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Dott. Massimo Buttarini >SEDUZIONE CRIMINALE: il ruolo delle donne negli omicidi seriali e nei triangoli diabolici
 

IL LATO OSCURO DEL FEMMINILE

Con il presente lavoro intendo esplorare il lato oscuro del femminile attraverso una serie di storie criminali e di donne che ne sono state protagoniste; una galleria di situazioni, vedrete, che toccheranno anche un altro aspetto della psicodinamica criminale: la relazione tra i complici, quando questa assume gli aspetti di un vero e proprio rapporto di succubanza e la relazione tra questi e le vittime. Le donne protagoniste delle storie che vi esporrò, hanno tutte cercato di mostrarsi come vittime ma il loro ruolo è stato invece determinante, a mio parere, nella criminogenesi  e nella criminodinamica dei fatti che porterò alla vostra attenzione. La donna nel corso del tempo è diventata sempre più protagonista nella scena del sociale e questa emancipazione non ha escluso il crimine. Queste storie terribili ci obbligano inoltre ad un confronto impietoso con il tema del male. Per quanto riguarda il lato oscuro del femminile ho fatto preliminarmente un breve accenno ai gravi fatti di Abu-Grahib delineando in sintesi le due protagoniste femminili che sono state accusate e condannate per le torture inflitte ai prigionieri iracheni e ho delineato la storia di un’insegnante statunitense che ha allacciato una relazione con un giovane alunno ed è stata condannata per pedofilia. Prima di entrare nel merito del caso che riguarda un’adolescente assassina ho inoltre delineato il tema da un punto di vista teorico.

 

 

LE TORTURE NEL CARCERE DI ABU-GRAHIB

 

LYNNDIE ENGLANDlynndie england

      22 anni, si fece fotografare mentre umiliava sessualmente e derideva prigionieri iracheni.

      Il pubblico ministero ha sostenuto che l’imputata era consapevole e si divertiva nel farsi fotografare mentre teneva al guinzaglio un prigioniero nudo e in altre situazioni di sadicità manifesta.

      La difesa ha tentato invece la strada dell’incapacità di intendere sostenendo che la giovane attraversava un periodo di depressione ed era plagiata da un superiore, il sergente Charles Graner, con cui aveva avuto anche una relazione sessuale e di cui era rimasta incinta.

      La England è stata giudicata colpevole dalla giuria di un tribunale militare ed è stata condannata a tre anni di carcere

 

SABRINA HARMANsabrina harman

 

Sabrina Harman, divenuta tristemente famosa come la soldatessa della piramide umana perché è stata fotografata mentre nel carcere di Abu Ghraib sorrideva vicino ad una piramide di prigionieri nudi, è stata riconosciuta colpevole dalla corte marziale di Fort Hood anche se la condanna è stata molto mite: solo sei mesi di carcere. Sabrina, 27 anni, nella vita civile pizzaiola a Lorton in Virginia, si è sempre dichiarata non colpevole delle accuse che le sono state imputate e ha dichiarato di aver eseguito degli ordini che provenivano dall’alto. Le era stato affidato il compito di far vedere ai detenuti l’inferno e di annullare la loro volontà e resistenza. Un commilitone ha testimoniato di aver visto Sabrina umiliare sessualmente dei prigionieri mentre un’altro testimone ha dichiarato di non averla mai vista maltrattare i prigionieri

 

 

MARY KAY LETOURNEAU: STORIA DI UN’INSEGNANTE ERIKA DE NARDOmary kay letourneau

 

Mary Katherine Schmitz nasce il 30 gennaio del 1962, quarta figlia e prima femmina di un professore di college, John Schmitz e della moglie casalinga Mary. Il padre innamoratissimo della figlia che lo ricambia, inizia una carriera politica di successo quando la bimba ha due anni. I genitori tutti presi dal successo non si accorgono che quando Mary ha 7 anni inizia ad essere molestata sessualmente dai fratelli maggiori. Inoltre un altro evento drammatico funesta la sua giovinezza: Il fratellino Philip, di appena tre anni, muore annegato nella piscina e Mary, che all’epoca ha 11 anni, verrà pesantemente accusata dai genitori che glielo avevano affidato e il senso di colpa sarà devastante.

Negli anni settanta l’ultraconservatrice famiglia Schmitz viene scossa da un grave scandalo: l’arresto di una donna accusata di aver abusato del figlio porta alla scoperta che i due figli di lei sono figli illegittimi del senatore Schmitz che si rifiuterà anche dopo la morte per diabete della madre di prendersi cura di loro. Mary Kay prenderà a spada tratta le difese del padre e accuserà la madre di aver costretto il marito a cercarsi un’altra donna. Al college conoscerà il futuro marito, Steve Letourneau, e presto rimarrà incinta. Pressata dalla madre si sposerà pur non essendo innamorata di quell’uomo del quale non prova nemmeno un minimo di stima. Il matrimonio, che darà alla luce ben quattro figli sarà un fallimento.

Mary Kay diventa maestra elementare e qui conosce per la prima volta Vili, un bambino samoano che la colpisce per le sue doti artistiche. Diventata insegnante di scuola media ritroverà Vili con cui nel tempo allaccerà una relazione sempre più intima che porterà alla fine del suo matrimonio già in crisi e alla sua carcerazione come sex offender. La relazione con Vili porterà alla nascita di altri due figli. Il 3 agosto del 2004 Mary Kay è stata scarcerata e Vili, ormai ventunenne vorrebbe stare con la donna che però essendo stata condannata per pedofilia non potrà mai più vivere con i bambini che sono stati affidati alla nonna paterna. Vili una vita da sbandato con piccoli crimini alle spalle sogna di diventare un pittore, nel frattempo è disoccupato e vive con alcuni amici di famiglia.

 

ADOLESCENZA CRIMINALE

Sono stati individuati molteplici aspetti psicologici relativi ai figli che uccidono i genitori: sentimenti di ingiustizia subita, anomalie nel processo di apprendimento, bassa soglia di frustrazione, incapacità di svolgere un ruolo, assenza di sentimento comunitario, incapacità di autocritica, bisogno di gratificazione immediato, aggressività sessuale, impulsività, tendenze interpretative, volontà di essere punito, comportamento nevrotico. A volte la personalità del giovane si struttura in modo rigido e patologico e può dare la falsa impressione di armonia: le condotte da “bravo ragazzo” senza problemi nascondono invece problematiche profonde che sfociano drammaticamente nell’omicidio. Si tratta quindi di un delitto che prorompe come un fulmine a ciel sereno.

Viceversa in molti casi l’omicidio non è preceduto dalla calma apparente ma da un crescente montare di odio e rabbia che conduce poi al tragico epilogo. Il crimine, in tal caso, non è del tutto sorprendente ed inaspettato. Se, per un verso, in quest’ottica psicologica ci rendiamo conto del fatto che l’omicidio consumato dall’adolescente risponde ad istanze talvolta naturali, comuni a tanti giovani, per un altro verso percepiamo la sproporzione tra l’enormità del delitto e le motivazioni che ne sono alla base. Questo stridore si avverte a maggior ragione per gli eccidi compiuti negli ultimi tempi, ove si perde il limite tra comportamento normale e patologico, che distingue il giovane normale dal giovane folle. [Paolo De Pasquali, pagg. 169-170, 2004]

Classificazione degli adolescenti omicidi: folli, normali, normoidi. I giovani folli uccidono a causa della loro grave malattia mentale che inficia la loro capacità di intendere e di volere. Anche se l’omicidio non è impulsivo ma pianificato, la premeditazione in questi casi è sempre riconducibile alla patologia mentale dell’autore. I giovani normali sono invece agiti nella loro azione omicidiaria da moventi razionali, quali il denaro, o moventi emotivo-passionali, quali gelosia, risentimento, lite. I giovani normoidi compiono omicidi inspiegabili che proprio per questo sono particolarmente inquietanti. Questi soggetti appaiono ad un’attenta analisi privi di anima, di sentimenti, di affettività.

Paolo De Pasquali tratteggia un’altra categoria di soggetti affetti da un disturbo che rientra nell’ambito della personalità da lui definito Disturbo Mostruoso della Personalità. Tali soggetti che hanno sviluppato appieno la sfera cognitiva hanno gravissime carenze nella sfera dell’affettività, dei sentimenti e delle emozioni e una pericolosa patologia del comportamento. Sono caratterizzati da un super io rigido, deforme o lacunare, le cui regole possono deviare dalle norme generalmente condivise a tal punto da mettere in atto azioni brutali senza provare il minimo senso di colpa. Sono lucidi, risoluti, bugiardi, irresponsabili e continuano a vivere come se nulla fosse accaduto. Questa descrizione ci introduce al prossimo caso che rappresenta molto bene tutto questo.

 

ERIKA DE NARDOerika de nardo

 

‹‹21 febbraio 2001, ore 20.53. E’ tutto finito finalmente. C’è silenzio adesso. Solo il gocciolio del rubinetto nella vasca da bagno Iacuzi piena d’acqua. L’acqua è tiepida, rossa. IL piccolo Gianluca vi galleggia in posizione fetale, con addosso brandelli della tuta da ginnastica, lacerata da 50 coltellate. Sotto le unghie la pelle che ha strappato ai suoi assassini. Ha lottato come può lottare un bambino di 12 anni. Ha lottato sgomento contro un mostro a due teste, che prima ha ammazzato sua madre davanti a lui e poi lo ha inseguito, ingannato, dilaniato. Un mostro che gli era cresciuto accanto, giorno dopo giorno. Invocava l’aiuto del papà, Gianluca, ma è morto solo. Strisce di sangue dalla vasca da bagno portano fuori, lungo le scale, fino al pianterreno, in cucina.

Lì il sangue forma una vasta chiazza su cui giace bocconi Susy Cassini, una donna massacrata da 47 coltellate, che mentre moriva ha perdonato chi le toglieva la vita. La porta di casa De Nardo si apre e dal villino a due piani color salmone in via Lodolino, a Novi Ligure, Alessandria, esce una ragazza in pigiama, a piedi scalzi, gli occhi vuoti: Erika. Cerca aiuto nella notte fredda. La soccorrono. La giovane blatera poche parole confuse, si capisce che qualcosa di terribile è avvenuto in casa sua. “Sono stati due albanesi”, afferma Erika. E lo ribadisce anche al padre, arrivato dopo pochi minuti, e che ora sta lì, davanti casa, con le mani nei capelli.

