Questo
è il primo di una serie di articoli che saranno da
me dedicati alla fenomenologia della persecuzione
psicologica.
Affronterò queste
delicate tematiche da un punto di vista clinico,
psicologico – giuridico, criminologico – clinico,
psicologico – investigativo integrando il tutto con
quello che è l’orientamento teorico clinico
sistemico e psicodinamico, toccherò quindi quelli
che sono gli aspetti intrapsichici senza trascurare
però quelli che sono i fondamentali aspetti
relazioni dei fenomeni che andrò ad analizzare
integrando il tutto quando sarà necessario anche con
quelli che sono gli apporti e i contributi della
teoria e della clinica cognitivista.
Con questo
articolo inizierò ad affrontare la complessa
fenomenologia dello Stalking, cioè del comportamento
molestante, assillante e continuativo che vede come
protagonisti due attori principali: l’autore delle
molestie, definito stalker, e la sua vittima.
Per quanto
riguarda il presente contributo mi limiterò a degli
accenni sullo stalking e sull’omicidio passionale
che affronterò più in dettaglio in dei lavori
successivi.
Invece introdurrò
quella che è la genesi di questo comportamento
deviante e della disfunzionalità della coppia che
può portare a degli esiti nefasti che si possono
conclamare anche nel cosiddetto omicidio passionale.
Farò dei
riferimenti alla teoria dell’attaccamento ma anche
questa sarà per il momento una sorta di introduzione
preparatoria a successivi lavori che cercheranno di
approfondirla vista la sua importanza nella
eziopatogenesi di psicopatologie molto gravi e di
altrettanto gravi comportamenti antisociali.
Il mio lavoro verterà
e sarà finalizzato ad un tentativo di comprensione e
non soltanto di mero giudizio sugli aspetti
repressivi del fenomeno.
Con questo non
voglio dire che, soprattutto come criminologo, non
pensi che prima di tutto lo stalker non debba essere
fermato, però ritengo, e in questo mi riferisco
soprattutto allo stalker rifiutato, ma in generale a
tutte le tipologie, che una volta fermato debba
essere anche aiutato.
Il legislatore
dovrebbe occuparsi di questa problematica di estrema
attualità, perché il mio intervento, che idealmente
ho intitolato così “ Legami, Stili di attaccamento e
psicopatologia della relazione: dallo stalking al
delitto passionale” vi parlerà anche dello scottante
tema dell’omicidio passionale; infatti, purtroppo,
in molte occasioni lo stalking è solo l’inizio di un
lungo percorso che culminerà appunto nell’omicidio.
Nel nostro paese il tasso di omicidi passionali è in
effetti molto alto e il fenomeno è veramente
preoccupante tanto da destare un certo allarme
sociale.
Quindi mi occuperò
di “amore”, di una forma particolare di amore, che,
citando la famosa trasmissione di Rai Tre, potremmo
per l’appunto definire “amore criminale”.
Comunque per
quanto criminale di “amore” si tratta, quindi non
dobbiamo stupirci se in qualche modo l’omicidio
passionale è un omicidio particolarmente cruento. In
genere l’autore uccide la vittima anche con trenta,
quaranta pugnalate. Le persone rimangono inorridite,
giustamente, ma purtroppo quando si parla di amore,
si parla in molti casi anche di passione, appunto la
definizione omicidio passionale, e quando c’è di
mezzo la passione purtroppo si può degenerare anche
in comportamenti così estremi.
Però, perché mi
riferisco ai legami e agli stili di attaccamento e
perché parlo di aiuto? Perché quando penso agli
autori di questi crimini, per esempio Luca Delfino,
l’omicida di Sansepolcro, ma anche i due rumeni che
in breve successione temporale ultimamente hanno
ucciso due connazionali a Bastardo e credo a Foligno
con le quali intrattenevano da tempo un legame
sentimentale, penso certamente a degli adulti ma non
posso fare a meno di pensare che anche loro,
nonostante l’efferatezza dei loro crimini, un tempo
sono stati dei bambini, dei bambini con un estremo
bisogno di legami di attaccamento solidi e
affettivamente sani con le persone che a quel tempo
si sono prese cura di loro. La tesi che sosterrò in
questo mio intervento è che nei casi in cui questi
legami di attaccamento nel passato sono stati
disfunzionali questi poi pregiudicheranno la
possibilità, una volta adulti, di stabilire delle
relazioni sufficientemente sane ed equilibrate con
il proprio partner.
