Mi ha rotta?
Gentili dottori, Un anno e mezzo fa, nell’estate del 2024, stavo con una persona che aveva dei seri problemi di controllo della rabbia e manipolatori. Il picco della violenza è stata una notte in vacanza quando, nel pieno di un attacco, si è alzato dal letto (io ero davanti a lui cercando di calmarlo) e mi ha dato una testata sul naso causandomi forte sanguinamento (in seguito ho scoperto che era una microfrattura). Questo episodio eda stato l’apice di un periodo durato circa 6 mesi (prima non era mai capitato o comunque era più lieve) di abusi verbali e fisici (è capitato che mi sputasse in faccia, mi mordesse le braccia causandomi lividi molto grandi, mi bloccasse sul letto sotto di sé, mi spingesse, rompesse cose davanti a me per ferirmi, mi chiamasse tro** o mi dicesse cose orribili insultando anche la mia cuginetta venuta a mancare nel 2019 con cui io sono cresciuta insieme e che ho amato e amo profondamente). Questo episodio del naso mi ha portata finalmente a lasciarlo (è stato molto difficile perché non ero assolutamente lucida e per settimane ero convinta di non essere una vittima di violenza). I miei amici e le mie amiche sono stati di grande aiuto e la mia famiglia anche (con la sola presenza perché non sono mai riuscita a dirgli tutto se non di recente perché non volevo ferirli). Ora sono in una nuova relazione da circa un anno e mezzo (è iniziata subito dopo l’altra): il momento in cui ci siamo incontrati era molto delicato e lui mi è stato di grande aiuto nel superare quello che mi era successo. Avrei forse voluto incontrarlo dopo per evitare di trascinarlo così tanto nel mio dramma ma se uno si incontra e si innamora c’è poco da fare. Il mio attuale ragazzo è una persona meravigliosa e stare con lui mi fa tanto bene: mi sento rispettata e quando litighiamo lo facciamo in modo normale. Nonostante questo io ho ancora dei trigger legati alla relazione passata (sia legati al sesso sia legati al non sentirmi ascoltata). Ora con il mio terapeuta (da cui sono seguita da un anno e mezzo) stiamo ricercando le ragioni profonde di questi trigger per smontarli. Io però sono terrorizzata da come mi comporto quando mi triggero, perché non ho attacchi di panico (credo) ma mi sento scollata da lui e da me stessa, penso che sono intrappolata nella mia testa, metto in atto comportamenti per calmarmi tipo ficcarmi le unghie nella carne o dondolarmi o altri modi di fare grounding, penso che mi dovrebbe lasciare poi sono terrorizzata che mi lasci, inizio a vedere il mio ragazzo come uno sconosciuto, poi me stessa come una pazza e lì mi spavento ancora di più. Cerco di spiegargli come mi sento ma lui capisce solo successivamente e secondo me manco troppo (lui sa tutto quello che mi è successo). Prende alcuni trigger sul personale e crede che lui sia l’origine dei miei attacchi (dice di no ma lo vedo che si sente in colpa). Non riesco a spiegarmi. Ieri gli ho detto “io sto parlando sul piano A e tu sul piano B” ma non empatizza con me e io mi sento solo più sola e in colpa per aver sbroccato in quel modo. A volte ho paura di essere diventata come il mio ex, una manipolatrice che vaga per la stanza piangendo e facendo l’isterica.
Buongiorno Giovanna,
quello che ha vissuto nella relazione precedente è stato grave e violento, sia sul piano fisico sia su quello psicologico. Il fatto di aver avuto difficoltà, inizialmente, a riconoscersi come vittima non rende meno grave ciò che è accaduto.
La domanda che pone, “mi ha rotta?”, secondo me merita però una risposta diversa da un semplice sì o no. Non credo sia utile pensare a se stessa come a una persona “rotta”. È possibile, invece, che quell'esperienza abbia lasciato delle conseguenze sul modo in cui oggi il suo sistema emotivo reagisce a determinate situazioni.
