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Troppo spesso si considera l'allenamento mentale come qualcosa di molto fumoso e astratto, e soprattutto erroneamente lo si considera scindibile dalla preparazione più propriamente fisica, come se si trattasse di un aspetto trascurabile e quindi poco degno di attenzione: si preferisce concentrarsi sul muoversi che sul COME muoversi.

Ci si trova spesso a rilevare come la dicotomia mente-corpo sia stata superata in quasi tutti gli ambiti tranne che nello sport.

Ci si dimentica di come testa comandi il corpo e ne sia a sua volta influenzata, nel bene e nel male, positivamente o negativamente.

Il nostro sistema nervoso centrale sta alla base del come ci muoviamo nello spazio, da il colore emotivo al nostro movimento, il quale sta alla base della nostra possibilità di essere sciolti ed efficaci oppure rigidi e dispersivi. La mente è la sede dove si sviluppano e agiscono le nostre motivazioni, dalle quali dipendono le nostre prestazioni sia in allenamento che durante le competizioni, ed esse sono tutt'altro che un fattore fisico: hanno un ovvio risvolto motorio ma non possono essere sviluppate e controllate solo attraverso la preparazione atletica.

Tutto ciò avviene ad un livello spesso prevalentemente inconscio, inconsapevole.

Soprattutto nell'atleta poco evoluto e mentalmente “rigido”, il quale non è consapevole di come la sua mente influenzi e condizioni la buona riuscita della sua preparazione e delle competizioni che andrà ad affrontare.

Di conseguenza l'allenamento mentale deve essere considerato un elemento centrale nella preparazione e crescita dell'atleta.

Un altro errore a cui spesso si va incontro in questo ambito è quello di considerare il training mentale come un semplice esercizio razionale, una serie di esercizi di miglioramento delle tecniche di problem solving dell'atleta: nulla di più sbagliato e superficiale, perchè nessun esercizio prettamente razionale e basato sul puro e semplice ragionamento sarà mai efficace fino in fondo, se non accompagnato dalla contemporanea crescita della consapevolezza degli aspetti emotivi, motivazionali, caratteriali che li precedono e accompagnano.

Senza una simile consapevolezza si potranno ottenere solamente dei cambiamenti superficiali, solo potenzialmente utili all'atleta, ma non decisivi.

Detto ciò, si può facilmente capire come l'allenamento mentale vada a configurarsi come un percorso di crescita dell'atleta.

Uno strumento che gli permetta, con l'esercizio e la costanza, di migliorare il suo dialogo interno, e cioè la sua capacità di riconoscere i propri stati emotivi e di contenerli e modificarli a seconda delle necessità delle diverse situazioni.

Un mezzo che permetta il miglioramento costante della sua capacità di ascoltare e codificare i segnali provenienti dal proprio corpo, in modo da essere in grado di guidarlo al meglio verso l'obiettivo di esprimersi al meglio delle proprie potenzialità.

Allo stesso tempo questo permetterà di sviluppare la possibiltà di auto motivazione, anche nei momenti difficili: più si ha conoscenza di sé più si ha controllo, e questo automaticamente libera dalle emozioni negative e permette di mantenere costante la motivazione.

Non è sicuramente un percorso facile, e come l'allenamento “fisico” necessità di costanza, fatica e sacrificio, ma allo stesso tempo le diminuisce col crescere della consapevolezza di sé. In un percorso continuo di conoscenza che virtualmente non ha fine, e che porta la persona/atleta a essere in sintonia con tutte quelle componenti, mentali e fisiche, che stanno dietro alla propria peak performance, la prestazione ideale al massimo delle proprie potenzialità.

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