Permettetemi
soltanto una breve nota su che cosa si intende per
attaccamento in quanto questa breve definizione
magari renderà ancora più chiaro ciò che voglio
intendere e le tesi che cercherò di argomentare nel
corso del mio intervento:
per attaccamento si
intende la “propensione innata a cercare la
vicinanza protettiva di un membro della propria
specie quando si è vulnerabili ai pericoli
ambientali per fatica, dolore, impotenza o malattia”
(Bowlby, 1969 cit. in
http://www.maldamore.it/Teoria_dell_attaccamento_e_Stili_d_attaccamento.htm)
Permettetemi ora
di tornare per un pò sull’omicidio passionale e di
fare una breve considerazione. I mass media, molto
spesso, di fronte a questi omicidi parlano di
omicidi della follia, parlano di raptus, ma nel
momento in cui ci troviamo di fronte ad un omicidio
passionale, il raptus, non ha nulla a che fare con
la dinamica omicidiaria.
Il raptus, invece,
caratterizza il cosiddetto omicidio emotivo perché
questo è per l’appunto un omicidio d’impeto che
segue e reagisce ad un’improvvisa situazione che
sconvolge colui o colei che compirà l’omicidio
stesso. Per non lasciare nulla al caso vi propongo
ora la definizione di raptus proposta da Wikipedia
in
http://it.wikipedia.org/wiki/Raptus:
“Il raptus è un
improvviso impulso di forte intensità che può
portare ad uno stato ansioso e/o alla momentanea
perdita della capacità di intendere e di volere. Il
raptus può spingere il soggetto ad effettuare gesti
violenti od aggressivi, auto lesivi o lesivi verso
altri. Vi è anche una forma di raptus cosiddetto
“ansioso”. Si palesa con una breve ed intensa
manifestazione di profonda ansia e può spingere il
soggetto a gesti imprevedibili quali il suicidio o,
più di rado, l’aggressione. Il raptus può essere
riconosciuto, nell’ambito del diritto penale, come
condizione di momentanea incapacità di intendere e
volere (c.d. “vizio di mente”), e quindi come
attenuante per la commissione di gravi reati”.
Quando si parla
invece di passione si parla di un continuum, di un
percorso, un percorso che è iniziato da molto
lontano. E’ iniziato da molto lontano anche perché i
soggetti che compiranno questi omicidi da piccoli
molto probabilmente hanno fatto esperienza di legami
di attaccamento che in qualche modo non sono
riusciti, perché probabilmente disfunzionali, a
trasmettergli quella fiducia, quella sicurezza in
sé, su cui si dovrebbe fondare lo sviluppo
dell’individuo e su cui si dovrebbe strutturare la
sua personalità; questo perché probabilmente coloro
che si dovevano prendere cura di questi bambini
hanno stabilito con loro delle relazioni basate su
dei legami di attaccamento caratterizzati da
insicurezza e instabilità, caratteristiche che
inevitabilmente sono state trasmesse a questi
bambini che nel tempo iniziano a manifestare in
molti casi anche una profonda angoscia da
separazione.
Non mi dilungherò
ora su quella che è la teoria dell’attaccamento di
Bowlby più di quanto non sia necessario per le
finalità che si prefigge questo mio intervento e non
vi elencherò quindi quelle che sono tutte le
categorizzazioni specifiche legate a questa teoria.