Erika dichiara che mentre si trovava in camera sua aveva sentito il fratello urlare e aveva visto la madre correrle incontro inseguita da due rapinatori armati di coltello; dichiara quindi di essere scappata. Però agli investigatori che compiono il sopralluogo qualcosa non torna. Ad esempio, le orme dei piedi della ragazza ‘in fuga ’ dimostrano che camminava e non correva; e poi, perché i cani da guardia non hanno abbaiato? E che ruolo può aver avuto Mauro Favaro, detto Omar, il fidanzato della ragazza, che ora la segue a testa china, dovunque lei si sposti, fuori e dentro la casa del delitto? Forse nessun estraneo è entrato nella villetta. Forse il mostro non viene da fuori. Forse è dentro: in famiglia.>> [Paolo De Pasquali, pagg. 136-137, 2002]

Ecco la ricostruzione dei Ris di Parma: <<Mercoledì 21 febbraio 2001, ore 20.30. Erika e Omar (che ha la testa coperta da un passamontagna ed indossa guanti e tuta per non macchiarsi i vestiti di sangue) attendono nascosti in un bagno della villetta il ritorno di Susy e Gianluca. Entrati in casa, la madre va in cucina e il piccolo corre sopra, nella cameretta, a leggere un fumetto di Pokemon, mentre si riempie la vasca per il bagno. Susy, di spalle, viene aggredita a coltellate da Omar: i colpi, inferti con un coltello della cucina, sono talmente violenti che la lama si piega a 90 gradi. A questo punto a dar manforte al ragazzo interviene Erika, che con un altro coltello, ringhiando “Muori! Muori!”, finisce la madre, la quale sussurra: “Erika, ti perdono”. Alla fine il corpo di Susy sarà attraversato da 47 coltellate.

Gianluca sente le urla della madre e si precipita al piano di sotto, dove assiste all’assassinio. Erika ferisce il fratello ad un braccio e lo costringe a risalire nella sua stanza, dove lo chiude a chiave. Il bambino distrugge parte del mobilio nel tentativo di uscire. La sorella scende dal fidanzato: non sanno che fare. Omar vorrebbe risparmiare il piccolo, che però ha visto e capito: è la sua condanna. Decidono di fargli bere un veleno per topi acquistato tre giorni prima, forse allo scopo di avvelenare tutta la famiglia (si rinviene anche un manuale dei veleni, in cui sono sottolineate le parti riguardanti le dosi letali per l’uomo). Erika alza al massimo il volume dello stereo e torna dal fratello, cercando di rassicurarlo; con la scusa di lavare il sangue lo porta in bagno.

Qui arriva Omar col bicchiere d’acqua in cui è disciolto il veleno. I due tentano di far bere Gianluca, che si rifiuta, lotta, morde, finchè il bicchiere cade per terra. Improvvisamente Erika accoltella più volte il fratello, che grida: “Erika, perché mi fai questo?” e tenta disperatamente la fuga, cercando addirittura di arrampicarsi sulla parete, come testimoniano le impronte delle manine insanguinate. Anche Omar infierisce col coltello su Gianluca, che alla fine soccombe. Il piccolo viene trascinato nel bagno ed annegato nella vasca piena d’acqua. Omar fa per andarsene, ma Erika gli dice: “Come, te ne vai? E mio padre non lo uccidiamo?”
“Se vuoi fallo da sola. Io me ne vado, non ce la faccio più” ribatte lui e si allontana col motorino (visto da un testimone).

Erika butta all’aria alcuni oggetti per inscenare una rapina. Poi esce di casa e inizia a recitare … >> [Paolo De Pasquali, pagg. 138-139, 2004]

 

IL CONTESTO FAMILIARE

La famiglia De Nardo fa parte della medio-alta borghesia con una eccellente posizione economica. E’ una famiglia che gode della stima generale della gente anche se conduce una vita abbastanza ritirata. Francesco De Nardo, il padre di Erika, 45 anni, è originario di un paese in provincia di Catanzaro. La sua famiglia d’origine, quando lui ha 7 anni, si trasferisce a Novi Ligure. Conoscerà Susy Cassini al liceo, quando lui ha 17 anni e lei 14. Si sposeranno dieci anni dopo e avranno due figli. Francesco si laurea in Ingegneria e poi farà carriera nella Pernigotti. Viene descritto come un uomo educato, serio e nell’ambito lavorativo è molto amato dai dipendenti. La relazione con la figlia Erika è da sempre caratterizzata da una certa distanza. Lui incarna la figura paterna autoritaria che propina regole e ramanzine anche se, a quanto risulta, non ha mai alzato un dito contro la figlia.

E’ Susy Cassini, la moglie e madre, che ha una relazione emotivamente più stretta con i figli. La donna viene descritta come una madre vivace e determinata, il cuore pulsante della casa con una capacità organizzativa che non lasciava nulla al caso. Di lavoro faceva l’insegnante, ed era estremamente religiosa tanto da tormentarsi a tal punto da precipitare in uno scompenso emotivo che per un certo periodo la portò a frequentare i Testimoni di Geova. Chissà quanto tutto questo influenzò la relazione con la figlia; comunque non riuscì mai a trasmetterle fino in fondo questa sua dirittura morale e il suo credo che, alla luce di tutto questo, forse era troppo per una ragazzina dell’età di Erika.
Gianluca, il figlio, tutto il contrario di Erika, era bravo a scuola, amante dello sport e del catechismo e, nonostante le differenze, molto legato alla sorella a cui aveva dedicato l’ultimo tema scolastico prima di morire descrivendola come la sua migliore amica e un esempio da seguire dimostrandole una stima sconsiderata. Questo particolare rende il tutto ancora più tragico e riempie l’animo di una tristezza infinita. Da parte sua Erika sembra apparentemente nutrire una grande ammirazione per questa madre dalla personalità così ‘forte’ con la quale però si sviluppa nel tempo un rapporto sempre più conflittuale nel quale le due più che madre e figlia erano diventate come due sorelle ed Erika non riusciva più a confrontarsi con lei sulle sue problematiche adolescenziali.

La relazione con il fratellino sembra apparentemente buona: Erika era molto paziente e investiva molto del suo tempo per giocare con lui. Da piccola praticava la danza e viene descritta come una bambina molto educata e gentile. Una volta cresciuta ha praticato la pallavolo e il Kickboxing. A scuola si distingue tanto da diventare il leader della sua classe nonostante le sue caratteristiche di riservatezza con le quali pone sempre una certa distanza nelle relazioni con gli altri. Le difficoltà scolastiche e la sua ribellione a casa cominciano e coincidono con l’inizio della relazione con Omar con il quale comincia a consumare droghe tra le quali anche la cocaina fino ad arrivare ad un vero e proprio abuso.

La famiglia non riesce a fornirle un adeguato contenimento: pur non gradendo le frequentazioni della figlia i genitori non si imporranno mai se non con un silenzio di disapprovazione che comunque non impedirà a Erika un eccesso di libertà fermo restando il rispetto di certe abitudini e di certi orari. Apparentemente l’atmosfera della famiglia De Nardo non è caratterizzata da tensioni palpabili ma allo stesso tempo si basa su una esteriorità che non è sostanziata da una affettività che possa reggere ed elaborare le normali conflittualità tra genitori e figli presenti sempre e comunque in tutte le famiglie. I problemi si evitano e la cosa più importante non è il sentire ma il fare, la prestazione che deve essere sempre elevata ad un certo standard, sia in famiglia che a scuola.

Nonostante regni un ordine impeccabile, retto soprattutto dalla rigidità religiosa della madre, la funzione educativa espletata dai genitori non riesce a trasmettere quella capacità di sentire e non solo di fare. [Paolo De Pasquali, 2004]
Anche la famiglia di Omar è benestante anche se il livello culturale è molto più basso. I genitori, persone alla buona ma irreprensibili, cercano di mettercela tutta per seguire la crescita del loro figlio. Anche qui la figura paterna, soprattutto in passato, è stata perlopiù assente: faceva il camionista ed oggi, a 41 anni, è comproprietario di un bar di Novi e lascia alla moglie la responsabilità dell’educazione del figlio sulla quale lui interviene solo indirettamente.

Omar ha una relazione con il materno che potremmo definire simbiotica tanto che spesso dorme nel letto con lei. E’ molto legato anche ad una nonna che vive con loro. Lo sviluppo emotivo di Omar è condizionato da una massiccia presenza dell’elemento femminile che non è stato mediato da un maschile paterno che avrebbe dovuto avere la funzione di elemento separatore fondamentale per l’autonomia psicologica del ragazzo che verrà invece eccessivamente coccolato e viziato senza essere responsabilizzato. Omar, 17 anni, è introverso e taciturno, una figura anonima che conduce una vita anonima caratterizzata dal conformismo. L’incontro con Erika lo trasforma: diventa aggressivo e trasgressivo.

I suoi genitori non ostacolano la loro relazione, anzi, la incoraggiano lasciandoli liberi di rimanere da soli nella stanza del figlio per lunghe ore. La relazione tra Erika e Omar, dopo un iniziale tentennamento da parte del giovane che arriva anche a lasciarla, si fa in seguito, dopo la riconciliazione, subito molto passionale ed esclusiva. La coppia si chiude sempre più in se stessa allontanando gradualmente  tutti gli amici e le frequentazioni di un tempo: si richiudono sempre più nella stanzetta di Omar che diventa il loro universo, un luogo intimo ed inaccessibile, dove sperimentare emozioni sentimentali e sessuali. I ruoli della coppia si definiscono subito in copioni rigidi ed immodificabili:

Erika prende in mano lo scettro del comando, lei è forte, sfacciata, desiderosa di conferme e approvazione e per questo ha bisogno che l’altro si sottometta al suo volere; da parte sua, Omar, che con lei è diventato più sicuro di se stesso, vive costantemente una spiacevole angoscia abbandonica e per questo fa di tutto per accontentarla. La loro vita inizia ad essere scandita da una sorta di rituale ripetitivo e immodificabile: tutti i giorni Omar va a prendere Erika alle 15.30 e la riporta a casa alle 19.30 e in queste quattro ore i due giovani fanno l’amore, ascoltano musica, leggono romanzi di Stephen King e iniziano ad alimentare fantasie di morte sulla famiglia di Erika. I due cominciano sempre più a perdere il contatto con la realtà:

Sono come un organismo unico, indifferenziato, in cui le identità dei singoli, annullandosi i confini, perdono sempre più di consistenza fino a sfumare completamente. Un organismo corrotto che scinde il male da se stesso e lo proietta sulla famiglia De Nardo che diventa l’elemento persecutore da eliminare per poter raggiungere l’assoluta libertà, per autoaffermarsi contro un nemico che li vuole separare. L’elemento centrale che motiva la mano assassina di Erika è, inoltre, l’odio nei confronti di una madre troppo perfetta e per questo troppo ingombrante con la quale era impossibile confrontarsi se non al prezzo del proprio annichilimento.

