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Dott.ssa Angela Frattaruolo

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Posso sperare di avere una terapia psicoanalitica per tutta la vita?

Posso sperare di avere una terapia psicoanalitica per tutta la vita? Sto scrivendo questa domanda in lacrime perché ho molta paura del futuro e mi è venuta un po' una crisi. È da quasi un anno che sono in analisi e mi sto trovando molto bene con il mio terapeuta, nonostante qualche discussione iniziale. Grazie all'analisi ho capito e sto capendo molte cose di me e, inevitabilmente a quanto pare, mi sono molto affezionata al mio analista. Sono consapevole che ci proietto l'immagine di un mio parente morto quando avevo 16 anni che era la mia figura di riferimento primaria e mi ha lasciato un vuoto incolmabile. E questo vuoto sento che ci sta riuscendo il mio analista a sanarlo in qualche modo, solo che il mio terrore più grande è che la terapia finisca. Ho paura che se anche durasse per 20 anni, il solo pensiero che a causa della sua pensione (è piuttosto giovane quindi il tempo sarebbe lungo, ma io ci penso già ora) mi mandi via da un altro terapeuta, mentre lui sarà da qualche parte e non potrò raccontargli cosa avrò fatto o starò facendo mi devasta. Di questa mia paura gliene ho già parlato e mi ha detto che sarebbe meglio concentrarsi sul qui e ora e che magari in futuro potrei essere io a non avere più bisogno dell'analisi e io gli ho risposto, forse in modo un po' deciso, "e invece no, non succederà" e mi ricordo che ha posto la frase successiva con un "eventualmente". Gli ho promesso che mi sarei concentrata sul qui ed ora perché oggettivamente il futuro è incerto e mi racconto dentro di me che magari in futuro potrebbe avverarsi questa eventualità, che lui possa anche vedermi dopo la pensione, ma sento e leggo tanti articoli contrastanti sull'argomento. C'è chi dice che è possibile e dipende dal paziente, c'è chi dice che sarebbe meglio di no perché crea dipendenza nel paziente. Io vorrei solo che mi vedesse il più a lungo possibile senza che una scartoffia decida al posto mio (o "nostro" se posso permettermi) di continuare a mantenere la relazione terapeutica. Vorrei solo avere la libertà di decidere di vederlo quando voglio a seconda delle necessità (un periodo per una volta a settimana o una volta ogni tot mesi) senza che sparisca per la pensione. Questa paura in questo momento mi devasta così tanto che, a volte ho la voglia, paradossalmente, di lasciare la terapia da lui, perché penso che se non ho proprio scelta che avvenga questa separazione burocratica, tanto vale cercare un altro sguardo che può esserci senza impedimenti di scartoffie varie. Però allo stesso tempo non voglio perché non voglio separarmi da lui e non so che fare. Con lui parlo liberamente e con trasporto in seduta e mi sento viva, poi mi ricordo della pensione e cerco di essere distante, ma non ce la faccio ad non essere felice con lui, ma la paura rimane, come se ci fosse una bomba a orologieria sotto il lettino analitico in cui cerco di dimenticarmi la presenza per parlare con gioia con lui in seduta. Grazie a chi è arrivato fin qui e mi risponderà. P.s. scusate la mia sfattataggine, ma risparmiatemi la frase "lo porterai dentro" e "interiorizzazione" perché io non voglio nessuno dentro, ma lo voglio vedere di persona e parlarci possibilmente.

Cara Alessia, 

premetto che tutto quanto hai scritto e condiviso denota un notevole lavoro "in corso".

Ciò detto, mi sembra che tu abbia potuto già sperimentare un confronto diretto rispetto alla tematica che porti come oggetto di confronto e che il tuo analista in maniera molto leale ed autentica abbia risposto nel rispetto della tua libertà di scelta.

Rispetto alle tematiche di pensiero abbandoniche, credo che abbia a che fare proprio con una parte della terapia in essere.

Sei dentro e parte di un processo, è necessario un tempo per gestire, elaborare, processare e sperimentare; ci sono delle fasi che hanno nomi diversi in base ad altrettanti approcci differenti che si susseguono e possono essere sinonimo di movimento ed evoluzione.

Non fare nulla e "restare", rimane l'azione più complicata ma non la più banale.

Un caro saluto.

Dott.ssa Angela Frattaruolo

 

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