Disturbi dell'alimentazione

Anoressia-Bulimia: : I DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

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Quando sentiamo una madre esclamare “Io e lui siamo una cosa sola!” riferendosi al suo neonato nella beatitudine della poppata, ci rendiamo conto come essa rappresenti univocamente l‘unità indistinguibile madre-bambino: nella loro “con-fusione” abbiamo simultaneamente presenti sia l’appagamento per il buon latte dato e ricevuto, sia il piacere del calore generato e trasmesso, e infine il senso di benessere, protezione e reciproca soddisfazione dati dal contenimento dell’abbraccio materno.

Il potere simbolico di questa immagine però non sempre coincide con la realtà, a volte assai più complessa.

 

I disturbi del comportamento alimentare

Bulimia e Anoressia sono diagnosi severe, riservate a casi molto precisi. Costellazioni di sintomi problematici descrivibili come disordini nel comportamento alimentare sono invece molto diffusi, spesso a sfondo ciclico o ricorrente.

Nel lavoro psicoterapeutico, ascoltando i pazienti che mostrano tratti bulimici o anoressici, molti indizi lasciano l’impressione di un disordine psichico attuale, associato a questi sintomi, che rinvia a un disagio più nascosto con radici assai lontane nel tempo.

Alcuni indizi convergenti in questi pazienti portano verso l’idea di una complicata vicenda relazionale madre-bambino nei primi mesi di vita, relativa all’accudimento infantile, quando appunto per il neonato la soddisfazione dei “bisogni” di sopravvivenza e i “piaceri” ricevuti dalle premure materne erano un tutt’uno.

Bisogno e piacere però non sono la stessa cosa. Col tempo troveranno nella psiche e nella mente un loro sistemazione ben distinta.

E solo se le vicende di attaccamento madre-bambino e separazione-individuazione andranno a buon fine, perché è in queste vicende relazionali che si struttura la fondamentale differenza fra il bisogno (un diritto del bambino) e il piacere (qualcosa che sappiano non essere “a costo zero”). Questi processi sono molto complessi, per cui la loro evoluzione può avere sviluppi imprevisti e insoddisfacenti, lasciando tracce dolorose e impronte significative nelle ulteriori fasi di sviluppo del bambino.

                                                        

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Giulia, un’adolescente vivace e intelligente, con un passato bulimico e un presente anoressico, davanti alle angosce dell’imminente ingresso nell’età adulta, era venuta da me per essere aiutata ad affrontare la frustrazione incontrata nella costruzione di una identità più stabile e rapporti interpersonali più solidi. Attribuiva le sue difficoltà all’insoddisfacente rapporto col suo corpo, martoriato da lungo tempo con attacchi bulimici e privazioni anoressiche: sentiva quest’ultimo come “una casa da ristrutturare” e si era trovata in difficoltà nella fase di passaggio dal corpo infantile al corpo adulto, attraversando le trasformazioni adolescenziali ineludibili. La sperimentazione adolescenziale di nuovi rapporti alla ricerca di investimenti affettivi più adeguati all’età e tesi alla costruzione della propria identità adulta le avevano procurato parecchie delusioni, lasciando insicurezze evidenti nella struttura del suo sé.

L’incontro con lo psicologo lo sentiva come l’occasione per decidere se sistemare i difetti strutturali della casa-corpo-sé, o ignorarli depositando i problemi di base in soffitta, accettando il rischio di conviverci senza risolverli. La sua lucidità le permetteva di vedere qualche pro e qualche contro per ognuna delle due possibilità, però non riusciva a decidersi.

Dopo una fase di reciproca conoscenza, insieme abbiamo valutato l’opportunità di un percorso che si è poi rivelato importante per la sua consapevolezza. Vi è da dire che in Giulia, ogni volta che ci si avvicinava alla sofferenza psichica attorno alla quale si erano sviluppati i suoi sintomi, si coglieva con facilità una sorta di evitamento, un voltare lo sguardo da qualcosa di molto difficile da guardare in faccia: preferiva restare alla superficie, sugli aspetti comportamentali, sui riscontri della bilancia.

