’incontro
fatale avvenne nel giugno del 1925, il quinto anno
del proibizionismo. La donna accettò un
appuntamento ’al buio’ al ristorante svedese Henry’
s e, insieme a una coppia di amici, pranzò con
Judd Gray, trentatreenne rappresentante di
biancheria intima.
Judd era un uomo insignificante a vedersi:
grassoccio, dai capelli rossi, con un tic nervoso
che gli faceva sbattere continuamente gli occhi
dietro gli spessi occhiali di tartaruga da miope. Ma
era anche un uomo bonario, simpatico, che raccontava
barzellette spinte, amava spassarsela ed era
considerato un seduttore. Per Ruth quell’uomo era un
sogno che si realizzava: uno schiavo d’amore a tempo
pieno, e per di più divertente. Durante il pranzo
entrambi ignorarono l’altra coppia e si impegnarono
per ore nel racconto dei reciproci infelici
matrimoni. Ruth scuoteva la sua bionda massa di
capelli e lasciava tintinnare i ciondoli di
bigiotteria che le adornavano il collo nudo.
Descriveva allegramente le sue giornate vuote,le
serate gelide trascorse con un marito ormai
estraneo.
Judd sembrava molto interessato al racconto e si
piegava verso la donna per ascoltarla meglio.
“Capisci” diceva lei prendendo la mano di Judd tra
le sue sotto il tavolo “Albert ha tredici anni più
di me e quando sono diventata sua moglie ero solo
una ragazzina … Ha voluto a tutti i costi sposarmi
subito e la mia vita è finita. All’inizio mi portava
a cena fuori e a ballare e, per convincermi a
cedere, una volta mi ha regalato una scatola di
cioccolatini con un solitario! E poi aveva un buon
lavoro. Alla fine mi sono persuasa ma la prima notte
ero terrorizzata. Ha dovuto aspettare giorni prima
che mi tranquillizzassi. Eppure so che per lui sono
rimasta la ex centralinista che lavorava nel suo
ufficio, insomma, una nullità.”
Il
tempo passava, erano ormai le 16, e ora era Judd a
lamentarsi del proprio matrimonio. Sua moglie Isabel
era buona, una brava massaia, ma talmente
insignificante da essere chiamata dagli amici “la
donna invisibile”. Non usciva mai e parlava poco.
Alcuni suoi colleghi della Bien Jolie Corset Company
non l’avevano mai vista e qualcuno addirittura
ignorava che fosse sposato. Aveva anche una figlia,
della stessa età della piccola Lorraine. Dopo
quattro ore di confidenze si lasciarono promettendo
di rivedersi nel mese di agosto, dopo il ritorno di
Ruth, Albert e Lorraine da un viaggio in barca a
Shelter Island.
La
sera del 4 agosto
Judd telefonò a Ruth e la invitò a cena nel ‘loro’
ristorante. Dopo aver mangiato e bevuto, le chiese
di accompagnarlo nel suo ufficio, tra la
trentaquattresima strada e la Fifth Avenue. Disse
che doveva prendere il campionario con gli ultimi
modelli di biancheria intima. Arrivati in ufficio,
Ruth si sciolse la sciarpa di cotone che teneva
intorno alle spalle per nascondere le bruciature del
sole. “Ho della crema da qualche parte” disse Gray.
“Se vuoi te la spalmo sulle scottature”. “Nessuno si
è mai preso tanta cura di me” sussurrò lei
rabbrividendo di piacere mentre le mani dell’uomo le
scivolavano sulla schiena. “Ho qualcos’altro per te”
fece lui, tirando fuori un corsetto nuovo di zecca
dal campionario. “Sono sicuro che ti starà
benissimo. Permettimi di aiutarti a indossarlo.”
Ruth ebbe un brivido: “D’accordo, puoi farlo e d’ora
in avanti puoi chiamarmi Momsie.” Momsie, Mummy, o
‘mia regina’ erano i suoi vezzeggiativi, e Bud,
Lover Boy e Baby erano quelli di lui. I due amanti
si innamorarono come due adolescenti, scambiandosi
bigliettini teneri e regaletti, dandosi appuntamenti
fugaci negli alberghi e passando ore a baciarsi in
macchina. Poi il rapporto si fece più ardente: le
ore rubate non bastavano più. Ci voleva tutta la
notte o almeno una parte, trascorsa preferibilmente
al Waldorf Astoria. E di giorno, per darsi un
contegno, Ruth portava con sé anche la piccola
Lorraine che rimaneva nella Hall a leggere libri per
ragazzi, oppure si divertiva a salire e scendere in
ascensore.
Durante una delle loro notti appassionate Ruth
decise di raccontare a Judd alcuni episodi avvenuti
negli ultimi tempi. Albert si trovava in garage
occupato a cambiare una gomma alla Buick, e
inspiegabilmente, mentre era sdraiato sotto la
macchina, il cric era scivolato via e l’auto si era
piegata di lato rischiando di schiacciarlo. Qualche
giorno dopo, Ruth gli aveva portato del
whisky,sempre in garage, perché si riscaldasse.
Albert cominciò a sentirsi girare la testa e si
accorse che la porta del garage era stata chiusa
dall’esterno e che il monossido di carbonio emesso
dalla macchina in moto stava per soffocarlo. Riuscì
a forzare la porta e ancora una volta si salvò. Una
sera, a casa, uscì a fare una passeggiata. Quando
rientrò, verso l’alba, Albert l’aspettava con la
luce accesa, leggendo un libro.
