Autostima

Cos’e’ l’autostima: piacersi, sentirsi capaci, superare credenze limitanti.

01 Agosto 2019

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COS’E’ L’AUTOSTIMA: PIACERSI, SENTIRSI CAPACI, SUPERARE CREDENZE LIMITANTI.

"Non dobbiamo permettere alle percezioni limitate degli altri di definire chi siamo" – Virginia Satir

 

Nessuno può insegnarci cosa sia, ma è utile apprenderne nuove sfumature per evolvere.

Dato che, come diceva il poeta e saggista inglese John Donne, “nessuno è un’isola”, ogni nostra opinione si crea nel contesto socio-culturale in cui viviamo (famiglia, amici, scuola, lavoro), ed è influenzata dalle situazioni in cui ci muoviamo e dai nostri interlocutori. Anche il concetto che abbiamo di noi stessi si evolve continuamente ed è influenzato in misura variabile dall’idea che gli altri si fanno di noi e che ci rimandano.

Nonostante alcuni autori in passato abbiano provato a dare una descrizione definitiva di autostima, negli effetti pratici è importante renderci conto di come ognuno di noi si crei un’opinione su di sé personalissima, così come del concetto stesso di “autostima”. E’ proprio la mancanza di rigidità di tale opinione o significato che ci dà la possibilità di non crearci dei limiti in quello che possiamo imparare su di noi e sulle nostre competenze, e darci la possibilità di apprendere e crescere nell’arco di tutta la nostra vita.

 

La prima definizione di Rosenberg e la crescita continua della persona per Angelica Moè.

Angelica Moè, docente di Psicologia della personalità e delle differenze individuali a Padova, ci ricorda che la definizione di autostima come “valutazione globale di sé” è quella più accettata da quando il sociologo americano Morris Rosenberg ha introdotto questo concetto (self esteem) nel 1965. E ci fa riflettere sui nostri quesiti e sulle nostre risposte sull’argomento “nell’idea che si tratti di un interrogarsi e rispondersi che non è mai definitivo, ma in crescita, proprio come ognuno di noi”. La stima di sé è sì globale, ma non esaustiva, né sommaria (Moè 2014, L’autostima. Che cosa è, come si coltiva, p. 4).

 

Due concetti legati all’idea di sé: il piacersi e il sentirsi capaci.

Due dimensioni della valutazione di sé, ci ricorda la Moè, sono il piacersi o ritenere di valere, e la percezione di avere potenzialità, o sentirsi capaci, che sono tra di loro collegati.

Nella pratica, nei problemi quotidiani che possono sorgere per la persona che svaluta se stessa, le proprie prestazioni o le possibilità di migliorarle, è da notare che l’idea che abbiamo di riuscire nelle attività non ci dà informazioni vere in assoluto sulle nostre chance. In proposito Henry Ford diceva: “che tu creda di riuscire, oppure no, hai comunque ragione”. Alcune scuse classiche che ci diamo quando abbiamo timore di uscire dalla nostra area di comfort (= le nostre routine quotidiane e gli spazi in cui siamo abituati a muoverci disinvolti) è di non essere portati. Su alcuni aspetti vale l’influenza dei geni, ma molto più spesso la credenza sull’ereditarietà nasconde la nostra paura di sbagliare, che peraltro è comprensibile e umana. La Moè afferma che “come vi avvicinate ai vostri sé e cosa ve ne fate può cambiare la vita, vostra e di chi vi sta intorno”.

Lo scrittore e formatore Dale Carnegie ricordava che un maestro di canto alla fine dell’800 disse ad un suo allievo che non era portato. La madre gli consigliò di cambiare maestro, e il figlio divenne uno dei più grandi tenori del suo tempo. L’allievo era Caruso. L’idea limitante di non essere “portati” può arrivare quindi anche dall’esterno, ma è responsabilità nostra mettere almeno un po’ in dubbio tale credenza ed esplorare con la pratica e l’entusiasmo le nostre possibilità.

 

Persone con doti predefinite o persone che sviluppano e migliorano capacità nel tempo?

La psicologia ha distinto due modi contrapposti in cui possiamo guardare noi stessi (le nostre teorie implicite), come entità fisse (teoria entitaria) o come persone dalle caratteristiche modificabili e incrementabili (teoria incrementale). Se crediamo di essere “fatti così, in famiglia siamo tutti impulsivi”, oppure se diciamo “non mi iscrivo a pallavolo, non sono portata” ci intrappoliamo da soli in una credenza limitante, non facciamo nulla per cambiare il nostro comportamento o cimentarci in un’attività, e quindi confermiamo la nostra idea non perché sia vera di per sé, ma perché ci comportiamo in modo coerente. Esempi di teoria implicita entitaria sono nelle persone che si definiscono “emotive” perché ad esempio si arrabbiano facilmente sul lavoro, oppure perché si emozionano quando devono prendere la parola nelle riunioni, etc. Lo psicologo americano Daniel Goleman, famoso per i suoi lavori sull’intelligenza emotiva, ci ha insegnato tra le altre cose che le persone possono imparare a conoscere e riconoscere meglio le proprie emozioni, comprenderle e gestirle, migliorando quindi nel tempo le proprie competenze emotive. Anche gli studi di Goleman hanno contribuito ad accumulare prove che le persone e le loro abilità e competenze sono variabili nel tempo (incrementali), e non immutabili (entitarie).

 

Sé in crescita continua: la fotografia di noi non deve limitarci, ma aiutarci a crescere.

La cosa più utile da fare quando pensiamo di non essere portati per un'attività, è di mettere almeno un po’ in dubbio tale credenza (non fino al punto di negare le evidenze raccolte per lungo tempo), distinguendo un’attività in cui non ci si è cimentati abbastanza (o non si è stati costanti, o ci si è scoraggiati troppo presto, o non si sono apprese le strategie più utili, o non ci si è costruito un piano di lavoro sistematico e obiettivi chiari) dai pochi casi in cui i geni favoriscono o meno (ad esempio l’essere alti ha una buona componente genetica e favorisce i giocatori di pallacanestro). I feedback che ci arrivano dall’esterno vanno sempre un po’ filtrati, come le visioni limitate simili a quelle del primo maestro di canto di Caruso.

Quando facciamo un errore, inoltre, invece di considerarlo come una prova assoluta del nostro fallimento, il che sarebbe una credenza molto limitante, potremmo imparare a leggerlo in un altro modo più utile per la nostra crescita personale, cioè come un’opportunità per imparare. A tal proposito il poeta e drammaturgo tedesco Bertold Brecht diceva che “intelligenza non vuol dire non commettere errori, ma scoprire subito il modo di trarne profitto”.

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