Solo con molta, molta pazienza si coglieva l’eco, soprattutto nei sogni, di sofferenze relazionali le cui propaggini conducevano alle esperienze primarie di sostegno e nutrimento della prima infanzia, per qualche ragione risultate insoddisfacenti. Rimaste sepolte nella memoria primitiva e mai sanate, queste sofferenze agivano senza essere riconosciute proprio nella relazione col terapeuta, comparendo regolarmente nei sogni che mi portava.

La psicoterapia con Giulia era, infatti, caratterizzata spesso da uno scollamento fra l’elevato livello di funzionamento intellettivo e sociale da una parte, e l’affettività e il mondo emozionale dall’altra, sorprendentemente immaturi o inadeguati. Si coglieva a malapena, o non si coglieva affatto, quella che gli psicologi chiamano “funzione riflessiva”, quella capacità di riflettersi nello sguardo degli altri come fonte d’informazione sul proprio modo di essere nel mondo e di entrare in relazione con esso.

 

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I mutamenti puberali di Giulia l’avevano costretta a fare i conti con una ridondante e perdurante confusione del senso di sé, impedendole un’adeguata ridefinizione della sua identità adulta.

Riprendendo la metafora della casa, nella ristrutturazione bisogna porre molta attenzione al difetto originario: esso tenderà a manifestarsi nel punto di maggior tensione delle strutture portanti. Allo stesso modo in adolescenza, ogni disagio psichico e relazionale originario di qualsivoglia natura troverà la via per esprimersi nel punto di maggior vulnerabilità dell’individuo, laddove il corpo ormai sessuato, diventa il centro nel quale si raccontano le fragilità più nascoste.

Giulia, come capita a buona parte degli adolescenti, aveva però messo in atto, con risorse fisiche e mentali prima non disponibili, le difese più tenaci contro la presa di coscienza della sua sofferenza emotiva, particolarmente quella connotata da reminiscenze infantili. Si sentiva invischiata in una sorte di palude, dove la confusione su ciò che le accadeva nel corpo e nella mente, generava confusione anche al senso si sé. Era in grado di vedere contemporaneamente che il procedere verso un futuro per lei indecifrabile contrastava con l’abbandono delle sicurezze infantili; sentiva la concreta possibilità di sentirsi gratificata e soddisfatta per le sue capacità, ma i sentiva sedotta dal richiamo delle sirene seducenti delle certezze e comodità infantili. Tutto questo con la testa. In realtà, i suoi vissuti i traducevano in un grande disorientamento.

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Davanti ad espressioni verbali come “fame d’affetto” può capitarci di pensare che il senso comune a volte contenga più verità di quello che sembra.

La fame bulimica si presta allora ad essere letta come l’inconsapevole esibizione e simultaneamente il nascondimento di un famelico desiderio d’affetto: una sorta di cedimento ai desideri del corpo (purché non siano quelli di un corpo sessuato?).

In questa linea di pensiero, per converso, il blocco anoressico appare leggibile come il nascondimento e contemporaneamente l’esibizione di inconsapevoli carenze negli investimenti affettivi (una mortificazione del corpo per impedire l’accesso alla consapevolezza del corpo sessuato?)

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Nel lavoro con Giulia, nella fase conclusiva della sua adolescenza, colpiva per esempio la potenza del pensiero dispiegato per ingaggiare una lotta inesausta contro la sperimentazione di nuove richieste relazionali: ogni nuovo investimento affettivo si impantanava in un conflitto infinito fra istanze regressive (dove il corpo sessuato poteva essere lasciato sullo sfondo) e istanze progressive (dove il corpo sessuato era vissuto come fonte di angoscia). Ne risultava un pensiero scollegato dalle emozioni e dagli affetti, risolto in una comunicazione verbale priva di spessore emotivo.

In lei la ricerca di nuovi oggetti relazionali avveniva in un qualche modo congelando la parte emozionale e affettiva, sentita come pericolosa. L’importante per Giulia era evitare il rischio di far emergere alla coscienza tanto i bisogni regressivi e i desideri di dipendenza infantile, quanto i fantasmi di una voracità affettiva esigente e incontrollata.

