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La poppata: si può pensare a un momento diverso da questo, dove la madre e il bebè siano più “con-fusi” l’uno nell’altra? Un altro momento dove ci sia una così totale beatitudine e un senso di appagamento reciproco? Dove sia simultaneamente presente la soddisfazione per il buon latte dato e ricevuto, assieme al calore e al sentimento di protezione per il contenimento nell’abbraccio materno? Forse no. Però solo nel migliore dei mondi possibili.

Avvicinarsi a problemi così complessi come quelli dei disturbi del comportamento alimentare appare sempre un po’ una sfida. Fin dai primi incontri con queste patologie ci si rende rapidamente conto quanto sia indispensabile comprenderne con pazienza l’intima natura, al di là di quelle che sembrano le cose pratiche da fare subito. La clinica poi c’insegna continuamente cose nuove soprattutto sui risvolti psicologici delle forme croniche, reattive o endocrinologiche di questi disturbi.

Per questa ragione vale la pena di soffermarci su alcuni aspetti di primo piano e formulare qualche tranquilla riflessione.

Va premesso che bulimia e anoressia sono sindromi che appaiono chiare e distinte solo in apparenza, e non solo perché spesso si sovrappongono e si sostituiscono a vicenda.

Le diagnosi di Bulimia e Anoressia sono definizioni severe, riservate a casi molto precisi. Costellazioni di sintomi problematici riconducibili a disordini nel comportamento alimentare sono invece molto diffusi, spesso a sfondo ciclico o ricorrente.

Sappiamo peraltro quanto sia importante il continuo monitoraggio e una valutazione accurata della pervasività di questi sintomi, della loro estensione e rischiosità, in funzione delle decisioni da prendere nell’immediato.

Parlando in generale, è però difficile sottrarsi al forte sospetto che il malessere generativo di tali comportamenti sia assai più profondo, più remoto e primitivo di quanto l’apparente evidenziazione attuale dei sintomi lasci supporre.

Nel lavoro psicoterapeutico, ascoltando i pazienti con tratti bulimici o anoressici, molti indizi portano a pensare che quel sintomo sia solo la superficie di un disordine, di un disagio più nascosto che, per quanto oscuro, lascia le chiare impronte di un’origine assai lontana nel tempo.

Queste tracce portano con una certa convergenza, verso l’idea di una complicata vicenda relazionale che si è venuta configurando nell’accudimento infantile di questi pazienti nei loro primi mesi di vita, quando appunto la soddisfazione dei bisogni di sopravvivenza e i piaceri relativi alle premure materne erano un tutt’uno.

Il riferimento è alla cosiddetta fase simbiotica della relazione fra la mamma e il suo bebè, che fior di studiosi della neonatologia hanno indagato con acume e pazienza, sottolineandone l’importanza e il peso per  la crescita del bambino.

Tale vicenda relazionale fortemente impregnata di imponenti vissuti psichici, di solito evolve verso quella che gli scienziati della prima infanzia  definiscono “separazione e individuazione” emotiva di madre e bambino. In casi particolari, per la concomitanza di molteplici di fattori, essa può subire un’evoluzione imprevista e insoddisfacente, lasciando tracce dolorose e impronte significative nelle ulteriori fasi di sviluppo.                                                

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Quelli che arrivano nello studio dello psicologo sono pazienti per lo più adolescenti o tardo adolescenti. Un particolare di grande interesse.

Come si sa, ci sono varie fasi della vita comuni a tutti gli individui, riconoscibili per alcune caratteristiche particolari, nelle quali si attua un riassetto radicale del nostro funzionamento nel rapporto col mondo.

L’adolescenza per esempio è la fase in cui si accendono nuove energie e si accede a risorse ancora inesplorate, ma è anche quella dove si riaprono antiche ferite.

E’, per così dire, l’occasione per scegliere se con le disponibilità attuali nella ristrutturazione straordinaria della casa in cui viviamo diventa decisiva la sistemazione dei difetti strutturali o il  nascondimento dei problemi senza risolverli, accettando il rischio che la casa si possa deteriorare inesorabilmente e fatalmente”.