Quello che descrive (sentirsi improvvisamente distante dal partner o da se stessa, avere la sensazione di essere “intrappolata nella propria testa”, percepire il compagno come uno sconosciuto, avere paura di essere abbandonata, cercare rapidamente di calmarsi attraverso il grounding o il movimento e sperimentare una forte attivazione emotiva) può essere compatibile con reazioni post-traumatiche e fenomeni di dissociazione o depersonalizzazione/derealizzazione. Naturalmente non è possibile stabilire una diagnosi attraverso un messaggio, ed è positivo che lei sia già seguita da un terapeuta con cui poter approfondire questi aspetti.
Vorrei soffermarmi anche sulla paura di essere diventata come il suo ex. Avere una reazione emotiva intensa non equivale a essere una persona abusante o manipolatoria. La differenza non sta nel fatto di provare rabbia, paura, piangere o perdere temporaneamente il controllo delle proprie emozioni, ma nel modo in cui si gestiscono queste emozioni e nella presenza o meno di comportamenti intenzionalmente orientati a controllare, intimidire, umiliare o fare del male all'altra persona.
Il fatto che durante un trigger lei cerchi di spiegare ciò che le sta accadendo, utilizzi strategie di grounding e successivamente rifletta sul proprio comportamento può indicare che sta cercando di comprendere e regolare ciò che prova. Questo non significa che ogni comportamento messo in atto durante un momento di forte attivazione sia necessariamente funzionale: anche questo può essere un importante oggetto di lavoro terapeutico.
Mi sembra inoltre significativo che lei riesca a descrivere una differenza sostanziale tra le due relazioni: oggi racconta di sentirsi rispettata, ascoltata e al sicuro, e di poter affrontare i conflitti senza violenza. Questo non cancella ciò che è successo, ma rappresenta una risorsa importante.
Per quanto riguarda il suo attuale compagno, potrebbe essere utile provare a distinguere due piani: il trigger appartiene alla sua storia, mentre ciò che accade nella relazione attuale appartiene al presente. È comprensibile che anche lui possa sentirsi confuso o in colpa quando assiste a una sua forte reazione, ma non è necessario che comprenda perfettamente ogni esperienza interna per poterla accompagnare. Potrebbe essere utile, insieme al terapeuta, costruire una modalità molto semplice per comunicargli cosa accade durante un trigger e soprattutto cosa può fare concretamente per aiutarla, evitando che entrambi finiate per sentirvi responsabili o impotenti.
Un altro elemento che porterei sicuramente in terapia è il timore di essere “pazza” che compare proprio quando si sente dissociata o non riconosce temporaneamente il partner. La paura della propria reazione può infatti aggiungere un secondo livello di allarme: “Sto perdendo il controllo - c'è qualcosa che non va in me - devo fermarlo immediatamente”, aumentando ulteriormente l'attivazione.
Il lavoro che sta già facendo con il suo terapeuta mi sembra quindi molto importante. Più che cercare di eliminare forzatamente ogni trigger, potrebbe essere utile imparare progressivamente a riconoscere i segnali iniziali, comprendere cosa li attiva, restare ancorata al presente e attraversare l'attivazione senza interpretarla come una prova che qualcosa di terribile stia accadendo.
Infine, c'è un aspetto che non trascurerei: lei riferisce di infilarsi le unghie nella carne per calmarsi. Anche se lo descrive come una modalità di grounding, se questo comportamento provoca dolore o lesioni è importante parlarne apertamente con il terapeuta e cercare strategie alternative e più sicure.
Non credo che il punto sia chiedersi se il suo ex l'abbia “rotta”. Piuttosto, ha vissuto qualcosa che può aver lasciato delle ferite e oggi sta imparando a riconoscerle e a prendersene cura. Il fatto che sia già in terapia, che abbia lasciato quella relazione e che oggi riesca a vivere un rapporto basato sul rispetto sono elementi importanti del suo percorso.
Un caro saluto,
Dott.ssa Grazia Melchiorre
Psicologa clinica
Dott.ssaGrazia Melchiorre
Psicologa clinica - Pescara
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