“Mi sono svegliato e ho sentito puzza di gas” le
disse. “Ho trovato i rubinetti aperti.” “Che
sbadata!” fece lei. “Poteva succedere qualcosa di
brutto. Cercherò di stare più attenta.” Ascoltati i
racconti, Judd guardò l’amante inorridito. “Ma ti
rendi conto di quello che stai facendo? Ti rendi
conto di cosa vuol dire agli occhi di Dio?” “Io non
lo sopporto più” fu la risposta infantile di Ruth. I
tentativi andarono avanti. Nel luglio del 1926
Ruth riprovò con il gas; nel gennaio dell’anno
successivo curò il singhiozzo del marito con il
bicloride di mercurio che per poco non lo mandò
all’altro mondo, e qualche mese dopo assestò una
spintarella ad Albert, indaffarato a pulire la
barca, facendolo finire fuoribordo.
Nella penombra delle stanze d’albergo, mentre Judd
inginocchiato davanti alla sua amante le abbracciava
le gambe, lei proseguiva i suoi resoconti. L’uomo
non era più scandalizzato come all’inizio anche se
continuava a chiederle: “Ma che cosa vuoi fare?
Ammazzare quel poveraccio?” “Si, ma Momsie non può
farlo da sola” rispondeva lei con voce zuccherosa.
“Ha bisogno d’aiuto. E Lover Boy deve aiutarla.” E
poi il tocco finale. Raccontò all’amante di aver
fatto firmare al marito ben tre polizze di
assicurazione per un totale di centomila dollari.
Albert era convinto di averne stipulata una sola,
per mille dollari, e che i tre fogli che la moglie
gli aveva sottoposto non fossero che copie dello
stesso documento.
“Ma adesso devi aiutarmi Bud” gli disse
abbracciandolo. “Non posso fare tutto da sola.” In
quei giorni Bud, noto per la sua calma, divenne
molto nervoso, agitato, beveva più del solito e
cercava senza successo di dissuadere la donna dal
macabro proposito. Ma il potere di Ruth su di lui
era enorme. Lo soggiogava sessualmente, lo seduceva,
lo eccitava provando e riprovando la biancheria del
suo campionario e gli ripeteva con voce
cantilenante: “Albert morirà e noi vivremo insieme e
ricchi per sempre!” Infine una notte, dopo averlo
pregato e scongiurato, gli ordinò di aiutarla e gli
diede le istruzioni finali. Lui avrebbe dovuto
procurarsi del cloroformio, un filo metallico e un
grosso contrappeso, uno di quelli per le finestre a
ghigliottina.
“Così avremo tre opportunità per ucciderlo. Una di
queste dovrà funzionare per forza!” Una sera,
mentre Albert e Lorraine erano fuori, Ruth
invitò Judd per fargli conoscere la casa.
Si ubriacarono e fecero l’amore nella stanza
della bambina. Poi lei lo minacciò di
por fine alla loro storia se non l’avesse aiutata.
Si videro ancora una volta a cena da Henry’s per
discutere i dettagli. A tavola era presente anche
Lorraine, che ascoltava la conversazione senza
capirne il senso. La notte del 19 marzo 1927
Judd Gray, pallido come un morto e ubriaco fradicio,
arrivò a Long Island. Aveva accettato di aiutare
Ruth, ma fino all’ultimo sperò in un ripensamento.
Aveva passato la giornata vendendo biancheria a
Syracuse, nello Stato di New York, e poi era salito
sul treno per Long Island, arrivando in piena notte
con due bottiglie di
whisky da scolare nell’attesa, che trascorse
vagabondando lì intorno. Chissà, forse in cuor suo
si augurava che qualche poliziotto lo notasse e lo
arrestasse per alcolismo, mandando così a monte il
piano omicida. Infine si decise ad entrare
attraverso la porta posteriore che l’amante aveva
lasciato aperta; la casa era vuota, la famiglia si
trovava a un party dai vicini. Judd si nascose nella
stanza della madre di Ruth, che era partita da
qualche giorno. Sul letto trovò gli oggetti che
aveva procurato lui stesso: il grosso contrappeso,
il filo metallico e la bottiglietta di cloroformio.
Il party si prolungò fino alle 2. Judd aveva
nascosto gli ’strumenti’ sotto il cuscino e si era
seduto sul letto a bere. Anche Albert aveva bevuto
quella notte e, dopo aver messo la macchina in
garage,
era salito subito in camera a dormire. La moglie
indossò la camicia da notte e raggiunse l’amante,
per baciarlo e pregarlo di aspettare ancora qualche
minuto. Poi accompagnò a letto Lorraine e attese che
il marito si addormentasse. Mezz’ora più tardi tornò
da lui. Finirono insieme la bottiglia di whisky e
alle 3 erano pronti. La casa era immersa nel
silenzio assoluto, anche la strada era silenziosa.
Judd indossava dei guanti di gomma e aveva con sé
tutti gli attrezzi. Fu preso per mano da Ruth,
condotto lungo il corridoio fino alla camera da
letto e infine spinto dentro.>> [Cinzia Tani, pagg.
313-318, 1998]
Cosa successe in seguito già lo sappiamo. I due ex
amanti furono giustiziati sulla sedia elettrica
il 12 gennaio 1928. Thomas Howard,
cronista del ‘New York Daily News’ durante
l’esecuzione fissò una piccola macchina fotografica
alla caviglia e la nascose sotto i pantaloni. Quando
la sedia elettrica fu messa in funzione scattò una
fotografia e l’immagine di Ruth Snyder legata alla
sedia elettrica il giorno dopo finì sulla prima
pagina del giornale acquisendo una fama che sarebbe
arrivata fino ai giorni nostri. [Cinzia Tani, 1998]
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