Erika sfoga questo suo odio con un overkilling che dimostra questa sua volontà di spazzare via questa madre opprimente. Probabilmente il fratello è stato eliminato perché ormai era un testimone anche se è assodata la gelosia di Erika per questo fratello fatto ad immagine e somiglianza della madre, anche lui perfetto, bravo a scuola. Affettuoso e amato da tutti: troppo per il suo egocentrismo malato e desideroso di essere al centro dell’attenzione.
[Paolo De Pasquali, 2004]

 

LE CONCLUSIONI PERITALI
I periti del giudice e quelli del PM arrivano alle stesse conclusioni, di diverso avviso, chiaramente, quelli della difesa. Saranno ben 11 i consulenti che si occuperanno di questo caso. Uno dei consulenti della difesa, Massimo Picozzi, ha affermato in un’intervista che a tutt’oggi Erika non ha fatto nessun passo in avanti, è rimasta la stessa di quando ha ucciso e il suo grave disturbo di personalità ancora sussiste e che Erika ora che ha compiuto 22 anni è un guscio vuoto  e quando uscirà dal carcere non sarà cambiato niente.

<<Erika è fredda, impassibile, indifferente distaccata. Calma e lucida nell’affrontare situazioni di disagio, trova sempre una via d’uscita ad ogni problema. Queste caratteristiche le sono state trasmesse dalla madre, che le ha insegnato ad essere sempre forte, a non piangere mai. Erika soffre di un ‘disturbo narcisistico della personalità’, un impasto di superiorità e indifferenza. Ha un ego smisurato. E’ una persona accentrata su se stessa, guidata da una logica del controllo dei rapporti. Usa le persone: chi non le è utile, per lei non esiste. Non comprende i bisogni altrui. Nel rapporto di coppia è sprezzante e annoiata, insensibile alle esigenze dell’altro; ama dominare, si esalta solo se egemonizza il rapporto, se l’altro ha un forte bisogno di lei e si sottomette, riconoscendosi completamente in lei.

Omar è un ragazzo apparentemente dolce e affettuoso, ma di una bontà formale, di maniera, capace di trasformarsi in una belva. Ha un ‘disturbo dipendente di personalità’, ossia è portato a compiacere l’altro, anticipandone pure i desideri. Avverte l’angoscia dell’abbandono. Mentre attraversa una fase adolescenziale delicata, trova in Erika una presenza forte, capace di rassicurarlo, trova solidarietà ed amore e si sente sottomesso in maniera compiacente. Non può dirle di no. Il delitto potrebbe rappresentare una sorta di iniziazione, attraverso la quale diventare un vero uomo, accanto alla sua donna.

Ma è all’interno della “dinamica di coppia” che si deve cercare la dimensione nella quale è nato il crimine. Il motore del delitto è nel rapporto di coppia. Da soli non avrebbero mai ucciso. Ciascuno dei due da voce agli aspetti distruttivi dell’altro. Insieme fantasticano la strage, che diventa un’idea prevalente e poi si trasforma in realtà. Il movente è far nascere la loro coppia in maniera grandiosa, diventare un mito, eliminando una famiglia per crearne un’altra che sia soltanto loro. Vogliono liquidare gli ostacoli alla loro assoluta indipendenza e libertà.

Quello di Novi, è quindi, sia sul piano psicologico che criminologico, un delitto di coppia con scambio di ruoli e sostegno reciproco, anche se il ruolo di Erika appare più stabile e determinante. Non sono immaturi, per l’età e il contesto sociale, e sono pienamente imputabili perché i disturbi di personalità non sono così gravi da renderli incapaci di intendere e di volere e quindi sono irrilevanti in sede forense.

I periti della difesa di Erika hanno riscontrato nella ragazza una personalità scissa: un sé patologico (che è il suo sé autentico) ed uno apparentemente normale, rimandatole dai genitori. L’incontro con Omar tira fuori la sua autenticità patologica e risveglia sentimenti persecutori: ne consegue il parenticidio, col quale Erika elimina la parte di sé fasulla, il perbenismo di facciata, trovando la continuità nel suo modo di essere autentico e patologico. Erika sarebbe quindi affetta da un “grave  disturbo borderline di personalità” con conseguente incapacità di intendere e di volere.

Secondo i periti della difesa di Omar, la genesi del delitto rimanda alle esigenze emozionali abnormi della ragazza. Erika, in una famiglia ‘normale’ che non permetteva l’emergere di conflittualità, avrebbe agito per rinforzare e alimentare la propria immagine interna di donna potente e forte, sullo sfondo di una competizione costante con una figura materna perfetta, dal cui confronto risultava inferiore e inadeguata. Omar partecipa ai delitti per accondiscendere alle richieste di Erika in un ambito di rapporto di dominanza-dipendenza fra i due, che rinvia alle caratteristiche di dipendenza di Omar, il quale ha una personalità in via di strutturazione, con un Io fragile, caratterizzata da immaturità e forte bisogno di dipendenza, non ancora in grado di emanciparsi da un legame simbiotico con la madre.

Erika diventa il sostituto materno con cui mantenere quella relazione simbolica essenziale per il suo funzionamento emotivo. Pur di evitare la sofferenza di una rottura di tale legame egli accondiscende alle richieste della ragazza, senza la capacità di cogliere il disvalore del delitto e senza tenere conto delle conseguenze.>>

[Paolo De Pasquali, pagg. 144-146, 2004]

Gli imputati minorenni verranno giudicati con rito abbreviato e la sentenza arriverà il 14 dicembre 2001, di pomeriggio, poco prima delle 17.00, dopo sette ore di camera di consiglio. I giudici non hanno riconosciuto l’incapacità di intendere e di volere e hanno condannato Erika a 16 anni e Omar a 14. La sentenza verrà riconfermata in appello e successivamente la prima sezione penale della Corte di Cassazione la renderà definitiva nell’aprile del 2003.

 

ROSEMARY WESTrosemary west

 

A volte la realtà supera l’immaginazione e Rose West, chiamata per rispondere di dieci incriminazioni per omicidio dinnanzi al Tribunale di Winchester nell’ottobre del 1995, come personaggio di un noir sarebbe sembrato inverosimile. I dettagli che emersero dalle indagini e dalla fase dibattimentale però portarono alla luce il ritratto di una donna sessualmente insaziabile, aggressiva e tremendamente sadica tanto da guadagnarsi un posto di primo piano nel panorama delle donne serial killer che hanno ucciso e violentato in coppia con un uomo.

[Ann Magma, 2005]

Anche in questo caso dobbiamo tornare indietro nel tempo, e per l’esattezza alla fine degli anni ’60. E’ in quel periodo che Rosemary Pauline Letts, scialba adolescente di quindici anni, venne notata da un uomo di dodici anni più grande di lei, Frederick West. Siamo in Inghilterra e questo incontro fatale, come già quello tra Myra Hindley e Ian Brady, porterà ad una spirale di perversione e violenza senza limiti.

[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

 

Rosemary Letts nasce il 29 novembre 1953 in una numerosa famiglia già composta da sei figli che viveva in un  piccolo villaggio del Devon settentrionale, Northam. I genitori, Bill e Daisy Letts, erano tutt’altro che genitori ideali. Alla nascita di Rose, la madre, malata di depressione, era ricoverata in un ospedale psichiatrico dove veniva sottoposta ad una terapia a base di elettroshock. Non è escluso che i problemi della donna derivassero anche dalla relazione  con il marito, uomo dal carattere estremamente instabile, prepotente e violento. I primi anni della vita di Rose furono condizionati dall’estrema brutalità dell’uomo che maltrattava quotidianamente moglie e figli.

[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

TESTIMONIANZA DI ANDREW LETTS, FRATELLO DI ROSE:
<<Se pensava che andassimo a letto troppo tardi, ci tirava addosso un secchio d’acqua fredda. A volte ci ordinava di zappare il giardino, e ciò significava TUTTO il giardino; poi lo ispezionava come un ufficiale dell’esercito, e se non era soddisfatto dovevamo ricominciare daccapo. Non ci veniva permesso di parlare né giocare come bambini normali. Se facevamo rumore, ci batteva con una cintura o un pezzo di legno, e ci copriva di lividi fino a quando mamma non interveniva, dopo di che ella doveva trovarsi un buon nascondiglio.>>
[Andrew Letts, cit. in Shelley Klein, Miranda Twiss, pagg. 535-536, 2005]

Dal 1960 per la famiglia Letts iniziarono una serie di traslochi che immagino resero ancora più instabile la già travagliata esistenza di questi bambini. Nel frattempo Rose era entrata nella fase adolescenziale e si sa da varie testimonianze, anche se lei non l’ha mai ammesso apertamente, che suo padre l’aveva iniziata ad un rapporto incestuoso che sarebbe durato fino alla sua morte. Questa situazione familiare multiproblematica con l’aggravante di un padre disturbato e perverso scatenarono anche in Rose dei comportamenti incestuosi nei confronti dei due fratelli più piccoli, Graham e Gordon: di notte si infilava nei loro letti per masturbarli.

[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

La situazione era insostenibile e nel 1969 la signora Letts, che ormai non ne poteva più di subire le violenze del marito, decise di lasciarlo prendendo con sé Rose e il figlio più piccolo per raggiungere la figlia maggiore Glenys e suo marito Jim Tyler. I due gestivano un posto di ristoro mobile in una piazzola di sosta nei sobborghi di Cheltenham e, dal momento che Rose era stata costretta a lasciare la scuola, i due la misero a servire nel loro esercizio. Rose, già sessualmente molto precoce, si trovò in una situazione ‘ideale’ che le permetteva di entrare in contatto con uomini per tutta la giornata. Iniziò a condurre una vita sessuale senza freni: dichiarò che in questo periodo subì ben due stupri.