Come ho anticipato all’inizio di questo articolo
questo sarà oggetto di un lavoro successivo e più
approfondito. Voglio soltanto dire e sottolineare
con forza che, a differenza di chiunque di noi abbia
avuto la fortuna di avere dei genitori
sufficientemente buoni, i soggetti che invece fin da
piccolissimi non hanno ricevuto le necessarie cure e
la necessaria rassicurazione finalizzata ad
acquietare quelle che sono le naturali paure ed
angoscie che si trova a provare il neonato e il
bambino molto piccolo, da grandi, se nel frattempo
non intervengono eventi tali da riparare a quelle
carenze, potrebbero vivere la relazione con il
partner alla luce di quelle profonde ferite che li
condizioneranno e li porteranno a sviluppare in
certi casi anche delle psicopatologie molto gravi.
Tra queste
patologie annoveriamo sicuramente dei gravi disturbi
della sfera affettiva, ansia se non angoscia da
separazione, problemi legati alla dipendenza e in
certi casi anche il cosiddetto Disturbo Borderline
di Personalità che un pò racchiude in sé tutti
questi aspetti.
Chiariamoci sui
termini per rendere comprensibile l’esposizione
anche agli eventuali non addetti ai lavori che
magari potrebbero leggere questo articolo. Che cosa
si intende per Disturbo Borderline di Personalità?
In primis diciamo
che per Borderline, termine derivato dalla lingua
inglese, si intende letteralmente “al limite”,
“marginale” e in psicopatologia va ad indicare un
disturbo molto grave che si pone al confine tra la
nevrosi e la psicosi.
Il disturbo
borderline di personalità è definito nel Manuale
Diagnostico dei Disturbi Mentali come una “modalità
pervasiva di instabilità delle relazioni
interpersonali, dell’immagine di sé e
dell’affettività con impulsività notevole, comparsa
entro la prima età adulta e presente in vari
contesti”.
La persona affetta
da disturbo borderline di personalità prova
difficoltà a stabilire delle relazioni
interpersonali stabili; rispetto alle persone a loro
più vicine passano dalla più completa idealizzazione
alla svalutazione assoluta. Per lui le persone o
sono tutte buone o tutte cattive. Anche sul piano
emotivo non sono per niente equilibrati e alternano
atteggiamenti rabbiosi ad atteggiamenti del tutto
remissivi e accomodanti. C’è inoltre da dire che
questa contraddittorietà caratterizza anche la
relazione del soggetto affetto da disturbo
borderline nei confronti di se stesso, passando da
atteggiamenti di buona autostima ad atteggiamenti di
assoluta svalutazione e mortificazione.
Queste persone,
inoltre, manifestano anche degli importanti disturbi
dell’identità: avvertono, cioè, un profondo senso di
vuoto interiore e per sentire di esistere hanno
costantemente bisogno di avere al proprio fianco
qualcuno che li sorregga. Sentono in poche parole di
non esistere senza qualcun altro, per cui tendono ad
instaurare delle relazioni caratterizzate dalla più
completa dipendenza. La persona di riferimento
affettivo diventa per l’individuo che soffre di
questo disturbo assolutamente vitale.
Di conseguenza di
fronte alla possibilità di un abbandono la persona
che soffre di disturbo borderline avverte un vero e
proprio sentimento di annientamento, di catastrofe
emotiva: la persona da lui amata da angelo che era
si trasforma ai suoi occhi in un demonio.
Tutto questo lo
può portare a scoppi di rabbia violenta, ira,
ostilità e a mettere in atto comportamenti
distruttivi per se stesso e per l’altro.
E’ evidente quanto
tutto questo possa portare in certi casi anche
all’omicidio passionale.
Ma torniamo per un
attimo al nostro bambino e caliamoci alle origini
della sua esistenza che inizia a pulsare in tutta la
sua vitalità fin dalla fase prenatale.
Una fase dello
sviluppo questa del tutto particolare e direi
fondamentale. Infatti il mio lavoro partendo dal
prima, partirà da quello che succede appunto in
questa fase, addirittura prima della nascita, e come
premesso in precedenza arriverà a quello che
potrebbe succedere e molto spesso succede nel dopo
stalking.
