Famiglia e bambini

Le regole nella fanciullezza

27 Settembre 2019

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La genitorialità è tutto ciò che implica il carattere attivo del mestiere del genitore nello specifico madre o padre: non solo i comportamenti necessari a esercitare tale ruolo, ma anche le credenze e gli atteggiamenti a cui l’adulto si ispira e le sue disposizioni emotive all’interno di un complesso intreccio di fattori.

Per tutti i genitori la prima preoccupazione è assicurare la sopravvivenza e il benessere materiale della prole durante la crescita, ma questi si intrecciano con le modalità proprie di ciascuna cultura, dalle quali si devono acquisire le regole, affinché il bambino sia in grado di far parte della società.

Il passaggio dal nido alla scuola dell’infanzia costituisce un compito educativo importante per i genitori, perché ci si trova a dover gestire momenti di disobbedienza, capricci ed altre forme di cattivo comportamento verso gli altri. Da uno studio di Wakschlag e colleghi (2014) con bambini di età compresa tra i 3-5 anni è emerso che la maggioranza incorre in capricci occasionalmente almeno una o due volte al mese con la mamma e il papà, mentre per altri accade quotidianamente in momenti di stanchezza, fame, malessere fisico, frustrazione, rabbia o protesta. Invece i capricci immotivati e prolungati che durano più di cinque minuti sono motivo di preoccupazione.                                                                                    I genitori utilizzano tre modalità per risolvere i conflitti con i figli: discussioni razionali e ragionamenti (ritenuta essere la modalità più efficace), aggressioni verbali o non verbali in grado di procurare danno psicologico, atti fisicamente aggressivi.

Negli ultimi anni molte ricerche hanno dimostrato che schiaffi, percosse e violenze, pur essendo efficaci per ottenere una obbedienza immediata, hanno dei seri effetti negativi. Secondo la Teoria del controllo sociale (Hirschi 1969) le punizioni corporali danneggiano il rapporto genitore- figlio, minano la motivazione di quest’ultimo di interiorizzare i valori familiari e sociali, riducendo di conseguenza l’autocontrollo del bambino.Quando si ricevono punizioni corporali è difficile sentirsi amati ed accettati, il senso di insicurezza che ne deriva e l’anticipazione di un rifiuto da parte degli altri, possono provocare comportamenti aggressivi verso i pari. Infatti i bambini aggressivi attribuiscono più facilmente intenzioni ostili agli altri, ritenendo che aggredire sia l’unica strategia per negoziare le relazioni interpersonali. Più è frequente l’uso di queste punizioni nelle prime fasi di sviluppo, più è alto il livello di comportamento antisociale dopo i 2 anni di età.

L’aggressione fisica non è l’unica forma di disciplina negativa, meno evidente ma pericolosa è l’aggressione psicologica. I danni che quest’ultima comporta sono gravi in particolar modo se viene esercitata dalle persone che dovrebbero supportare affettivamente i figli e aiutarli a crescere. L’abuso psicologico nelle sue forme più estreme è un’inversione della funzione accudente e supportiva del genitore, le cui motivazioni non sono legate da esigenze educative, ma a necessità di dominio e potere, ossia bisogni egoistici e narcisistici dell’adulto. Strauss e Field (2003) hanno descritto alcune categorie di maltrattamento psicologico: le minacce e le intimidazioni; gli urli e gli insulti; le minacce di abbandono o l’abbandono vero e proprio; le critiche insistenti che sminuiscono le capacità del figlio; le ingiurie o recriminazioni volte a rifiutare il bambino stesso e la sua esistenza. Altre pratiche negative che possono essere messe in atto sono quelle legate al controllo psicologico, ovvero al tentativo di controllare i figli manipolando le loro emozioni, diverso dal controllo comportamentale che riguarda l’implementazione di un sistema di regole e conseguenze.

Il controllo psicologico si manifesta attraverso la critica e la derisione; l'iperaccudimento e l'iperprotezione; prepotenza e intrusività nella relazione; colpevolizzazione; induzione di senso di colpa e rifiuto del figlio. Tali pratiche non sono in linea con le pratiche educative di responsabilizzazione del bambino, anzi esse minano lo sviluppo dell’identità e nell’adolescenza frenano i processi di individuazione.

In una genitorialità ottimale i genitori agiscono per equilibrare e potenziare lo sviluppo dell’individualità dei figli, sebbene ciò comporterà la separazione dalla famiglia. Anche l’eccesso di protezione e le troppe coccole sono delle forme di aggressione psicologica, dettate dai bisogni dell’adulto, come l’ansia o la paura della perdita di ruolo. Un genitore iperprotettivo e iperaccudente con il proprio figlio minaccerà seriamente il suo processo identitario. L’aggressione psicologica può assumere anche forme lievi che non costituiscono un abuso rientrando nell’ambito della normalità. Un certo livello di frustrazione agito da parte dei genitori è tollerabile e necessario per lo sviluppo, ne sono un esempio i litigi sporadici, che si verificano a fronte di molte altre pratiche positive. L’aggressività verbale si qualifica come relativamente adattiva se il contesto non è caratterizzato da freddezza, ostilità e rabbia.

 

Cosa fare per correggere in modo positivo un figlio?

Correggere un figlio significa controllare il suo comportamento, sostenendo le azioni positive e scoraggiando quelle negative. Il controllo comportamentale può essere di varie forme: lodi e conferme per le azioni positive, ragionamento per favorire il rispetto delle regole o disapprovarne la violazione, punizioni non aggressive.            Le caratteristiche generali del controllo comportamentale sono la chiarezza e la contingenza rispetto alle azioni del bambino: ad esempio “Hai fatto bene a prestare il giocattolo al tuo amico”. Tutto questo per avere esito positivo deve essere applicato all’interno di un contesto di calore e di supporto. Sia bassi che alti livelli di controllo vengono associati a problemi, condotte antisociali e disadattamento.

Esistono delle modalità che si possono attuare per educare positivamente i propri figli:

  • Ragionamento: questa modalità può essere distinta per il suo contenuto (se si riferisce alle conseguenze delle sue azioni) e per la struttura (la chiarezza della spiegazione). Un ragionamento è più chiaro se riguarda una specifica situazione o un valore che il genitore vuole trasmettere. Ad esempio “Vorrei che tra voi fratelli vi aiutasse”. Un ragionamento è efficace solo se è rilevante e ben comprensibile.
  • Time out: questa è una pratica genitoriale ritenuta efficace in presenza di comportamenti molto gravi, messi in atto dai bambini. Consiste nell’allontanare temporaneamente il bambino per farlo calmare quando ad esempio fa eccessivi capricci o ha commesso un’azione pericolosa o violenta, introducendolo in un ambiente neutro per un tempo limitato.
  • Privazione dei privilegi: tale modalità è considerata una forma di controllo comportamentale ed una modalità moderata di poter del genitore sul figlio. Quando prevede la chiarezza dei limiti e il mantenimento dell’ordine porta a risultati positivi.

 

I figli sono come gli aquiloni:gli insegnerai a volare ma non voleranno il tuo volo; gli insegnerai a sognare ma non sogneranno il tuo sogno; gli insegnerai a vivere ma non vivranno la tua vita. Ma in ogni volo, in ogni sogno e in ogni vita rimarrà per sempre l'impronta del l'insegnamento ricevuto.

(Madre Teresa di Calcutta)

 Bibliografia:

“Essere genitori efficaci. Programmi di sostegno alle competenze genitoriali”. Anna Norcia e Laura Di Giunta. Il Mulino

 

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