[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Il primo stupro, a quanto afferma, avvenne quando aveva sedici anni: un uomo la rimorchiò all’uscita da una festa e invece di riaccompagnarla a casa la condusse in un posto isolato per poi aggredirla. Rose non denunciò mai il fatto alla polizia. La seconda violenza a distanza di circa cinque mesi: Rose si trovava alla fermata dell’autobus quando un uomo le si avvicinò ed iniziò ad importunarla insistentemente. L’uomo per niente scoraggiato dal rifiuto della ragazza, divenne tanto insistente da spaventare Rose che scappò per rifugiarsi in un parco lì vicino. L’uomo la inseguì, la raggiunse e la stuprò. Anche in questa occasione Rose non denunciò la violenza subita alla polizia.

[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

L’incontro fatale con Fred West avverrà dopo alcuni mesi. In quel periodo l’uomo era ancora sposato con Catherine Costello, una prostituta meglio conosciuta come Rena che viveva a Glasgow dove esercitava ‘la professione, e lui si era trasferito nei pressi di Cheltenham separandosi così dalla donna. I due avevano due bambine, Ann Marie, cinque anni, figlia legittima di Fred e Charmaine di sei anni nata dalla relazione di Rena con un altro uomo.

[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Dopo una lunga serie di lavori precari e malpagati ora Fred West lavorava di giorno come autista per un mattatoio. Viveva in un campeggio con le due bambine: l’esistenza disordinata e senza radici dell’uomo, non offrivano una situazione ideale per l’educazione delle figlie ma Fred, opportunista per natura, colse in quella situazione un’occasione perfetta per attirare nella sua rete perversa giovani donne a cui offriva lavoro come baby sitter. La reale intenzione era chiaramente quella di portarle a letto con lui.
 
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Nel frattempo, Fred West aveva iniziato una convivenza con Ann McFall, un’amica della ex moglie. La donna rimane incinta e all’ottavo mese di gravidanza, forse durante un rapporto di sesso estremo, muore: Fred la seppellisce in un campo vicino alla casa dove aveva trascorso l’infanzia, a Much Marcle. Quindi quando Fred West entrò nella vita di Rose aveva già alle spalle un ‘curriculum’ criminale ‘di tutto rispetto’ e anche lui, come il padre in passato, contribuì ad esacerbare quelle tendenze perverse e sadiche che già in Rose erano ben radicate.

[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Il giorno in cui si incontrarono, Fred, dopo averle offerto da bere, invitò Rose nella sua roulotte. La ragazza, ansiosa di compiacere l’uomo, iniziò a coccolare le bambine. Nelle settimane che seguirono l’incontro, Rose continuò a mantenere questo atteggiamento fino a che decise di lasciare il suo lavoro per impiegarsi a tempo pieno come baby sitter e donna delle pulizie da Fred. Neanche a dirlo tra i due iniziò anche un menage sessuale: la relazione fu scoperta dal padre di Rose che allertò i servizi sociali. Rose venne così trasferita in un Istituto per adolescenti problematici con l’espresso divieto di mantenere i contatti con il suo ‘innamorato’.

[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]


Rose, ragazza testarda e con evidenti tendenze devianti, non prese minimamente in considerazione il divieto: cominciò a scrivere infuocate lettere d’amore a Fred e sfruttò qualsiasi occasione per poterlo incontrare di nascosto. Quando a sedici anni se ne andò dall’Istituto e tornò da Fred rimase incinta: la loro passione, rafforzata dalla lontananza, era diventata travolgente.

[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Nel frattempo i genitori di Rose si erano riavvicinati anche se l’aria che tirava in famiglia era tutto tranne che tranquilla. La ragazza pensò di informarli della sua maternità imminente e per tutta risposta il padre pensò bene di prenotarle un ricovero in una clinica abortista. Rose estremamente determinata a non permettere a nessuno di interferire nella sua relazione con Fred fuggì con lui. La coppia si trasferì in un alloggio al n. 25 di Midland Road, a Gloucester. Il 17 ottobre 1970, Rose partorì il suo primogenito, una bambina, che venne chiamata Heather.

[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Il 4 dicembre Fred venne arrestato e condannato a 9 mesi di carcere per un furto. Rose si trovò sola con tre bambine da accudire. All’epoca Rose aveva 17 anni e in questa situazione di precarietà emotiva, economica e sociale iniziò a maltrattare le due bambine più grandi, Anne Marie e Charmaine. Venne sorpresa da un amichetto di Charmaine mentre, dopo averla legata ad una sedia,la stava picchiando con un mestolo di legno. Sappiamo inoltre, grazie a delle dichiarazioni rilasciate in seguito dall’altra bambina, Anne Marie, che Rose le legava ai loro letti lasciandole per ore senza cibo, né acqua e senza la possibilità di provvedere ai loro bisogni fisiologici.

[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Heather, poco più che neonata, veniva adeguatamente accudita anche perché, ancora, non avendo sviluppato in pieno carattere e personalità proprie e dipendendo in toto dalla madre non veniva vissuta conflittualmente, non dava quel fastidio e non provocava quella frustrazione che innescava in Rose reazioni violente. Le cose cambieranno, come vedremo, quando anche lei sarà cresciuta e inizierà a rappresentare un intralcio allo smisurato e patologico narcisismo della donna.

[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Quando Fred esce di prigione la situazione non cambia, anzi peggiora, perché l’uomo, che non aveva mai del tutto accettato Charmaine, figlia naturale di un altro uomo, si unisce a Rose nei maltrattamenti delle bambine e proprio su Charmaine si concentrerà il lato più oscuro di Fred. Agosto 1971. L’ex moglie di Fred, Rena, ricompare improvvisamente sulla scena e vuole riprendersi la figlia Charmaine. Anne Marie, la sorellastra, racconterà in seguito che Fred e Rose dissero, sia a lei che alla scuola, che la bambina se ne era andata con la madre. Ma come si scoprirà in seguito, madre e figlia erano state uccise e sepolte in un campo limitrofo a quello dove Fred aveva già nascosto i resti di AnnMcFall. [Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

 

Gennaio 1972. Fred e Rose si sposano. Poco dopo la donna partorirà una bambina, May, e nel novembre dello stesso anno rimarrà incinta del terzo figlio, Stephen, a cui seguirà l’ultimo, Barry. L’ultimo avuto con Fred, sì perché la cara Rose avrà altrettanti figli con uomini diversi, figli che vennero accettati da Fred come se fossero suoi. Non lasciamoci ingannare: l’atteggiamento devoto di Fred nascondeva una realtà più oscura e perversa. Infatti, l’uomo, era un guardone compulsivo e si eccitava da matti a guardare la moglie che si accoppiava con altri protagonisti maschili. L’interesse morboso per la sessualità della moglie si era rivelato fin dai loro primi incontri e Rose, dopo il loro matrimonio, lo accontentò in pieno. [Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

TESTIMONIANZA DI FRED WEST

<<A Rose non piacevano le delicatezze. Desiderava che qualche grosso negro la sbattesse giù e la scopasse, trattandola come una cagna … “Non mi piacciono tutte quelle smancerie di merda”, diceva. “Voglio fottere, non far finta … “. Tornavo a casa dal lavoro e la trovavo seduta sull’orlo del divano con le gambe aperte. “Guarda qui”, mi diceva, “scommetto che ti piacerebbe avere qualcosa per riempirla”.>>
[Fred West, cit. in Shelley Klein, Miranda Twiss, pag. 540, 2005]

Settembre 1972. La coppia si trasferisce al n. 25 di Cromwell Street che diventerà il teatro dei loro efferati omicidi e delle loro depravazioni. La casa venne adibita da Fred come un vero e proprio bordello dove tutti i frequentatori venivano sollecitati a parlare liberamente dei loro gusti sessuali e a far libero uso di droghe. Per poter sfogare in pieno le sue manie voyeuristiche, assieme a Rose, praticò dei fori in quasi tutte le pareti delle varie camere con cui aveva suddiviso la casa; inoltre tolse anche tutte le serrature sia dalle porte delle camere da letto che da quelle dei bagni così da avere libero accesso in qualsiasi momento.

[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Rose continuava ad avere rapporti sessuali con molti ‘pensionanti’ sotto lo sguardo sempre più eccitato di Fred che vedeva nella moglie colei che meglio di tutti riusciva a soddisfare la sua brama di sessualità sfrenata. L’atmosfera di depravazione che imperava raggiunse un apice nefasto quando un giorno Fred ordinò alla figlia Anne Marie di scendere in cantina. Lì Fred aveva allestito una vera e propria ‘stanza delle torture’.  Anne Marie, sebbene titubante, scese e una volta lì venne costretta dai due complici a spogliarsi. I due la legarono e il padre, dopo averla picchiata violentemente la violentò mentre Rose si gustava lo spettacolo. Quando l’uomo fu sazio intervenne Rose che violentò la giovane con un vibratore. [Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Ottobre 1972. Caroline Raine, diciassette anni, sta facendo l’autostop. Fred e Rose la caricano. La ragazza viene colpita da quella coppia così affabile e simpatica che oltre tutto le offre anche un lavoro a tempo pieno come baby sitter. Accetta e si trasferisce nella loro abitazione. Il rapporto con i bambini non è un problema ma la giovane non ci mette molto a capire che quella coppia così affabile in realtà ha delle mire ben diverse. Il loro comportamento la mette sempre più a disagio: Rose entrava nel bagno e mentre lei si lavava cercava di toccarla nelle parti intime e poi Fred, con quei suoi strani discorsi sulla verginità di Anne Marie. La ragazza non ce la fece più e lasciò il lavoro.

