IL PESO DI AVERE UNA MADRE

Salve!

Scrivo per la prima volta in questo spazio. Spero vivamente che questa confessione venga pubblicata, perché la situazione che vivo sta iniziando a intossicarmi la vita e forse anche a procurarmi dei, seppur piccoli, problemi di salute.


Ho 30 anni e sin da quando sono nata ho un rapporto estremamente conflittuale con mia madre. Le sensazioni che mi assalgono quando penso a lei o parlo di lei sono ansia, rabbia, tristezza, apatia, insicurezza, senso di colpa, ma soprattutto inquietudine.

Cerco di arrivare al punto: qualunque cosa faccia nella mia vita, sento addosso i suoi occhi e il suo giudizio (e pregiudizio) sprezzante, sfiduciato. Sin da quando sono piccola è stato un crescendo di situazioni che hanno minato la mia autostima: quando, da piccola, trascorrevo intere giornate estive a giocare per strada con i miei amici, non andava bene perché in casa non c'ero mai.

Quando giocavo alla PlayStation non andava ugualmente bene, perché non uscivo. Quando uscivo con i miei amici, non le piaceva, perché erano tutti maschi (in questa occasione chiese a mia sorella, molto più grande di me, di farmi uscire con lei per farmi staccare da quel gruppo). E se un sabato sera non uscivo, si straniva.

Quando mi sono trasferita a Bari per iniziare l'università, ho iniziato a percepire la sua presenza sempre più invadente: io volevo la stanza più piccola. Lei mi prese la stanza più grande. Io non volevo mettere la tovaglia sul tavolo, perché non mi piaceva. Lei la metteva lo stesso o, al massimo, accettava di toglierla, con quell'espressione che conosco e che significa "che sono strana" (sottolineando che mia sorella, invece, si sarebbe imposta sulle altre coinquiline).

Piccoli gesti, piccole frasi che hanno iniziato col farmi sentire oppressa, poco considerata e sempre in dovere di dare dimostrazioni rassicuranti. La situazione è peggiorata quando ho interrotto gli studi e sono ritornata a casa, iniziando a fare piccoli lavoretti, dalla campagna al call center. Nel caso del call center si arrabbiò con me perché era fuori città! Quando sono stata licenziata, mi ha accusata di aver perso un'occasione (prima invece aveva bistrattato il mestiere). Inizio un lavoro stagionale (di appena un mese) in campagna. Il lavoro era sfiancante, la mattina mi alzavo alle 4. Piangeva per me, perché si sentiva in colpa (quando io, in realtà, ero tranquilla perché sapevo sarebbe stato temporaneo). In questo clima di pressione psicologica, le racconto della mia omosessualità, di essere fidanzata da qualche anno con una ragazza che gioca a calcio insieme a me. Lo faccio perché era diventato insostenibile vivere una relazione in clandestinità. E' l'inizio di un calvario e, per lei, la conferma che necessito di aiuto: mi analizza, mi psicoanalizza, mi accusa di essermi fatta condizionare, di essermi interessata alle donne perché nessun uomo mi ha mai corteggiato (cosa non vera e che comunque non avrebbe potuto sapere perché non mi sono mai confidata con lei) e mi incolpa di aver provocato un malore a mio padre a causa della notizia. Mi dice di andare da uno psicologo. Accetto, a patto che lei faccia le sedute con me perché era lei il problema, non io. Al medico, tra le lacrime, spiega che sono lesbica e che sono anche diventata vegetariana(!!). Mi sento umiliata, denudata, mi sento come se qualcuno mi avesse aperto con il bisturi alla ricerca dell'anomalia da correggere, quando in realtà stavo solo vivendo la mia vita e cercando la mia strada. Pressate dalle nostre famiglie e impossibilitate a vivere una relazione normale, io e la mia fidanzata ci trasferiamo a Bari col progetto (portato a termine) di completare entrambe gli studi. Gli anni a Bari sono stati i più belli della mia vita non perché ho fatto baldoria o chissà quale vita mondana. Tutt'altro. Sono stati i più belli perché ho percorso la mia strada senza nessuno che mi guardasse dall'alto, che mi tracciasse il percorso, che mi facesse sentire la pecora nera della famiglia, la ragazza "strana" che non crede in Dio, che non mangia carne e pesce e a cui piacciono le donne. Ho imparato a cucinare, a gestire una casa, a fare la spesa con pochi soldi, ho risolto problemi burocratici, ho imparato pratiche bancarie. Mi sono sentita libera, con i normali problemi quotidiani di chiunque, ma LIBERA! Sono cresciuta, ho riacquisito fiducia in me stessa, ho completato gli studi e in due anni ho finito anche la specialistica (a pieni voti). Finito il percorso a Bari, sono ritornata a casa e tutto è ritornato com'era. Adesso mia madre deve sindacare su come cercare lavoro (e secondo lei non lo si fa mandando cv, ma solo "agganciandosi" a qualcuno). Alla fine ho deciso di andarmene all'estero, soprattutto per lasciare questo ambiente familiare che mi intossica, composto da una madre che controlla e gestisce tutto (e che non accetta visioni diverse dalle sue), da un padre che non prende posizione e da una sorella che si vergogna di me per via della mia omosessualità. Materialmente parlando, credo che questo sia il miglior modo per liberarmi di mia madre (che ancora non accetta il mio essere lesbica).