Permettetemi un
breve inciso. Volevo anticiparvi che dedicherò uno o
più dei lavori futuri ad illustrarvi quella che è
l’importanza della vita prenatale e della psicologia
prenatale che cerca di studiarla nei suoi aspetti
emotivi, affettivi e relazionali.
Quello che voglio
sostenere, in definitiva, è che, perché il futuro
bambino possa crescere in maniera sana ed
equilibrata, si devono creare delle condizioni
ottimali fin dalla fase prenatale. Pensate infatti
la differenza che passa tra una madre rifiutante che
non ha accettato la gravidanza e una madre che fin
da questa fase inizia a trasmettere al suo bambino
amore ed accoglimento.
Lo psichiatra
Ronald Laing sosteneva che fare un figlio è
esercitare un potere capace addirittura di cambiare
il mondo, però, continuava, bisogna essere coscienti
delle proprie responsabilità e delle proprie
possibilità creative che possono essere fonte di
nuova armonia o di nuova disarmonia.
Renata Gaddini,
psichiatra e psicoanalista e membro del Comitato
Nazionale di Bioetica, sostiene in un suo articolo,
che, la deprivazione affettiva ai danni di un
bambino , porta a conseguenze gravi e importanti
visto che è proprio dalla prima infanzia che si
costruiscono le basi per lo sviluppo della
personalità e dipende dalla qualità di queste basi
che tipo di relazioni l’individuo ormai adulto
stabilirà con la realtà esterna. Ma, aggiunge, è
necessario che fin dalla fase prenatale il futuro
nascituro possa fare esperienza e possa relazionarsi
con un mondo circostante accogliente ed attento ai
suoi bisogni. Possibili sentimenti negativi o
eventuali traumi accanto a deprivazione affettiva e
a mancanza di cure fisiche e psicologiche possono
preparare nella mente del bambino un terreno fertile
sul quale in futuro potrebbero nascere e crescere
odio, desiderio di morte e di terrore.
Mi limiterei per
ora a queste brevi considerazioni aggiungendo
soltanto che la psicologia prenatale parla
addirittura della fase del concepimento come di una
fase fondamentale per la storia dell’individuo.
Nella mia
esperienza clinica ho avuto modo di trovarmi di
fronte a persone che in qualche modo non hanno
offerto uno spazio mentale all’idea di un figlio,
non lo hanno desiderato. Questo è fondamentale.
Credo che sia pertanto necessaria un’educazione alla
genitorialità che consenta ai giovani che si
apprestano a vivere questa meravigliosa ma difficile
avventura di prendere coscienza di quali
responsabilità sono chiamati a farsi carico.
L’educazione sessuale è sì importante ma è veramente
limitata se a questa non si unisce anche una
sensibilizzazione in questo senso. Questo lo ha
sottolineato e sottoscritto anche un importante
documento del Comitato Nazionale di Bioetica.
Ai nostri
adolescenti non dovremmo insegnare soltanto quella
che è la contraccezione ma quello che un giorno
significherà essere genitori sufficientemente buoni
come dice Winnicott.
Quindi, dicevo, mi
sono trovato di fronte a persone che, o perché in
stato alterato di coscienza, o perché comunque
immaturi, si sono trovati ad aspettare un figlio
senza che nemmeno loro sapessero come in realtà
fosse accaduto, nell’incoscienza più completa.
Allora potete
riflettere un attimo insieme a me su quello che può
significare tutto questo. Perché in quelle
situazioni molto spesso ci si trova di fronte a
futuri genitori che da un punto di vista psicologico
sono ancora figli a loro volta e non sono quindi in
grado di accogliere i bisogni di accudimento
fondamentali del neonato che non sono soltanto
bisogni di accudimento fisico, ma sono soprattutto
bisogni di accudimento psicologico.
Winnicott
(1896-1971), eminente pediatra e psicoanalista
infantile, parla di holding materna riferendosi alla
capacità materna di fungere da contenitore delle
angoscie del bambino.