[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Saggia decisione direte voi, se non che, Caroline continua a fare l’autostop (in quegli anni era purtroppo una consuetudine). Ancora Fred e Rose. Ancora un’ offerta di passaggio. L’ingenuità della giovane prevale sul suo istinto che l’aveva spinta ad allontanarsi dai due predatori. Accetta di salire in macchina. Il ruolo di Rose a questo punto è fondamentale: la presenza di questa donna dalle incredibili capacità manipolatorie che per tanti anni è riuscita ad ingannare le autorità facendo passare i maltrattamenti dei figli per incidenti domestici ha la meglio sulla diffidenza della ragazza. Nelle coppie di serial killer il ruolo della donna è proprio questo: rassicurare la vittima, annullare le sue difese fino a che si trova in trappola. [Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

La trappola per Caroline scatta una volta salita in macchina: Rose si sposta fulmineamente nel sedile posteriore accanto alla ragazza e non appena Fred innesca la marcia e riprende il tragitto inizia a palpeggiare la giovane cercando di baciarla e di toccarla tra le gambe. Nonostante le resistenze Rose riesce ad immobilizzarla e Fred la tramortisce con un colpo violento. Venne legata e condotta nell’abitazione dei due predatori sessuali e lì chiusa a chiave nella camera da letto. Venne spogliata e la sua testa fu fasciata con del nastro adesivo, una pratica ritualistica che Fred era solito mettere in atto come la polizia scoprì in seguito. Legata al letto venne abusata dall’uomo che la penetrò ripetutamente con la fibbia di una cintura. [Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Verrà aggredita sessualmente anche da Rose mentre Fred le spiegava che quando la moglie era incinta aveva delle forti ed incontrollabili pulsioni lesbiche. Le violenze non cessarono. Durante la notte Fred stuprò ripetutamente la ragazza che a quel punto temette per la sua giovane vita. Invece al mattino, incredibilmente, la coppia di pervertiti, come se quello che era successo fosse del tutto normale e, probabilmente per loro lo era, propose alla ragazza di riprendere il suo posto di baby sitter perché ormai era diventata la loro compagna di giochi e dal loro punto di vista era particolarmente allettante la prospettiva di un menage a troi. La ragazza finse di accettare e un giorno riuscì a scappare e a raggiungere la madre che avvisò la polizia. [Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

12 gennaio 1973. Il caso Caroline Raine viene discusso in Tribunale. L’avvocato dei West riuscì a minimizzare il sequestro di persona descrivendo quello che era successo come un gioco sessuale iniziato con il consenso della ragazza ma che poi era degenerato. La Corte gli diede ragione e Fred e Rose furono condannati a pagare una penale di 100 sterline. Questo incredibile errore giudiziario è ancora più drammatico perché rinforzò gli istinti omicidi della coppia che da quel momento non avrebbe lasciato più testimoni.

[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

1973. Lynda Gough, diciassette anni. Anche lei inizia a frequentare la casa dei West come baby sitter. La madre della ragazza non avendo più sue notizie va a cercarla. Rose inizialmente nega di conoscerla senza rendersi conto che sta indossando le pantofole della ragazza. La madre se ne accorge le chiede spiegazioni e con non chalance Rose le risponde che sì ora le sembra di ricordare di una ragazza con quelle caratteristiche ma che era già ripartita in direzione di Weston-super-Mare. I genitori la cercano senza risultato ma, inspiegabilmente, non denunciano l’accaduto alla polizia. I West possono continuare ad agire indisturbati.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Mentre le prime vittime vennero sepolte in aperta campagna, dall’omicidio di Lynda, Fred iniziò a seppellire i cadaveri in casa o nei dintorni. Il corpo di Lynda, così come quello delle successive vittime verrà smembrato e i vari pezzi verranno collocati sotto il pavimento del bagno al pianterreno. A tal fine, per tutti i venti anni in cui lui e Rose abiteranno lì, Fred continuerà instancabilmente ad apportare modifiche all’abitazione per renderla più funzionale per i suoi scopi criminali. Un solo locale non verrà mai toccato una volta realizzato: la stanza dove Rose svolgeva la sua redditizia attività di prostituta. Fred a riguardo, pretendeva che dopo ogni incontro con i clienti, Rose annotasse in un registro le misure dei genitali degli stessi e un punteggio sulle prestazioni. [Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Novembre 1973. Carol Cooper, quindici anni, scompare nel nulla. L’adolescente, con un passato di disagio psicologico e carenze affettive, accettò volentieri un passaggio da quella coppia di signori che un giorno si offrirono di aiutarla. Dicembre 1973. Lucy Partington, 21 anni, studentessa al terzo anno di storia medievale e inglese, nipote del romanziere Kingsley Amis, dopo aver fatto visita ad un amico disabile, scompare anch’essa senza lasciare traccia. Nel frattempo continuano le violenze su Anne Marie, la figlia di Fred, che viene avviata alla prostituzione e costretta ad avere rapporti con ‘i negri di Rose’ . Si è supposto che la giovane sia stata violentata anche dal padre di Rose, Bill Letts, che visitava regolarmente la casa. [Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Aprile 1974. Scompare un’altra giovane donna dalle strade di Cheltenham. La quarta. Svizzera, 21 anni, Therese Siegenthaler, studia Sociologia a Londra. Si stava recando in Galles con l’autostop. Il suo corpo smembrato verrà ritrovato anni dopo, sotto il pavimento di una cantina, allo stesso indirizzo. E poi ancora: Shirley Hubbard, quindici anni, scompare nel novembre del 1974 e Juanita Mott, diciotto, nell’aprile del 1975 . Con quest’ultima vittima la serie omicidiaria si interrompe.
[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Fred West in questo periodo cambia territorio di caccia. La  Jordan’ s Brook House, istituto femminile di rieducazione è un luogo ideale per trovare giovani vittime. E’ proprio da qui che scappa ‘Miss A’ (pseudonimo con la quale venne identificata al processo). La ragazza venne invitata da Fred a trasferirsi da loro e testimoniò in seguito che Rose la coinvolse in un’orgia dove venne stuprata più volte. La ragazza venne lasciata libera ma il trauma subito le impedì di raccontare quanto era accaduto e riuscì a parlare solo dopo l’arresto di Fred e Rose. La successiva vittima a cadere nella ragnatela dei West fu Shirley Robinson. All’inizio del 1977 venne adescata da Fred che le chiese  se voleva unirsi ai suoi pensionanti e la ragazza purtroppo accettò.

La giovane si trasferì da loro alla fine di aprile dello stesso anno e dopo una iniziale convivenza all’insegna della ‘normalità’, come da rituale venne coinvolta dalla coppia nel loro gioco sessuale preferito: il triangolo. La ragazza però rimase incinta e l’accaduto mandò su tutte le furie Rose: la sua furibonda gelosia decretò la condanna a morte di Shirley che scomparve nel maggio del 1978. Il suo corpo venne fatto a pezzi e in questo caso la brutalità dei due assassini si scatenò con una modalità raccapricciante: il feto di otto mesi venne letteralmente strappato dall’utero della madre e sepolto nelle vicinanze.

[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Nel dicembre 1978 Rose West, che continuava ad avere rapporti sessuali con uomini di colore, partorì il primo figlio di razza mista, Tara West, e due mesi dopo si ritrovò di nuovo incinta del successivo che verrà chiamata Louise West. Durante questa seconda gravidanza, Fred cominciò a lavorare come factotum presso la Jordan’s Brook. Iniziò una relazione con una giovane di diciassette anni, Alison Chambers, che come al solito venne coinvolta nel  menage a tre dai West. Anche lei venne uccisa, anche lei venne depezzata e sepolta sul retro della casa.

[Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

La vittima successiva dei West sarà la figlia Heather, la prima concepita con Fred. La ragazza che aveva fatto di tutto per andarsene da quell’ambiente malsano senza purtroppo riuscirvi, scomparve all’improvviso e i suoi genitori, a chi gli chiedeva notizie sulla figlia dicevano che se ne era andata in Galles e che stava bene. In realtà i due l’avevano strangolata e decapitata riducendo il suo corpo in piccoli pezzi successivamente sepolti in una fossa nel cortile sul retro. Dopo la morte di Heather, Fred, iniziò a frequentare la casa di una vicina, Kathryn Halliday, dove svolgeva varie mansioni a seconda della necessità. La donna gli rivelò di essere bisessuale e pensate un pò poco dopo iniziò un altro triangolo sessuale. Sentiamo la testimonianza della donna. [Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

TESTIMONIANZA DI KATHRYN HALLIDAY

<<Rose West mi chiedeva di farle cose molto, molto aggressive … Pretendeva orgasmi continui, come una macchina.>>

[Kathryn Halliday, cit. in Shelley Klein, Miranda Twiss, pag. 547, 2005]

La donna spaventata dall’escalation di violenza che caratterizzava sempre più il comportamento sessuale di Rose, decise di trasferirsi. Dopo quest’ultimo episodio Rose continuò  a lavorare come prostituta e Fred Iniziò a girare film pornografici che avevano come protagonista principale la moglie Rose e per diversi anni la coppia fu coinvolta da questa nuova attività che avrebbe però segnato la loro fine. Infatti, nell’estate del 1992, Fred rapì una bambina, la stuprò, la sodomizzò riprendendo fedelmente tutto quanto. Questo doveva essere il suo nuovo film come regista e attore protagonista. La piccola, però, nonostante il trauma subito, riuscì a confidarsi con un’amica che denunciò l’accaduto alla polizia. [Shelley Klein, Miranda Twiss, 2005]

Il coraggio di questa bambina porterà a scoperchiare tutte le nefandezze compiute dai West che vennero arrestati. Fred West si suiciderà in carcere in occasione del capodanno del 1995 e Rose West, il cui processo inizia l’ottobre del 1995 davanti alla corte penale di Winchester fu condannata al carcere a vita. Il giudice chiese espressamente che la donna non venisse mai più fatta uscire dal carcere. Anne Marie, la figlia di Fred West, durante il processo, fece un impietoso ritratto della matrigna descrivendola come una donna dura e sadica che non si fermava di fronte a nulla pur di raggiungere il piacere sessuale. Rose West dal canto suo  cercò di imporsi come donna timida, completamente succube del marito. Questa volta,  il suo tentativo fallì. [S. Klein, M. Twiss, 2005]

 

LOUISE PEETElouise peete

 

Con il termine “Vedova Nera” si indica la donna criminale che uccide metodicamente mariti e amanti o, in ogni caso, individui maschi a lei legati da un rapporto sentimentale e/o sessuale. Anche la Vedova Nera quindi uccide in serie e tra le sue vittime possono essere presenti anche individui appartenenti al suo nucleo familiare. E’ attenta, estremamente organizzata e metodica; è spinta ad uccidere da interessi economici o da deliri erotomanici. L’età di inizio dell’attività omicidiaria è compresa tra i 30 e i 40 anni e gli omicidi sono diluiti nel tempo tanto che sarà molto difficile collegarli a lei. E’ dotata di grandi capacità manipolatorie, è estremamente paziente e molto brava ad incantare le sue vittime che prima di finire nella sua ragnatela mortale si fideranno ciecamente di lei.