Quando col giovane adolescente in psicoterapia ci si avvicina all’area dei disturbi alimentari, disturbi che di solito non vengono mai affrontati di petto, si coglie con facilità una sorta di evitamento, un distogliere lo sguardo da qualcosa di molto difficile da affrontare, il sentore di un pericolo profondo dai contorni sfuggenti, senza forma ma riconoscibile con una semplice occhiata: forse per questo si preferisce restare alla superficie, sugli aspetti comportamentali, sui riscontri della bilancia, fatti osservativi apparentemente lontani da qualsiasi connotazione di sofferenza emotiva.

Solo con molta, molta pazienza si coglie nelle difficoltà attuali l’eco di ansie relazionali di antica data, le cui propaggini conducono a quelle esperienze primarie di sostegno e nutrimento cui accennavamo, per qualche ragione  risultate manchevoli. Rimasti sepolti nella memoria primitiva e mai sanati, questi aspetti dolenti compaiono senza essere riconosciuti proprio nella relazione col terapeuta.

La relazione terapeutica è, infatti, caratterizzata spesso da uno scollamento fra l’elevato livello di funzionamento intellettivo e sociale da una parte, e l’affettività e il mondo emozionale dall’altra, dove quest’ultimo tende ad apparire sorprendentemente immaturo o inadeguato. Si coglie a malapena, o non si coglie, quella che gli psicologi chiamano “funzione riflessiva”, quella capacità emotiva di riflettersi nello sguardo degli altri come fonte d’informazione sul proprio modo di essere nel mondo e di entrare in relazione con esso.

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Nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza i mutamenti puberali costringono i giovani ad attraversare una lunga fase di prove e verifiche per la ridefinizione del Sé, cioè di tutte quelle idee più o meno ingenue sul proprio funzionamento in relazione col mondo circostante, finora circoscrivibile all’ambiente e agli affetti familiari: il problema in un qualche modo è quello di prendere le distanze dalla propria identità infantile dipendente e sperimentarsi nella ricerca di una identità adulta autonoma.

In questa fase dunque gli assetti emotivi e relazionali precedenti sono sottoposti necessariamente a una profonda revisione. E quei modelli relazionali infantili insoddisfacenti di per sé, momentaneamente tenuti in sospeso ancorché in una sistemazione almeno provvisoria, vengono ora sollecitati violentemente, a volte in forma cataclismatica improvvisa e imprevedibile.

Riprendendo la nostra metafora della casa, nella ristrutturazione straordinaria il difetto strutturale si manifesterà nel punto di maggior tensione. Allo stesso modo ogni disagio psichico e relazionale originario di qualsivoglia natura trova la via per esprimersi nel punto di maggior vulnerabilità dell’individuo.

E in adolescenza è il corpo sessuato a diventare il centro nel quale si raccontano le fragilità più nascoste. Qui si mettono in atto, con risorse fisiche e mentali prima non disponibili, le difese più tenaci contro l’emersione della sofferenza emotiva, e in particolare di quella connotata da reminiscenze infantili. Una sofferenza emotiva paventata come pericolosa per l’assetto emotivo instabile di base.

Sappiamo che l’adolescenza è la fase di più grande crescita delle capacità fisiche dell’organismo e dello sviluppo del pensiero nelle sue forme più astratte. Sappiamo anche quanto sia insidiosa l’adolescenza: essa si propone a molti giovani come una sorta di palude nella quale si sentono invischiati, dove è difficile capire cosa vuol dire abbandonare le sicurezze infantili e procedere verso una crescita piena di incertezze, sentendo contemporaneamente le sirene nostalgiche dell’infanzia come inaccettabili rispetto alle più soddisfacenti realizzazioni adulte.

In quelle che chiamiamo patologie del comportamento alimentare vediamo all’opera una grande sinergia di tensioni conflittuali contraddittorie.

Colpisce subito una singolare caratteristica di questi adolescenti: il loro inconsapevole bisogno di evitare qualsiasi contatto emotivo con ogni forma esplicita di aggressività, soprattutto quella diretta verso l’esterno (1).

E’ quanto potrrebbe bastare a fissarne in maniera specifica l’immagine.

Infatti in qualsiasi altro adolescente si assiste a un esercizio continuo di messa alla prova dell’energia aggressiva, in ogni forma eterodiretta pensabile: la polemica, la provocazione, la trasgressione, la competizione, la lotta, lo sport… Ogni energia disponibile si potrebbe dire che è utilizzata per la conquista del proprio posto nel mondo, anche a scapito di qualcun altro.