L’holding è quindi
la capacità di contenimento della madre
sufficientemente buona, la quale sa istintivamente
quando intervenire dando amore al bambino e quando
invece mettersi da parte nel momento in cui il
bambino non ha bisogno di lei.
Sostanzialmente,
per madre sufficientemente buona, Winnicott intende
quella madre che, istintivamente, possiede la
capacità di accudire il bambino senza frustrarlo.
La madre
sufficientemente buona possiede, inoltre, quella che
Winnicott definisce preoccupazione materna primaria,
uno stato psicologico fondamentale perché essa possa
fornire le cure adeguate al suo bambino.
Tra le angoscie
del bambino una delle più importanti come abbiamo
già visto è l’angoscia di separazione, angoscia che
la madre sufficientemente buona riesce a contenere.
Questa capacità materna di contenimento permetterà
al bambino di poter sperimentare la separazione in
maniera non traumatica e di poter elaborare e
digerire le ansie ad essa collegate.
Questo è anche il
compito che noi psicoterapeuti, soprattutto noi
psicoterapeuti ad orientamento psicoanalitico, siamo
chiamati a svolgere con i nostri pazienti, perché
noi in questo senso abbiamo e potremmo anche
definirla così, una funzione riparativa.
Nel qui ed ora del
setting psicoanalitico si riattualizzano “quelle
antiche questioni rimaste irrisolte” e quelle
conflittualità profonde possono in qualche modo
essere rielaborate con lo psicoterapeuta stesso che
in questo senso funge da genitorialità
sufficientemente buona che in qualche modo quindi
possa permettere all’individuo di poter superare e
sanare le sue ferite profonde.
Se però queste
esperienze riparative non avvengono, e molto spesso
non avvengono, in questi casi ci troviamo di fronte
ad individui che in qualche modo hanno un
profondissimo bisogno di amore. Però per loro amare
ed essere amati significa possedere completamente
l’altro.
Non sanare questa
carenza affettiva interiore significa in qualche
modo da adulti proporre una relazione che cerca di
ricreare quel’antica simbiosi con il materno che a
quel tempo, in quell’antico tempo non è riuscita in
qualche modo a sedare quell’angoscia abbandonica che
si riproporrà nella relazione affettiva da adulti.
Queste persone
vivono la relazione con una costante angoscia da
separazione, in questo senso parlando di separazione
intendo anche separazione psicologica.
Coloro che sono
dotati di una buona autostima, di una buona
sicurezza di sé riescono ad accettare che amare un
altro significa accettare che sia lui a sceglierci,
che sia lui a scegliere di stare con noi, ma che
significa anche accettare che potrebbe anche
scegliere di non starci.
Invece la
richiesta che fa la persona che soffre di un
disturbo dipendente, di un disturbo affettivo molto
profondo è quella di una continua rassicurazione
rispetto al terrore di poter perdere l’oggetto
d’amore.
Questi soggetti,
come ho già esposto più sopra, non riescono neppure
ad immaginare che l’altro li possa lasciare: l’altro
deve essere a loro completa disposizione e questo
capirete che nel tempo provocherà un profondo
disagio relazionale.
Questa è la
cosiddetta coppia perversa, una coppia che si basa
su dei copioni rigidi. Nel momento in cui l’altro
,diciamo, in qualche modo non accetterà più di
recitare questo copione, allora salteranno gli
schemi e la persona dipendente potrebbe impazzire,
potrebbe impazzire in questo senso: non accetterà,
vivrà quella possibilità abbandonica come qualcosa
di assolutamente intollerabile. Per cui il
rifiutato, che vivrà tra l’altro la cosa come
assolutamente ingiusta e che per questo gli
procurerà rabbia, comincerà quindi, e qui mi
riaggancio alla relazione del dott. Salvadori, tutta
una attività di comportamento molesto assillante e
continuativo che nella sua finalità dovrebbe servire
a riaggiustare la relazione ma che in realtà sortirà
un effetto completamente opposto, cioè farà ancora
di più allontanare la persona desiderata.