La vittima sarà completamente indifesa e alla sua mercè. L’arma che privilegia la Vedova Nera è il veleno che viene somministrato a piccole dosi: infatti i sintomi e le cause della morte verranno nella maggior parte dei casi fraintesi dai medici che addurranno ad altri motivi il decesso.

[V. M. Mastronardi, R. De Luca,2005]

La Vedova Nera di cui ci occuperemo adesso, una delle più pericolose nella storia criminale americana, non si discosta molto da questa descrizione tranne, come vedremo, per lo strumento di morte utilizzato. Ma andiamo ora ad aprire il sipario sulla sua storia.

Louise Preslar nasce nel 1883 a Bienville, in Louisiana. Figlia di un editore benestante, frequentò le più esclusive scuole private di New Orleans dove divenne celebre, non tanto per il rendimento scolastico, quanto per le sue innumerevoli avventure sessuali. In effetti, quello che Louise cercava, non era tanto la crescita culturale, quanto il piacere sfrenato e senza limiti. Louise cercava sempre le scorciatoie e la strada più semplice per arrivare al piacere e avere anche un ritorno economico era sicuramente la prostituzione alla quale venne introdotta da uno degli uomini conosciuti durante le sue scorribande scolastiche.

Louise ebbe molto successo: era una giovane donna e di classe per giunta, dotata di una dialettica disinvolta ed elegante e gli uomini oltre a pagarla per le sue prestazioni sessuali le facevano anche molti regali extra e uscivano volentieri con lei. Per Louise, che da adolescente aveva sofferto il fatto di non essere bella come le sue coetanee pur essendo dotata di un corpo molto formoso, questo rappresentava un notevole riscatto. Uno di questi uomini, un commesso viaggiatore che si chiamava Henry Bosley, le chiese di sposarlo e il matrimonio venne celebrato nel 1903. Louise lo seguirà per tre anni consecutivi in giro per il paese dove l’uomo conduceva la sua attività.

[Cinzia Tani, 1998]

L’uomo sicuramente sperava che la moglie avesse chiuso con il suo passato di promiscuità sessuale. Invece, nel 1906, mentre si trovavano a Dallas, Henry sorprese la moglie a letto con un petroliere locale. Sconvolto si ucciderà due giorni dopo. Questo sarà il primo di una serie di suicidi con vittime uomini a lei legati sentimentalmente, suicidi ai quali Louise reagirà con totale indifferenza. Infatti, liquidò tutte le proprietà del defunto marito e, ‘affranta dal dolore’,  si trasferì a Shreveport dove ricominciò a prostituirsi. Raggiunta una certa rendita si trasferì di nuovo, questa volta a Boston. A Louise i soldi non bastavano mai. Anche qui, infatti, cominciò una lucrosa attività di prostituzione, diventando una prostituta d’alto bordo prediletta dagli aristocratici del luogo.

A Louise non bastavano più i soldi che guadagnava vendendo sesso: iniziò a rubare i gioielli delle mogli assenti nelle case dei suoi ricchi clienti. Era più forte di lei, non riusciva a controllarsi e questa sua compulsività la tradì  e venne scoperta. Per evitare la denuncia si ritirò a Waco, in Texas, dove attirò nella sua rete un ricco petroliere locale appassionato di diamanti. Una settimana dopo, l’uomo fu trovato morto, freddato da un colpo di pistola alla testa e in più i suoi diamanti, con cui adornava i suoi abiti e anche gli stivali, erano spariti. In fase di indagini preliminari, chiaramente, Louise venne convocata di fronte ad una giuria come da prassi nei procedimenti giudiziari statunitensi, visto che era la principale sospettata.

Lei candidamente confessò ma si appellò alla legittima difesa: era stata costretta a sparare perché l’uomo aveva cercato di stuprarla. Dall’apparente aspetto inoffensivo che la rendeva particolarmente rassicurante, vista la sua accorata autodifesa, riuscì a cavarsela e venne prosciolta dalle accuse. [M. Newton, 2004]
Nel 1913, a Dallas, Louise sposò Harry Faurote, che lavorava alle dipendenze di un albergo locale. Il matrimonio, chiaramente d’interesse, visto che Louise iniziava a trovarsi in ristrettezze economiche, non impedì alla donna di continuare a frequentare altri uomini con i quali si prostituiva. Il marito la scoprì perchè Louise, sfacciatamente, portò uno dei suoi clienti nell’albergo in cui lavorava il marito. L’uomo non resse il colpo e si impiccò. [Cinzia Tani, 1998]

Anche in questa occasione Louise non si scompose e riuscì a razionalizzare il tutto adducendo la responsabilità dell’atto inconsulto all’instabilità dell’uomo; se poi lei era andata nel suo albergo era stato solo per comodità, che c’era di male. Si trasferì a Denver nel 1915 e lì sposò Richard Peete, un venditore porta a porta. Da questa unione nascerà, nel 1916, una figlia, Betty.

<<Peete era un uomo buono, timido, generoso e assai fragile di nervi. Purtroppo i suoi scarsi guadagni non soddisfacevano la moglie, che nel 1920, dopo un’ultima lite, fece i bagagli e prese il treno per Los Angeles. Era alla ricerca di soldi facili, di divertimenti, di una vita brillante. Louise cercava una casa in affitto e scorrendo i giornali lesse l’annuncio di Jacob Denton, un vedovo benestante, che viveva in una grande villa in South Catalina Street, e, progettando un lungo viaggio in Oriente, intendeva affittarla per tutto il periodo della sua assenza La donna si offrì di aiutarlo a trovare un cliente e si stabilì da lui. La loro relazione divenne ben presto intima, ma, dopo alcuni mesi Denton dichiarò che non aveva alcuna intenzione di sposarla.

Lei allora capì di essersi illusa e, poiché l’uomo non le serviva più, lo uccise.>> [Cinzia Tani, pag. 259, 1988]
Louise non si scoraggiò e riuscì, con una serie incredibile di menzogne, a tenere nascosta la reale fine che aveva fatto l’uomo. Nel frattempo, per molti mesi, continuò a vivere nella lussuosa dimora della vittima, il cui cadavere era occultato nel seminterrato: in questo periodo si scatenò nell’organizzazione di orge sfrenate che univano come al solito il piacere sessuale e l’avidità di denaro. Venne scoperta dall’insistenza della famiglia Denton che attraverso il suo avvocato riuscì ad ottenere un mandato di perquisizione che portò alla scoperta del cadavere dell’uomo. Louise Peete naturalmente si era già data alla fuga.

<<I detective cominciarono a dare la caccia a Louise e la ritrovarono a Denver, dove aveva ripreso una tranquilla vita familiare accanto a Richard Peete. Riconosciuta colpevole di omicidio nel gennaio 1921, Louise ebbe una condanna all’ergastolo. All’inizio Louise scrisse fedelmente al marito Richard, ma la lontananza non aumentò il suo affetto per l’uomo che si era lasciata alle spalle. Nel 1924, dopo che molte sue lettere non avevano avuto risposta, Peete si uccise. Il direttore di San Quintino, Clinton Duffy, una volta descrisse Louise Peete come una donna “dall’aria di innocente dolcezza che nascondeva un cuore di ghiaccio”. Si disse che le piaceva vantarsi degli amanti che aveva spinto ad uccidersi, e che aveva a cuore in modo speciale il suicidio di Richard:

dimostrava che nemmeno le mura della prigione potevano contenere il suo fascino letale. Nel 1933 Louise fu trasferita da San Quintino al carcere di Tehachapi, e sei giorni dopo, al suo decimo tentativo di ottenere la libertà condizionale, fu rilasciata dal carcere. La sua scarcerazione era dovuta in buona parte all’intercessione di un’operatrice sociale, Margaret Logan, e di suo marito Arthur. In libertà condizionale sotto la vigilanza della signora Latham a Los Angeles, a Louise fu consentito di chiamarsi Anna Lee, dal nome della sua star del cinema preferita. Durante la seconda guerra mondiale trovò lavoro in una mensa militare; nel 1942 un’anziana collega scomparve inspiegabilmente e la sua casa fu trovata nel più completo disordine.

I detective andarono a trovare Anna Lee, la persona più vicina alla donna scomparsa, ma fu loro risposto che essa era morta per le ferite riportate in una caduta. Con un atteggiamento che potrebbe essere definito soltanto di gigantesca negligenza, credettero alla storia, senza mai preoccuparsi di controllare il passato di Anna, o di ottenere un certificato di morte. La premurosa signora Latham morì nel 1943 e Louise fu affidata alla custodia dei Logan. Nel maggio 1944 sposò Lee Judson, un anziano direttore di banca, e il 30 maggio Margaret Logan scomparve senza lasciare tracce: Louise raccontò all’anziano marito di Margaret che lei era in ospedale e non era in grado di ricevere visite. Verso la fine di giugno Louise aveva convinto le autorità che Arthur Logan era pazzo;

egli venne rinchiuso in un manicomio statale, dove morì sei mesi dopo. Per risparmiarsi le spese del funerale, Louise mise il cadavere a disposizione della facoltà di medicina. Louise si trasferì con il marito Judson a casa dei Logan, dove però non tutto era a posto. In poco tempo, il marito scoprì un buco di proiettile in una parete, un tumulo di terra sospetto nel giardino e una polizza d’assicurazione in cui si nominava Louise unica beneficiaria di Margaret Logan […] Nel dicembre 1944 l’ufficiale incaricato di sorvegliare la libertà condizionale di Louise si era insospettito per i rapporti regolari, presentati con la firma incerta di Margaret Logan, troppo lusinghieri nei confronti della vigilata. Poco prima di Natale la polizia fece irruzione a casa dei Logan, spingendo finalmente Lee Judson ad esporre

i suoi sospetti. In giardino fu disseppellito il corpo di Margaret Logan, al che Louise fu pronta con una delle sue fandonie. Questa volta, il decrepito Arthur Logan era improvvisamente diventato matto, picchiando a morte la moglie in un attacco di follia. Terrificata all’idea di attirare i sospetti per via dei suoi precedenti, Louise aveva seppellito il cadavere e aveva temporeggiato per un mese prima di far internare Arthur. Louise non fu creduta e fu accusata dell’omicidio di Margaret, mentre la morte del marito fu registrata come accessoria. Prosciolto il 12 gennaio 1945, Judson si uccise il giorno dopo, gettandosi dal tredicesimo piano di un edificio di uffici a Los Angeles

Louise, fu notato, sembrò soddisfatta dalla sua reazione alla loro separazione. Riconosciuta colpevole di omicidio di primo grado da una giuria che comprendeva undici donne, Louise questa volta fu condannata a morte. I suoi appelli furono respinti ed essa fu giustiziata nella camera a gas del carcere di San Quintino l’11 aprile del 1947.>>

[M. Newton, pagg. 261-262, 2004]

 

UN TRIANGOLO DIABOLICO: IL CASO RUTH SNYDERruth snyder

 

<<La prima e l’ultima volta in cui Judd Gray vide Albert Snyder, fu quando Ruth lo spinse dentro la stanza del marito. Judd rimase qualche istante perplesso a guardare l’uomo addormentato; d’un tratto non ricordava perché si trovasse lì, ubriaco, con un contrappeso per finestre in mano. Poi, obbedendo all’ordine sussurrato da Ruth, automaticamente alzò il contrappeso e lo fece ricadere sulla testa dell’uomo. Albert scattò come una molla, rizzandosi sul letto mentre il sangue schizzava dappertutto, e afferrò la camicia di Judd lottando disperatamente per la propria vita. “Aiutami Ruth!” gridarono entrambi gli uomini. Ruth strappò ‘l’arma’ dalle mani di Judd e colpì di nuovo. Albert era ancora vivo. Annaspava nel sangue ma respirava.