La canalizzazione dell’energia aggressiva verso realizzazioni e traguardi di successo personale è vitale: ogni adolescente in un modo o nell’altro sente il desiderio di essere “il” e “al” centro del mondo. La frustrazione di questo desiderio è causa di una sofferenza più o meno riconosciuta.

Mi sembra un punto importante degno di attenzione.

Per associazione, potremmo pensare che questi adolescenti siano stati dei bambini iperprotetti che, impediti nella loro sperimentazione di autonomia da genitori ansiosi e magari inibenti, hanno adottato la strategia della resistenza passiva ricorrendo al classico “fare buon viso a cattivo gioco” per nascondere la propria rabbia. Secondo alcuni Autori, sarebbe probabilmente una ipotesi riduttiva: forse, dicono, per entrare nel vivo del dramma, occorre andare ancora più indietro, a quella che gli addetti ai lavori chiamano “fase orale” del bambino (2).

Se accettiamo questa ipotesi, potremmo dare anche un senso a quello che nell’anoressia è stato definito come un vero e proprio “martirio della privazione”: non vedere, non sentire e non riconoscere nello specifico l’aggressività messa in atto contro il proprio corpo, anzi, sentirla inconsapevolmente come una sorta di espiazione riparativa e salvifica, avrebbe per l’adolescente diverse implicazioni. Ne scelgo una per tutte: quella di impedire la consapevole assunzione di responsabilità della cura del corpo, esibendone però nel contempo la gracilità per “costringere” gli altri a preoccuparsene.

Un modo per ritornare attraverso l’esibizione del corpo al centro del mondo, di un mondo però di risonanze infantili dove si sente che qualcuno “si deve” occupare di noi, a prescindere.

Nella bulimia si presenta una sorta di prospettiva conversa: l’esibizione di una voracità incontrollata diretta a testimoniare una capacità di premura per le esigenze nutritive del corpo. Una capacità inadeguatamente padroneggiata, eccessiva, tanto da apparire fuori bersaglio: il corpo nella sua deformazione morfologica e funzionale viene sì esibito, ma in forma poco attraente e alterata. Un modo per dire “Non ho bisogno di essere interessante per il mondo o che il mondo si preoccupi per me, perché come si vede, me la cavo benissimo da solo!”

Fatti, pensieri e sentimenti apparentemente regressivi.

Viene però da chiedersi se sia veramente il corpo il bersaglio di tanta aggressività.

Quando sentiamo espressioni verbali come “fame d’affetto” riferite a comportamenti alimentari non controllati di tipo compulsivo può capitarci di pensare che il senso comune a volte contenga più verità di quello che sembra: la fame bulimica si configurerebbe allora come l’inconsapevole esibizione e simultaneamente il nascondimento di un famelico desiderio d’affetto.

In questa linea di pensiero, il blocco anoressico appare leggibile come il nascondimento e contemporaneamente l’esibizione di inconsapevoli carenze nella saturazione dei bisogni affettivi.

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Ritorniamo alle istanze adolescenziali: a questo livello a un occhio attento si presentano molte altre cose interessanti.

Nella stanza di terapia lavorando sul disagio correlato ai disordini nel comportamento alimentare, stupisce un’altra cosa: questi adolescenti in difficoltà utilizzano tutto il  nuovo potenziale razionale del loro pensiero per ingaggiare una lotta inesausta contro la sperimentazione di nuove richieste relazionali.

Ne risulta così una comunicazione verbale apparentemente asettica, fredda, priva di spessore emotivo, in cui il pensiero appare scollegato dalle emozioni e dagli affetti.

La ricerca di nuovi oggetti relazionali avviene in un qualche modo congelando la parte emozionale e affettiva, sentita come pericolosa. Sappiamo peraltro da esperienze ormai stratificate che tale ricerca comporta il rischio di far riemergere  bisogni regressivi e fantasmi insopportabili di dipendenza infantile.

L’anoressia si delinea allora come una sorta di finta (inautentica) battaglia contro le esigenze un “corpo organico” preso a sé stante, che consentirebbe all’adolescente di assumere una distanza di sicurezza dalla realtà del “corpo emozionale in relazione con”, fonte di grande sofferenza.