Il rifiuto del cibo si delineava allora dentro di lei come una sorta di finta (inautentica) battaglia contro le esigenze un “corpo organico” preso a sé stante, per mantenere una distanza di sicurezza dalla realtà del “corpo emozionale in relazione con un oggetto investito affettivamente”: il legame affettivo era fonte di grande sofferenza, perché connotato dalla confusione dei sentimenti nei confronti dell’altro, ma anche di sé stessa, sui quali le capitava di ricamare infinite trame senza alcuna forma definita.

Questa specie di accanimento terapeutico contro malesseri collocati illusoriamente nelle pretese del “corpo organico”, testimoniava la sua difficoltà nel maneggiare i fantasmi emozionali implicitamente sottostanti ad ogni relazione: quelli dell’incontro con l’altro, che può accoglierci o respingerci, suscitare interesse o risultare deludente, essere disponibile o tirannico, affidabile o ingannevole… e avere delle pretese insopportabili per l’inadeguatezza di un Sé fragile e immaturo come quello di Giulia.

I fantasmi notturni e quelli diurni agitati nella mente di Giulia dall’incontro con l’oggetto relazionale attuale apparivano confusi coi sentimenti non risolti verso quell’oggetto primario che in epoca remota si occupava di lei. Fantasmi di dipendenza infantile segretamente sepolti nell’inconscio e che non potevano trovare spazio come tali in quella forma primitiva nella sua realtà attuale. La prospettiva del presente di Giulia era tesa verso un mondo relazionale adulto e non poteva più ospitare fantasmi del passato. Fantasmi di una madre depressa, dallo sguardo spento, senz’anima, incapaci di riflettere un mondo vivo e proiettarla in esso. Fantasmi anche di una voracità dirompente e senza freni, col sospetto di essere la causa di quella madre svuotata, il cui sguardo era investito del potere di far stare male più delle parole.

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Sul piano comportamentale le nuove risorse mentali consentono all’adolescente di mimetizzare in maniera molto efficace nel loro ambiente di vita la scissione fra ciò che può essere esibito e ciò che è e deve rimanere segreto. Di solito i giovani pazienti sono in grado di nascondere i rituali legati al cibo collocandoli dietro una perfetta normalità e adeguatezza sociale.

I rituali legati alle grandi abbuffate di cibo sono così ben mimetizzati da apparire insospettabili, mentre quelli riconducibili a uno strenuo controllo sul cibo sono per lo più contrabbandati come insignificanti o come gioco ludico condiviso con altri (1).

Così era anche per Giulia: solo all’approssimarsi della maggiore età il suo problema ha potuto essere preso in considerazione.

Dando una consistenza concreta, quasi palpabile, al problema originario non risolto del rapporto insoddisfacente con l’oggetto primario (quello che forniva calore e affetto assieme al nutrimento), l’età di mezzo ha costretto Giulia alla ricerca di una nuova sintesi fra bisogno e desiderio. Sintesi per lei difficile: una sessualità matura richiede un consolidamento dell’identità, e dell’identità di genere in particolare. Essa però veniva percepita da Giulia a livello preconscio come inconciliabile con la profonda, primitiva inadeguatezza del Sé. Inadeguatezza caratterizzata da vissuti di dipendenza/bisogno che minacciavano di riemergere ogni qualvolta le relazioni interpersonali adulte si proponevano come significative (2).

Desiderio e bisogno disegnavano le due facce della stessa medaglia: da una parte la ricerca di quanto di buono e piacevole può esserci nel sentirsi capiti, accolti e soddisfatti dall’oggetto relazionale aveva per lei la funzione di evitare l’ambivalenza dei suoi sentimenti; dall’altra disvelava però l’inadeguatezza del suo sé rendendo evidente la dipendenza dall’oggetto relazionale, temuto e investito di vissuti tirannici, sadici e persecutori, il cui distanziamento era vitale per evitare la delusione.