Ruth gli spinse del cotone imbevuto di cloroformio sulla faccia, gli legò braccia e gambe, e usò il filo metallico per strangolarlo.>> [Cinzia Tani, pag. 313, 1998]
Il mosaico criminale che si va componendo nel triangolo diabolico tra Ruth Snyder, Judd Gray (l’amante – complice) e Albert Snyder (il marito – vittima) è, come ci ricordano Aldo Musci e Marco Minicangeli, quella sottovariante del paradigma classico che Cinzia Tani ha definito “della donna di marmo e dell’uomo di gesso”. [Aldo Musci, Marco Minicangeli, 2006] Infatti abbiamo una donna di marmo, che non viene scalfita da nessun turbamento o titubanza nel progetto criminale e nel momento di uccidere, e un uomo di gesso, Judd Gray, debole e indifeso, completamente soggiogato dalle capacità seduttive e manipolatorie della donna.

In questa varietà di triangolo criminale il soggetto dominante è la donna, <<non solo in quanto essa svolga il ruolo canonico di seduttrice/ispiratrice/istigatrice/ dell’omicidio del consorte mediante la complicità dell’amante acquisito, ma soprattutto perché riassume in sé anche la funzione operativa di esecutrice del delitto, lasciando al maschio soltanto quella ancillare di marginale comprimario. Dalla casistica a disposizione emerge, così, una figura femminile particolarmente potente e incline al male, una predatrice dall’artiglio felpato, contigua e talora sovrapposta a quella di Dark Lady (…) Qui il gioco è sempre fra due uomini e una donna, ma quest’ultima sovrasta, per crudeltà e determinazione, gli altri due lati.

La sua costituzione psicofisica è, appunto, marmorea, a fronte di figure maschili (vittima e complice) deboli e vulnerabili, friabili. In altre parole, di gesso.>> [Aldo Musci, Marco Minicangeli, pag. 41, 2006]
Ruth May Brown, dark lady di marmo, non ha dimostrato altrettanta abilità criminale. Il tentativo della donna di depistare le indagini attribuendo la colpa dell’omicidio ad un presunto delinquente italiano dalle fattezze simili a quelle dell’anarchico Vanzetti, entrato per rubare, fecero subito insospettire gli investigatori. La donna legata alla meglio, i gioielli e le pellicce ritrovate nell’appartamento e l’eccesso di disordine che faceva pensare ad una simulazione, la mancanza di ferite sul corpo della donna che diceva di essere stata aggredita, facevano propendere per altre ipotesi investigative.

I poliziotti, perquisendo la casa, trovarono un’agenda con diversi numeri di telefono, tutti di uomini, alcuni cerchiati in rosso, sottolineati o seguiti da un punto esclamativo. Uno di questi era Judd Gray, e siccome il suo nome compariva pure su un assegno ritrovato in un cassetto gli investigatori si attivarono per rintracciarlo. Intanto l’analisi della scena del crimine portava a rilevare altre incongruenze: l’arma del delitto lasciata in casa in bella mostra, le impronte di Ruth su una bottiglia di liquore mentre lei sosteneva di non aver bevuto e la storia che raccontava la donna che avrebbe ripetuto anche al commissariato veramente ridicola e un fermacravatta con le iniziali J. G.  che la donna disse appartenere ad una fidanzata del marito.

Il detective Carey, che dirigeva le indagini, decise di tentare una mossa: disse a Ruth che avevano rintracciato Judd Gray e che l’uomo aveva già confessato. Ruth a questo punto si sentì in trappola e ammise, incalzata dal detective, che Judd Gray era il suo complice ma buttò l’intera responsabilità sull’uomo che secondo la sua versione, era stato l’ideatore del delitto e l’esecutore materiale. Da parte sua, Judd Gray, che nel frattempo era stato veramente rintracciato in un albergo, alla fine, messo alle strette con delle prove inoppugnabili, confessò la sua complicità nell’omicidio ma sottolineò che si era limitato a ferire la vittima rimandando la responsabilità alla donna.

Durante la sua deposizione in fase processuale testimoniò inoltre, che Ruth Snyder gli aveva raccontato di avere già tentato di uccidere il marito e che lui aveva cercato di farle cambiare idea fino all’ultimo e nel raccontare l’omicidio ribadì che era stata la donna a strangolare il marito avvolgendogli con una forza incredibile il filo metallico intorno al collo tanto da farlo penetrare nella carne e che lui era sotto l’assoluto dominio psicologico della complice. [Cinzia Tani, 1998]

In effetti questo riassume molto precisamente i contorni della relazione tra Ruth Snyder e Judd Gray. Ma partiamo dall’inizio:
<<Ruth May Brown era una ragazza bionda, con gli occhi tra il blu e il verde, molto alta e robusta. Il corpo era comunque ben proporzionato, e le forme morbide la rendevano appariscente e desiderabile. Per contrasto lo sguardo era glaciale, la mascella dura, la bocca sottile e volitiva. Era nata a Manhattan nel 1895 da una famiglia di origine norvegese. Lasciò la scuola a tredici anni per impiegarsi come centralinista, mentre di sera seguiva corsi di dattilografia e stenografia.

Era un’accanita lavoratrice determinata a fare strada anche se, come la maggior parte delle sue coetanee, dichiarava di pensare più al matrimonio che alla carriera. “Solo per questo sono rimasta vergine” confessava. Nel 1914, mentre lavorava ancora al centralino, le capitò di sbagliare nel passare la linea. Il cliente la rimproverò aspramente. Ruth si scusò e lo intrattenne al telefono parlandogli con dolcezza. L’uomo era Albert Snyder, trentaduenne, art director nella rivista nautica ‘Motor Boating’ e in quell’occasione le chiese di diventare la sua dattilografa. Lei si licenziò immediatamente e accettò il nuovo impiego. Qualche mese dopo, a diciannove anni, lo sposava.

La coppia andò ad abitare a Brooklyn ma, dopo la nascita della loro unica figlia, Lorraine, si trasferirono in un appartamento più grande nel Bronx e appena il marito guadagnò di più si spostarono ancora in una villetta a tre piani nel Queens Village a Long Island. Se per Albert il trasferimento era un segno del suo successo, per la moglie era il passo irreversibile verso l’isolamento nella vita suburbana. Ma non si perse d’animo: di spirito allegro, vivace e dinamico lavorava tenacemente in casa, cucendo tende e sovraccoperte oltre ai vestiti per lei e la piccola Lorraine.

Nel 1925 aveva tutto ciò che una donna poteva desiderare: una casa propria, un’automobile, una radio, dei bei mobili, un conto in banca, una figlia e un marito. Albert lavorava tutto il giorno, rientrava tardi la sera e scambiava con la moglie qualche rara parola prima di sprofondare in poltrona a leggere il giornale. Era un uomo taciturno, introverso, riservato, ma anche capace di violenti scoppi d’ira. Per esempio, al ristorante poteva rovesciare il tavolo apparecchiato se la cena non era di suo gradimento. Durante il week end usciva in mare con la sua barca e le giornate solitarie trascorse a pescare gli davano un colorito perennemente abbronzato. Nei momenti liberi trafficava in garage intorno alla vecchia Buick o dava da mangiare al canarino.

Rimasta vedova, la madre di Ruth, Josephine Brown, andò ad abitare per qualche tempo presso la coppia e notò subito che qualcosa non andava come avrebbe dovuto. Ruth apparentemente era quella di sempre: gioiosa, amante dei divertimenti, delle feste, degli spettacoli, del bridge, ma il marito era cupo, silenzioso, freddo anche con la figlia. Non amava uscire la sera e non consentiva alla moglie di tenere in casa gli animali che lei adorava. Le permise solo un canarino, solitario e silenzioso quanto lui.

Era evidente che Albert trovava Ruth troppo giovane, troppo vivace per lui e che rimpiangeva la sua prima fidanzata, Jessie Guischard, morta da dieci anni pochi giorni prima del loro matrimonio. Diceva spesso alla moglie: “Peccato che tu non possa essere come lei!” E ancora: “Era la donna più bella che avessi mai conosciuto!”. E teneva appeso un suo ritratto alla parete dietro il letto per poterlo guardare ogni mattino al risveglio. Josephine, che assisteva ai frequenti litigi fra i due, consigliò alla figlia di chiedere il divorzio, ma Ruth non era convinta che il marito glielo avrebbe concesso. Invece, per distrarsi, cominciò ad avere brevi e intense avventure sessuali.

Vestita da ragazzina, con le gonne cortissime e i tacchi alti, usciva di soppiatto. Gli appuntamenti con le amiche nascondevano le sue incursioni solitarie nelle sale da ballo, dalle quali usciva poi in compagnia di qualche giovanotto che la conduceva in un motel vicino. Nello stesso momento Lorraine era a scuola, e Albert occupato a disegnare barche nel suo ufficio a Manhattan. L’incontro fatale avvenne nel giugno del 1925, il quinto anno del proibizionismo. La donna accettò un appuntamento ’al buio’ al ristorante svedese Henry’ s e, insieme a una coppia di amici, pranzò con Judd Gray, trentatreenne rappresentante di biancheria intima.

