Il mio approccio

Il primo approccio della persona che richiede un mio intervento è di tipo telefonico. Ci sono richieste sicure e veloci che riguardano la richiesta di un appuntamento con la sottoscritta senza aggiungere altro, se non, a volte, l'ammontare della parcella: in questi casi chiedo l'età e la provenienza e fornisco data e ora della prima seduta. In altri casi la richiesta è più timida e vaga, la persona espone brevemente le sue difficoltà chiedendomi indirettamente, o a volte verbalmente, se ha un senso rivolgersi ad una psicologa. Sono sempre accogliente ed empatica perchè tutte le parole, le domande e le curiosità sono importanti e significative, ma non posso dare risposte generiche e nemmeno entrare nel merito più di tanto al telefono, quindi invito l'interlocutore ad un primo incontro, chiaramente non vincolante, detto anche "seduta di consultazione". In questa prima seduta (che possono essere anche due o tre) raccolgo le informazioni utili per conoscere il o i problemi, siano questi verbalizzati e consapevoli o al contrario ignorati e nascosti, che per avere un minimo di conoscenza della persona che mi trovo davanti. La quale a sua volta ha la possibilità di "studiarmi" e capire se si può instaurare un feeling, se si sente accolta, se si crea una base di fiducia. Dopo questa prima fase si entra in un ambito più clinicamente significativo e profondo per un tempo non definibile a priori. La durata della terapia dipende dalla gravità dei sintomi o dei problemi (più sono antichi, più sono strutturali all'interno della personalità e più lunghi saranno i tempi) e dalle risorse interne, ed a volte esterne, del paziente. La cadenza è generalmente settimanale, tranne in casi particolarmente drammatici o a rischio che richiedono sedute più ravvicinate.

Il setting è vis-a-vis, la mia posizione prevalente è di ascolto attivo, ma non manca il dialogo interpersonale, il consiglio solo se richiesto. Non ho un approccio direttivo nè educativo: il contesto della terapia deve offrire al paziente un luogo ed un tempo dove raccontarsi, riflettere, fare collegamenti, trovare soluzioni. Il terapeuta, che è l'esperto, aiuta, facilita, conduce a volte in zone sconosciute, suggerisce, ma sempre nel rispetto della specificità di chi ha di fronte. Il mio approccio clinico ritiene che i problemi manifesti siano dei sintomi esterni (comportamentali o emotivi) di un disagio a monte, che va scoperto, messo in luce e trattato per poterne uscire. Ritiene altresì che anche la terapia individuale vada inserita in una cornice relazionale, prima fra tutte la famiglia.

La terapia di coppia è di tipo relazionale. Il lavoro è con entrambe le persone presenti, anche se può capitare che li senta individualmente, e riguarda la loro storia, il loro modo di stare insieme, il rapporto con le rispettive famiglie di origine, la comunicazione, i sentimenti, l'intimità ed ogni altro elemento che caratterizza la relazione. L'obiettivo è individuare il focus delle dificoltà, lavorarci e capire se c'è uno spazio di recupero. La premessa è che entrambi siano in grado ed abbiano la volontà di mettersi in discussione, invece di scaricare sempre colpe e responsabilità all'esterno di sè.