In Giulia, il bisogno di sentire in un qualche modo di avere un potere sul desiderio e sottrarsi ai fantasmi della dipendenza da un oggetto inconscio vissuto come prevaricatore e malvagio veniva riversato nella fantasia di un controllo totale sul corpo.

Strategia alquanto pericolosa.

Nella precedente fase bulimica di Giulia, in piena pubertà, comparivano invece fantasmi di sottrazione e accaparramento del cibo, che poi prendevano forma concreta in quella sorta di “imbottitura adiposa” che avvolgeva il suo corpo, con la funzione di proteggerla, almeno illusoriamente, dalla fame insaziabile e inesauribile di calore e affetto, eco di una relazione primaria se non incoerente, quantomeno insoddisfacente. Giulia si ricordava del periodo bulimico con un misto di incredulità e rimpianto: nella mente le è rimasta l’impressione che tutti si rivolgessero a lei soltanto con interrogativi e considerazioni sul suo peso, il che la mortificava, ma d’altro canto sentiva in quel modo di avere una identità, di essere al centro di attenzioni e interesse che la riempivano di angoscia ma la facevano anche sentire viva.

Nella selva intricata dei sentimenti consci e inconsci, il vomito compulsivo cui ricorreva aveva tanti significati che comparivano nei suoi sogni, a partire da quello del rigetto delle gratificazioni affettive ingurgitate, con lo scopo di sottolinearne lo scarso valore e negarne il bisogno vitale o l’aggressività rapace e distruttrice dell’oggetto primario.

 Si comprende allora come il lavoro di ricucitura tra presente e passato, tra conscio e inconscio, tra regressione e crescita, tra corpo e mente, e alla fin fine, tra il desiderio e il bisogno, sia stato con Giulia un lavoro non scontato, di grande pazienza.

Lo scopo della psicoterapia con lei non è stato tanto la ricostruzione del tutto ideale di quella magica fusione primigenia tra la madre e il suo bambino da cui siamo partiti. per tante ragioni irripetibile. Più ragionevolmente abbiamo lavorato d’impegno per l’ottenimento di una più consapevole rinuncia al sintomo e alla mortificazione dei sentimenti, nella prospettiva di una vita relazionale ed affettiva più piena.

La possibilità di un suo esito durevolmente positivo, senza necessariamente precipitare nel terrore della disgregazione totale della mente, è passato attraverso l’investimento di fiducia nella relazione terapeutica.

 

 

 

NOTE

(1) Alcuni report giornalistici riferiscono che negli Stati Uniti le adolescenti bulimiche sono molto attive nella rete e costituiscono gruppi di autogestione molto vivaci, in grado di suscitare anche un certo grado di allarme sociale.

(2) Molti resoconti di psicoterapie di tardo adolescenti mostrano come per la mente adulta di una paziente anoressica sia intollerabile la coltivazione di un  desiderio nel senso adulto del termine. Quest’ultimo comporterebbe un adeguato esame di realtà col suo carico di frustrazioni e rinvii: nella mente anoressica il desiderio tende invece a connotarsi come un desiderio infantile, dove non c’è confine tra il desiderio e il diritto di tutti i bambini di essere capiti e soddisfatti nei loro bisogni, a prescindere.

Il desiderio diventa dunque un desiderio “corposo”, concreto, connotato col sentimento di un bambino onnipotente ma anche bisognoso. Ad esempio, un desiderio infantile come quello di rispecchiarsi negli occhi della madre, diventa evocatore del fantasma persecutorio di un infante assolutamente ingordo che ha inaridito il seno della madre, la quale di conseguenza, non può che rispondere con lo sguardo spento di una madre “svuotata” e inutile: un evidente cortocircuito tra desiderio e bisogno.

Altri resoconti portano in evidenza i fantasmi conflittuali di identificazione con la madre nella riproposizione del conflitto edipico adolescenziale, oppure l’assenza dell’immagine del padre dentro la mente della madre e nella mente della bambina come ostacolo per il passaggio dalla bidimensionalità relazionale alla tridimensionalità edipica.

 

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