Però il problema è
anche che, ad un certo punto, quella rabbia
accumulata, in certe condizioni, potrebbe anche
esplodere nell’atto di possesso più spregevole e
definitivo: l’omicidio o più precisamente, in questi
casi, nell’omicidio passionale.
Perché il
rifiutato ad un certo punto si dirà: “o mia o di
nessun altro”. E questo è in qualche modo la
finalità che si propone questo soggetto nella sua
patologica e irrinunciabile sete di “amore”, per
l’appunto un possesso totale e
incondizionato.
Alla base di
questi omicidi abbiamo per lo più la gelosia, una
gelosia chiaramente patologica e, per l’appunto,
l’angoscia di abbandono che è veramente
intollerabile per l’individuo che ne soffre. Vi
parlavo prima dell’omicidio emotivo. Ora volevo
sottolineare ancora più precisamente la distinzione
nel particolare tra omicidio emotivo o d’impeto e
omicidio passionale.
Per fare questo
dobbiamo in qualche modo fare una distinzione tra
emozione e passione.
L’emozione è una
scarica affettiva intensa, di breve durata, uno
stato transitorio, e di solito si ha come reazione
ad un avvenimento. Anche questi omicidi sono molto
cruenti ma in qualche modo sono appunto d’impeto
immediati.
La passione invece
è un’emozione più profonda, di solito diventa
duratura e invade e domina l’attività psichica e il
comportamento. Nel tempo si struttura a livello ideo
affettivo come una vera e propria ossessione. Come
dicevo, i mass media di solito confondono questi
diversi stati affettivi e per descrivere un omicidio
che ha come movente l’amore parlano in qualche modo
indistintamente di raptus. Ma non è sempre così. E
in genere dicono parlando dell’autore del crimine,ma
anche voi avrete avuto modo di sentirlo credo, era
una persona così tranquilla, era così buona, una
cosa così ci ha colto del tutto impreparati. Bè,
diciamo che il male e potremmo dire la
personificazione del Male anche iconograficamente
rappresentata come il Diavolo, non si presenta mai
come tale tra l’altro perché sarebbe facilmente
riconoscibile. Per capire infatti i moventi di
questi omicidi bisogna, come ho cercato di
spiegarvi, andare molto lontano, lontano ma non
soltanto per quanto riguarda la storia
dell’individuo, ma anche per quanto riguarda la
storia delle relazioni di questo individuo.
Queste due
tipologie omicidiarie possono avere in comune la
presenza di una relazione sentimentale tra l’autore
e la vittima.
Quello che li
differenzia è lo stato affettivo: l’emozione o la
passione.
Il delitto
emotivo, d’impeto, è di solito scatenato da
un’improvvisa scarica nervosa, di un’intensità
incontrollabile, per l’appunto un raptus.
L’omicidio
passionale, invece, non è improvviso ed è
caratterizzato da una lenta e costante preparazione
e maturazione che viene costantemente accompagnata
da una presenza di idee ossessive sull’oggetto
d’amore che annullano nel tempo e sempre di più la
capacità di critica e di controllo fino a
condizionare tutta la vita della persona che vive
soltanto in funzione di quella ossessione.
Come potete notare
l’omicidio passionale, proprio in ragione di questo,
è spesso la terribile e definitiva conclusione
all’apice di un’attività di stalking a sua volta
ossessivo e pervasivo nei confronti della vittima.
