Psicologia umanistica

Non sono gli errori a far fallire, ma un pensiero fallimentare.

14 Novembre 2019

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“Gli ostacoli sono quelle cose spaventose che vedi quando togli gli occhi dalla meta” – Henry Ford

Che differenza c’è tra chi soccombe al fallimento e chi può trarre forza dalle avversità?

La domanda viene posta dalla psicologa Angelica Moè, nel libro già citato in un precedente articolo, dal titolo Autostima, che cosa è, come si coltiva. La risposta, per l’autrice, è il significato che diamo a un fallimento, a un errore. “Sono un fallito”, sottolinea, è diverso da “ho fallito”.

Un pensiero del primo tipo contribuisce a farci reagire ai fallimenti con strategie che tendono a difendere noi stessi (self-defeating = a difesa del sé), o a volte che ci fanno fuggire o evitare situazioni simili, o generalizzare (sono sempre così, sbaglierò ancora, non sono portato) e a provare vergogna.

Il secondo tipo di pensiero (ho fallito = questa volta), favorisce invece modi di agire in linea con l’intento di migliorare (self-enhancing = auto-miglioramento), che portano a focalizzarsi su aspetti della propria persona che funzionano, al considerare le nostre risorse (e non i limiti) per poterle utilizzare al meglio. Afferma la Moè: “Non è l’insuccesso a fare la differenza, ma come lo viviamo. Noi non siamo i nostri risultati o ciò che ci accade. Siamo molto di più e forse molto altro di tutto ciò che ci capita o che tentiamo di costruire, più o meno bene”.

Un altro tipo di pensiero fallimentare: “se non sono sicuro di riuscire, meglio rinunciare”.

Conosco una ricetta infallibile per non fare errori. E probabilmente la conoscete anche voi. Non fare nulla. Un antico adagio recita: “chi non fa non sbaglia”. Chi non fa si protegge dalla frustrazione degli errori, ma si nega anche nel contempo la possibilità di imparare qualcosa. La paura di sbagliare può essere un deterrente per non provare a fare cose nuove, per non cimentarsi in nuovi apprendimenti. Come tutte le paure è umana, e non deve essere quindi considerata di per sé patologica, anche se può arrivare in alcuni casi a essere molto limitante. Quindi vale la pena farci i conti, e cercare di affrontarla. Il poeta portoghese Fernando Pessoa disse in proposito: “porto le ferite delle battaglie evitate”. Le ferite potrebbero essere i rimpianti dovuti alle mancate occasioni causate dai nostri “evitamenti”.

Un modo fallimentare di porsi gli obiettivi.

Ovviamente il discorso fatto sopra sull’evitamento non implica che dobbiamo cimentarci in attività rischiose o che richiedono addestramento e supervisione senza averne ricevuti abbastanza (si pensi ai professionisti sanitari, o ai piloti, per fare solo degli esempi), o di cui sono necessarie delle qualifiche che non abbiamo.

Un altro tipo di ostacolo per la nostra crescita personale è un pensiero del tipo “non devo sbagliare”, che di per sé in genere aumenta la paura di sbagliare invece che aiutarci, o a volte addirittura ci porta a rinunciare. Lo psicoterapeuta Paul Watzlawick faceva notare che il cervello non recepisce le cose “in negativo” (la parola non davanti a “devo sbagliare” può ottenere l’effetto di farci focalizzare sugli errori). Diversamente, come ha notato lo psicoterapeuta Matteo Rampin, è più funzionale e utile focalizzarsi sul desiderio di riuscire. Così, ad esempio, per un artista della TV può essere più utile pensare nei termini di cosa fare se dovesse commettere una gaffe (scusarsi, farci sopra una battuta, utilizzarla a proprio vantaggio in termini di simpatia), piuttosto che nella modalità “non devo assolutamente fare gaffe”, che potrebbe invece aumentare la paura di sbagliare e farlo concentrare più sugli errori che sui suoi obiettivi.

Trasformare i limiti in risorse: gli errori come opportunità.

Se chi ha fatto un errore non corrisponde ad una persona “negata”, non portata, come nell’esempio sopra della Moè, ma solo a un essere umano normale e fallibile come tutti quanti gli altri, allora l’errore può essere considerato come un processo temporaneo, non tipico di quella data persona. Un modo di pensare più funzionale, utile, pratico, e favorente l’apprendimento può essere quello per cui invece di accanirsi contro se stessi per un proprio errore si cerca di utilizzarlo a proprio vantaggio. La considerazione che ne scaturisce non è più una conclusione categorica come il pensiero generalizzante di cui sopra, ma porta a domande orientate al problem solving (l’arte di risolvere i problemi): Come posso rimediare a questo errore? Cosa posso imparare da questo errore? Come mi può essere utile per migliorare, fare meglio, comportarmi in modo più funzionale la prossima volta? In proposito il formatore americano Anthony Robbins ha detto: “Non esistono fallimenti, ma solo risultati”. Questo tipo di pensiero può aiutare a trasformare i limiti umani (non riuscire a fare le cose sempre bene come ci aspettiamo) in risorse utili a disposizione per il nostro apprendimento, quindi gli errori possono essere considerati come delle opportunità per spingerci oltre, per imparare.

Invece di guardare agli errori, o agli ostacoli, come diceva Ford, è più utile tenere gli occhi sui nostri obiettivi, e, se sbagliamo, cercare di rimediare e utilizzare gli errori per imparare a prevenirli e a migliorare.

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