Questa specie di accanimento terapeutico contro malesseri collocati illusoriamente nelle pretese del “corpo organico”, testimonia della difficoltà nel maneggiare i fantasmi emozionali implicati in ogni relazione autentica: quelli dell’incontro con l’altro, che può accoglierci o respingerci, suscitare interesse o risultare deludente, essere disponibile o tirannico, affidabile o ingannevole… e magari avere delle pretese insopportabili per l’inadeguatezza di un Sé fragile, fondamentalmente immaturo e quindi esposto alla dipendenza.

Fantasmi relativi al rapporto con l’Oggetto Primario, la madre o chi per essa, eredità di un’epoca remota in cui ella si occupava di noi e dalla, quale una volta, tanto tempo fa, tutti siamo stati dipendenti, sia per quanto riguardava l’alimentazione (la sopravvivenza) sia per quanto riguardava il calore, l’affetto, il contatto, il contenimento, la protezione. Fantasmi di dipendenza infantile segretamente sepolti nell’inconscio e che pertanto non possono trovare spazio come tali in quella forma primitiva nella realtà attuale. La prospettiva del presente adolescenziale è proiettata verso il futuro, verso un mondo relazionale adulto che non può ospitare impunemente fantasmi del passato.

Fantasmi dallo sguardo spento, senz’anima, incapaci di riflettere il mondo e proiettarsi in esso, uno sguardo investito del potere di far stare male più delle parole.

Sul piano comportamentale le nuove risorse mentali consentono all’adolescente di mimetizzare in maniera molto efficace la scissione fra ciò che può essere esibito e ciò che è e deve rimanere segreto. Di solito i giovani pazienti sono in grado di nascondere i rituali legati al cibo collocandoli dietro una perfetta normalità e adeguatezza sociale.

I rituali legati alle grandi abbuffate di cibo sono così ben mimetizzati da apparire insospettabili, mentre quelli riconducibili a uno strenuo controllo sul cibo sono per lo più contrabbandati come insignificanti o come gioco ludico condiviso con altri (3).

Dando una consistenza concreta, quasi palpabile, al problema originario non risolto del rapporto insoddisfacente con l’Oggetto Primario, quello che forniva calore e affetto assieme al nutrimento, l’età di mezzo costringe l’adolescente a cercare una nuova sintesi fra bisogno e desiderio. Sintesi alquanto difficile se non improbabile: una sessualità matura che richiede un consolidamento dell’identità, e dell’identità di genere in particolare, viene percepita però a livello preconscio dall’adolescente come inconciliabile con la profonda, primitiva indefinitezza del Sé. Inadeguatezza caratterizzata da vissuti di dipendenza/bisogno che minacciano di riemergere ogni qualvolta le relazioni interpersonali adulte si propongono come significative (4).

Desiderio e bisogno disegnano le due facce della stessa medaglia: la prima propone quanto di buono e piacevole può esserci nel godere del diritto di sentirsi capiti, accolti e soddisfatti dall’oggetto relazionale e permette di evitare l’ambivalenza dei sentimenti; l’altra disvela l’inadeguatezza del sé rendendo evidente la implicita dipendenza dall’oggetto relazionale, investito di vissuti tirannici, sadici e persecutori.

Nell’anoressia il bisogno di sentire in un qualche modo di avere un potere sul desiderio (5), la necessità di sottrarsi ai fantasmi della dipendenza da un oggetto prevaricatore e malvagio, viene riversato nella fantasia di un controllo totale sul corpo.

Strategia alquanto pericolosa.

Nella bulimia compaiono invece fantasmi di sottrazione e accaparramento del cibo, che poi prendono forma concreta in quella sorta di “imbottitura adiposa” stesa attorno al corpo, con la funzione di proteggere, almeno illusoriamente, dalla fame insaziabile e inesauribile di calore e affetto, memore di quanto ricevuto (o non ricevuto) a suo tempo col cibo (6).

Si comprende allora come il lavoro di ricucitura tra presente e passato, tra conscio e inconscio, tra regressione e crescita, tra corpo e mente, e alla fin fine, tra il desiderio e il bisogno, sia un lavoro non scontato, di grande pazienza, sospeso in bilico fra il rischio di  precipitare nella disgregazione della mente e la prospettiva di una vita relazionale e affettiva più piena.

Lo scopo della psicoterapia non sarebbe tanto la ricostruzione di quella magica fusione primigenia tra la madre e il suo bambino da cui siamo partiti, per tante ragioni irripetibile, bensì l’ottenimento di una più consapevole rinuncia al sintomo e alla mortificazione dei sentimenti.