Abbiamo già detto che i motivi principali degli
omicidi passionali sono la gelosia e la paura
dell’abbandono. Bisogna aggiungere che a tutto
questo negli omicidi passionali si evince anche una
grande quantità di rabbia e un radicato desiderio di
vendetta. L’omicidio passionale è appunto l’apice di
un lungo percorso caratterizzato da un grande
accumulo di tensione interna, di rabbia, che cerca
disperatamente un modo per scaricarsi. In effetti
potremmo leggere questo tipo di omicidio come una
vera e propria valvola di sfogo e, come scrive
Marinella Cozzolino, autrice di un bel libro, molto
approfondito su queste tematiche,”un urlo per farsi
ascoltare da chi non capisce o non ha la pazienza di
voler capire. Pensiamo ai casi di omicidio in cui la
vittima è uccisa”, come tra l’altro sottolineavo
prima, “con trenta, quaranta coltellate. La banalità
della causa scatenante è solo la scintilla, nel
momento in cui l’assassino inizia ad affondare il
coltello sembra voler scaricare tutta la sua
frustrazione, l’impotenza che è cresciuta dentro di
lui. Il suo gesto è comunicativo e simbolico. E’
come se dicesse”, continua l’autrice,”’ti uccido per
questo, e per questo, e per questo’” (M. Cozzolino,
2002, pag. 106)
L’autrice
prosegue riflettendo sulla difficoltà a trovare una
spiegazione razionale alla violenza che si scatena
in questi casi, una violenza abbiamo detto a volte
estremamente efferata. Sembrerebbe in effetti non
esserci un movente evidente o se c’è appare
assolutamente sproporzionato rispetto alla violenza
che si scatena. A volte, continua sempre l’autrice
citata in precedenza, il movente è sconosciuto agli
stessi autori che non riescono a rendersi nemmeno
conto loro di come sia potuta accadere una simile
tragedia. Ma, come conclude la stessa Cozzolino,
nessuno uccide senza un motivo e quelli che agli
occhi di un osservatore esterno possono essere dei
motivi futili e banali hanno sempre per chi ha
commesso l’omicidio un senso profondo legato alla
loro storia, ed io personalmente nel corso di questo
intervento ho cercato di sottolinearvelo, e alla
storia della coppia che in questi casi deve essere
fedelmente ricostruita ed analizzata per comprendere
a fondo che cosa è veramente successo.
Consideriamo, per
concludere, un altro aspetto e chiediamoci se chi
uccide, nei casi di omicidi cosiddetti affettivi,
perda il controllo di sé. E’ un altro aspetto che la
stessa Cozzolino analizza nel suo lavoro, lavoro a
cui ho fatto riferimento in questo mio intervento.
Dobbiamo anche in
questo caso differenziare il delitto emotivo da
quello passionale. Perché nell’omicidio emotivo o
d’impeto, quello per intenderci caratterizzato da un
raptus improvviso, probabilmente, anzi quasi
sicuramente e per definizione, c’è una perdita di
controllo. Quando si parla invece di omicidio
passionale possiamo parlare di un particolare stato
di coscienza perché l’omicidio è la fase conclusiva
di un continuum in cui un desiderio tanto agognato
diventa realtà e la lucidità è essenziale perché in
quel momento l’autore possa considerarsi veramente
appagato.
L’omicidio
passionale, ma anche quello d’impeto, ci impongono
quindi una seria riflessione sull’animo umano e
sulla complessità del suo sentire, sui conflitti e
sulle innumerevoli ambiguità e contraddizioni che lo
caratterizzano. I nostri sentimenti, come scrive
sempre la Cozzolino, e che mi trova del tutto
d’accordo, non sono lineari e così ben definiti. In
realtà dentro di noi per lo più abita una miscela di
opposti nella quale il Male, scrive l’autrice, è il
punto più profondo del Bene.
In molti casi,
aggiungo, questi sentimenti ambigui, questi disagi,
molto profondi e di cui nessuno si accorge e che si
alimentano per anni, esplodono all’improvviso e ci
parlano di storie e di persone le cui strade ad un
certo punto si incontrano. Ci parlano di vite
spezzate da ferite profonde, di individui che
cercano nella relazione una cura impossibile e che
non arriverà mai. Queste storie ci parlano di un
dolore profondo che se non verrà sanato in tempo
provocherà altro dolore.
E allora cerchiamo di fare in modo che almeno
possano servire come opportunità, triste
opportunità certamente, per poterci interrogare
seriamente su tutti gli antefatti, su tutte le
premesse dalle quali e sulle quali si è alimentata
la rabbia omicida per cercare di cogliere eventuali
segnali che ci permettano di capire e forse un
giorno anche di prevenire.