Ma, psicologicamente, vorrei sapere come posso liberarmi di questa presenza che aleggia sempre attorno a me, che mi fa sentire in colpa, che mi fa dubitare delle mie capacità, che mi addossa i suoi malumori (derivanti dalle mie scelte), che non si fida di me, che mi ritiene volubile e che si "rilassa" solo quando raggiungo degli obiettivi (come la laurea a piena voti). Ho omesso tante cose in questo scritto, tanti terribili litigi (a volte anche violenti), tanti episodi che mi hanno fatto sentire in gabbia (come le 11 chiamate trovate sul telefono qualche minuto dopo il coprifuoco, mia madre che cerca di mimetizzarsi sul balcone con indosso un accappatoio bianco per vedere con chi rientravo, il tentativo di accedere alla mia posta elettronica), ma il punto centrale del discorso è che mia madre è diventata eccessivamente ingombrante, invadente e "controllante". Non voglio descriverla come la persona peggiore al mondo (perché, d'altronde, non lo è), ma sta invalidando la mia vita ed esercita una influenza notevole su di me, sia perché io cerco la sua approvazione sia perché è estremamente prepotente e, alla lunga, a volte cedo pur di ridurre lo stress. Per tanti anni ho creduto che necessitasse solo di tempo e che avrebbe avuto una svolta ma solo ora ho capito che non cambierà mai, che non lavorerà mai su sé stessa e che, temo, ha dei problemi psicologici irrisolti (l'anno scorso andò da un neurologo che le prescrisse dei calmanti). Ora devo trovarlo io un modo per convivere con questa presenza tossica.

Ho definitivamente capito che non riesce in nessun modo a tollerare il mio "stile" di vita, le mie scelte, la mia compagna e, in più, non riesce a tenere il malumore per sé ma me lo fa pesare, sottoponendomi a continui interrogatori, gettando fango su tutto ciò che ho fatto, sminuendo ogni mio pensiero e progetto, facendomi perdere il confronto con chi si è già "realizzato", non rivolgendomi parola per giorni interi e ritenendomi una sprovveduta che ha bisogno di qualcuno che la prenda per mano.

Vorrei risolvere questo problema, non solo allontanandomi fisicamente ma anche riuscendo a "neutralizzare" la sua negatività. Ho un estremo bisogno di farlo perché inizio a risentirne anche fisicamente.

Ad esempio, quanto torna dal lavoro e io sono a casa, entro in uno stato di ansia ed inizio ad avere dolori allo stomaco. Non a caso, negli ultimi tempi ho sofferto di problemi alla gola (sentivo come se qualcosa si fosse bloccato) e il medico mi ha detto che è da ricollegare allo stress e a problemi di ansia. Mi rende apatica e la mattina faccio fatica ad alzarmi dal letto. Non ne posso più, voglio avere una vita mia e una mente indipendente dalla sua figura. Grazie!

Domanda posta da Alessandra (33 anni)

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