Judd era un uomo insignificante a vedersi: grassoccio, dai capelli rossi, con un tic nervoso che gli faceva sbattere continuamente gli occhi dietro gli spessi occhiali di tartaruga da miope. Ma era anche un uomo bonario, simpatico, che raccontava barzellette spinte, amava spassarsela ed era considerato un seduttore. Per Ruth quell’uomo era un sogno che si realizzava: uno schiavo d’amore a tempo pieno, e per di più divertente. Durante il pranzo entrambi ignorarono l’altra coppia e si impegnarono per ore nel racconto dei reciproci infelici matrimoni. Ruth scuoteva la sua bionda massa di capelli e lasciava tintinnare i ciondoli di bigiotteria che le adornavano il collo nudo. Descriveva allegramente le sue giornate vuote,le serate gelide trascorse con un marito ormai estraneo.

Judd sembrava molto interessato al racconto e si piegava verso la donna per ascoltarla meglio. “Capisci” diceva lei prendendo la mano di Judd tra le sue sotto il tavolo “Albert ha tredici anni più di me e quando sono diventata sua moglie ero solo una ragazzina … Ha voluto a tutti i costi sposarmi subito e la mia vita è finita. All’inizio mi portava a cena fuori e a ballare e, per convincermi a cedere, una volta mi ha regalato una scatola di cioccolatini con un solitario! E poi aveva un buon lavoro. Alla fine mi sono persuasa ma la prima notte ero terrorizzata. Ha dovuto aspettare giorni prima che mi tranquillizzassi. Eppure so che per lui sono rimasta la ex centralinista che lavorava nel suo ufficio, insomma, una nullità.”

Il tempo passava, erano ormai le 16, e ora era Judd a lamentarsi del proprio matrimonio. Sua moglie Isabel era buona, una brava massaia, ma talmente insignificante da essere chiamata dagli amici “la donna invisibile”. Non usciva mai e parlava poco. Alcuni suoi colleghi della Bien Jolie Corset Company non l’avevano mai vista e qualcuno addirittura ignorava che fosse sposato. Aveva anche una figlia, della stessa età della piccola Lorraine. Dopo quattro ore di confidenze si lasciarono promettendo di rivedersi nel mese di agosto, dopo il ritorno di Ruth, Albert e Lorraine da un viaggio in barca a Shelter Island.

La sera del 4 agosto Judd telefonò a Ruth e la invitò a cena nel ‘loro’ ristorante. Dopo aver mangiato e bevuto, le chiese di accompagnarlo nel suo ufficio, tra la trentaquattresima strada e la Fifth Avenue. Disse che doveva prendere il campionario con gli ultimi modelli di biancheria intima. Arrivati in ufficio, Ruth si sciolse la sciarpa di cotone che teneva intorno alle spalle per nascondere le bruciature del sole. “Ho della crema da qualche parte” disse Gray. “Se vuoi te la spalmo sulle scottature”. “Nessuno si è mai preso tanta cura di me” sussurrò lei rabbrividendo di piacere mentre le mani dell’uomo le scivolavano sulla schiena. “Ho qualcos’altro per te” fece lui, tirando fuori un corsetto nuovo di zecca dal campionario. “Sono sicuro che ti starà benissimo. Permettimi di aiutarti a indossarlo.”

Ruth ebbe un brivido: “D’accordo, puoi farlo e d’ora in avanti puoi chiamarmi Momsie.” Momsie, Mummy, o ‘mia regina’ erano i suoi vezzeggiativi, e Bud, Lover Boy e Baby erano quelli di lui. I due amanti si innamorarono come due adolescenti, scambiandosi bigliettini teneri e regaletti, dandosi appuntamenti fugaci negli alberghi e passando ore a baciarsi in macchina. Poi il rapporto si fece più ardente: le ore rubate non bastavano più. Ci voleva tutta la notte o almeno una parte, trascorsa preferibilmente al Waldorf Astoria. E di giorno, per darsi un contegno, Ruth portava con sé anche la piccola Lorraine che rimaneva nella Hall a leggere libri per ragazzi, oppure si divertiva a salire e scendere in ascensore.

Durante una delle loro notti appassionate Ruth decise di raccontare a Judd alcuni episodi avvenuti negli ultimi tempi. Albert si trovava in garage occupato a cambiare una gomma alla Buick, e inspiegabilmente, mentre era sdraiato sotto la macchina, il cric era scivolato via e l’auto si era piegata di lato rischiando di schiacciarlo. Qualche giorno dopo, Ruth gli aveva portato del whisky,sempre in garage, perché si riscaldasse. Albert cominciò a sentirsi girare la testa e si accorse che la porta del garage era stata chiusa dall’esterno e che il monossido di carbonio emesso dalla macchina in moto stava per soffocarlo. Riuscì a forzare la porta e ancora una volta si salvò. Una sera, a casa, uscì a fare una passeggiata. Quando rientrò, verso l’alba, Albert l’aspettava con la luce accesa, leggendo un libro.

“Mi sono svegliato e ho sentito puzza di gas” le disse. “Ho trovato i rubinetti aperti.” “Che sbadata!” fece lei. “Poteva succedere qualcosa di brutto. Cercherò di stare più attenta.” Ascoltati i racconti, Judd guardò l’amante inorridito. “Ma ti rendi conto di quello che stai facendo? Ti rendi conto di cosa vuol dire agli occhi di Dio?” “Io non lo sopporto più” fu la risposta infantile di Ruth. I tentativi andarono avanti. Nel luglio del 1926 Ruth riprovò con il gas; nel gennaio dell’anno successivo curò il singhiozzo del marito con il bicloride di mercurio che per poco non lo mandò all’altro mondo, e qualche mese dopo assestò una spintarella ad Albert, indaffarato a pulire la barca, facendolo finire fuoribordo.

Nella penombra delle stanze d’albergo, mentre Judd inginocchiato davanti alla sua amante le abbracciava le gambe, lei proseguiva i suoi resoconti. L’uomo non era più scandalizzato come all’inizio anche se continuava a chiederle: “Ma che cosa vuoi fare? Ammazzare quel poveraccio?” “Si, ma Momsie non può farlo da sola” rispondeva lei con voce zuccherosa. “Ha bisogno d’aiuto. E Lover Boy deve aiutarla.” E poi il tocco finale. Raccontò all’amante di aver fatto firmare al marito ben tre polizze di assicurazione per un totale di centomila dollari. Albert era convinto di averne stipulata una sola, per mille dollari, e che i tre fogli che la moglie gli aveva sottoposto non fossero che copie dello stesso documento.

“Ma adesso devi aiutarmi Bud” gli disse abbracciandolo. “Non posso fare tutto da sola.” In quei giorni Bud, noto per la sua calma, divenne molto nervoso, agitato, beveva più del solito e cercava senza successo di dissuadere la donna dal macabro proposito. Ma il potere di Ruth su di lui era enorme. Lo soggiogava sessualmente, lo seduceva, lo eccitava provando e riprovando la biancheria del suo campionario e gli ripeteva con voce cantilenante: “Albert morirà e noi vivremo insieme e ricchi per sempre!” Infine una notte, dopo averlo pregato e scongiurato, gli ordinò di aiutarla e gli diede le istruzioni finali. Lui avrebbe dovuto procurarsi del cloroformio, un filo metallico e un grosso contrappeso, uno di quelli per le finestre a ghigliottina.

“Così avremo tre opportunità per ucciderlo. Una di queste dovrà funzionare per forza!” Una sera, mentre Albert e Lorraine erano fuori, Ruth invitò Judd per fargli conoscere la casa. Si ubriacarono e fecero l’amore nella stanza della bambina. Poi lei lo minacciò di por fine alla loro storia se non l’avesse aiutata. Si videro ancora una volta a cena da Henry’s  per discutere i dettagli. A tavola era presente anche Lorraine, che ascoltava la conversazione senza capirne il senso. La notte del 19 marzo 1927 Judd Gray, pallido come un morto e ubriaco fradicio, arrivò a Long Island. Aveva accettato di aiutare Ruth, ma fino all’ultimo sperò in un ripensamento. Aveva passato la giornata vendendo biancheria a Syracuse, nello Stato di New York, e poi era salito sul treno per Long Island, arrivando in piena notte con due bottiglie di

whisky da scolare nell’attesa, che trascorse vagabondando lì intorno. Chissà, forse in cuor suo si augurava che qualche poliziotto lo notasse e lo arrestasse per alcolismo, mandando così a monte il piano omicida. Infine si decise ad entrare attraverso la porta posteriore che l’amante aveva lasciato aperta; la casa era vuota, la famiglia si trovava a un party dai vicini. Judd si nascose nella stanza della madre di Ruth, che era partita da qualche giorno. Sul letto trovò gli oggetti che aveva procurato lui stesso: il grosso contrappeso, il filo metallico e la bottiglietta di cloroformio. Il party si prolungò fino alle 2. Judd aveva nascosto gli ’strumenti’ sotto il cuscino e si era seduto sul letto a bere. Anche Albert aveva bevuto quella notte e, dopo aver messo la macchina in garage,

era salito subito in camera a dormire. La moglie indossò la camicia da notte e raggiunse l’amante, per baciarlo e pregarlo di aspettare ancora qualche minuto. Poi accompagnò a letto Lorraine e attese che il marito si addormentasse. Mezz’ora più tardi tornò da lui. Finirono insieme la bottiglia di whisky e alle 3 erano pronti. La casa era immersa nel silenzio assoluto, anche la strada era silenziosa. Judd indossava dei guanti di gomma e aveva con sé tutti gli attrezzi. Fu preso per mano da Ruth, condotto lungo il corridoio fino alla camera da letto e infine spinto dentro.>> [Cinzia Tani, pagg. 313-318, 1998]

Cosa successe in seguito già lo sappiamo. I due ex amanti furono giustiziati sulla sedia elettrica il 12 gennaio 1928. Thomas Howard, cronista del ‘New York Daily News’  durante l’esecuzione fissò una piccola macchina fotografica alla caviglia e la nascose sotto i pantaloni. Quando la sedia elettrica fu messa in funzione scattò una fotografia e l’immagine di Ruth Snyder legata alla sedia elettrica il giorno dopo finì sulla prima pagina del giornale acquisendo una fama che sarebbe arrivata fino ai giorni nostri. [Cinzia Tani, 1998]

 


 
 
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