La possibilità di un suo esito durevolmente positivo, passa attraverso l’investimento di fiducia che la relazione terapeutica offre a questi pazienti.

NOTE

(1)A. Mauri “I disturbi del comportamento alimentare: un problema di forma o di sostanza?”, Venezia, 25 gennaio 2014

(2) Senza entrare nei dettagli del linguaggio tecnico, in questa fase dello sviluppo il desiderio del bebè di un oggetto affidabile col quale costruire una relazione vitale soddisfacente (l’Oggetto Primario: il seno e tutto quello che rappresenta) prenderebbe corpo come intenzione appropriativa non solo del buon latte caldo materno ivi contenuto, ma anche di tutte le altre qualità desiderabili dell’Oggetto Primario, anch’esse necessarie per vivere.

La poppata dunque si configurerebbe come una sorta di incorporazione a seguito di pulsioni cannibaliche: ovviamente il neonato non dispone di valori morali e men che meno dispone del senso di continuità della vita.

Ha a sua disposizione però il desiderio di vivere.

Fatto sta che nel rapporto col seno che gli fornisce quanto è necessario per vivere, potrebbero essere attivati fantasmi ingordi e voraci controllati da una aggressività primaria inconsapevole. Il che comporterebbe fantasmi distruttivi circa l’Oggetto Primario. O peggio, fantasmi vendicativi dell’Oggetto Primario stesso come ritorsione per l’attacco subito.

Come si potrebbe declinare allora il rifiuto del cibo? Potrebbe essere una sorta di punizione inconscia per tali pulsioni [K. Abraham (1923) “Inizio e sviluppo dell’amore oggettuale”, in Opere, Boringhieri, Torino, 1975], oppure un inconsapevole tentativo di nascondere queste stesse pulsioni . Potrebbe essere anche un modo per non sentirsi dipendenti e quindi ricattabili dall’Oggetto Primario sul quale verrebbero proiettate le intenzioni del neonato.

(3) Alcuni report giornalistici riferiscono che negli Stati Uniti le adolescenti bulimiche sono molto attive nella rete e costituiscono gruppi di autogestione molto vivaci, in grado di suscitare anche un certo grado di allarme sociale.

(4) Molti resoconti di psicoterapie di tardo adolescenti mostrano come per la mente adulta di una paziente anoressica sia intollerabile la coltivazione di un  desiderio nel senso adulto del termine. Quest’ultimo comporterebbe un adeguato esame di realtà col suo carico di frustrazioni e rinvii: nella mente anoressica il desiderio tende invece a connotarsi come un desiderio infantile, dove non c’è confine tra il desiderio e il diritto di tutti i bambini di essere capiti e soddisfatti nei loro bisogni, a prescindere.

Il desiderio diventa dunque un desiderio “corposo”, concreto, connotato col sentimento di un bambino onnipotente ma anche bisognoso. Ad esempio, un desiderio infantile come quello di rispecchiarsi negli occhi della madre, diventa evocatore del fantasma persecutorio di un infante assolutamente ingordo che ha inaridito il seno della madre, la quale di conseguenza, non può che rispondere con lo sguardo spento di una madre “svuotata” e inutile: un evidente cortocircuito tra desiderio e bisogno.

Altri resoconti portano in evidenza nel conflitto edipico adolescenziale i fantasmi persecutori di identificazione della adolescente anoressica con la madre e viceversa.

Per certi versi scontata, ma sempre interessantissima è la questione della presenza del padre nella mente della madre, condizione indispensabile per il passaggio dalla bidimensionalità alla triangolazione edipica, passaggio che in qualche modo sembra non essere avvenuto in maniera soddisfacente a suo tempo e che proprio in adolescenza assume un  significato cruciale per la crescita. .

(5) A. Mauri, cit.

(6) Nella selva intricata dei sentimenti consci e inconsci, il vomito compulsivo potrebbe avere tanti significati, a partire da quello del rigetto delle gratificazioni affettive ingurgitate col cibo, con lo scopo di sottolinearne lo scarso valore e negarne il bisogno vitale. Nella stessa ottica il vomito potrebbe anche essere il modo per nascondere in  maniera mimetica il timore di una oralità aggressiva e rapace, distruttrice dell’Oggetto Primario.

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