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Dott.ssa Rosa Annunziata

PSICOLOGO/PSICOTERAPEUTA

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Separazione "in casa" o "tradizionale" per tutelare il più possibile figlio di 2 anni e mezzo?

Io e la mia compagna (non siamo sposati) abbiamo un figlio di 2 anni e mezzo, bellissimo e sveglissimo (anche se molto vivace). Purtroppo da un anno a questa parte ormai non ci sopportiamo più, facciamo proprio fatica a tollerare la presenza l'uno dell'altra. La soluzione sembrerebbe scontata, ma, come spesso accade, ci si mette di mezzo l'aspetto economico. Purtroppo le nostre situazioni non sono esattamente simili: io ho una situazione reddituale e patrimoniale diciamo "serena", oltre a due genitori alle spalle che mi danno costante affetto e supporto in tutto (anche con mio figlio, con cui sono fantastici). Lo stesso non si può dire per lei: ha un'attività commerciale che sta andando male, specie da quando (dopo la nascita di nostro figlio) ha acconsentito ad "assumere" sua madre, in quel periodo in cerca di lavoro e non ancora in grado di andare in pensione. Purtroppo tale scelta ha comportato per lei spese crescenti a fronte di un mancato aumento delle vendite (che, anzi, sono diminuite). Insomma, noi non ci sopportiamo e sappiamo benissimo che, per la serenità e il benessere di nostro figlio, sarebbe molto meglio se lo crescessimo separatamente, perché se no rischiamo ciascuno di impedire all'altro di essere quel genitore che potrebbe essere se fosse felice (scusate il giro di parole). Lei però, avendo in questo momento le "pezze al culo", trova molto più comodo mantenere lo status quo. Peccato che non passi giorno in cui io non riceva insulti e auguri di morte, davanti anche a mio figlio peraltro. Io non sono certo un santo e ho anch'io i miei difetti, sia come padre che come compagno, ma se c'è una cosa di cui sono certo, è che saremmo tutti più felici se vivessimo separatamente, o anche sotto lo stesso tetto ma facendo vite il più possibile separate (io e lei intendo). La casa dove viviamo l'ho acquistata io, però lei ha contribuito pagando l'arredamento. Io le dico sempre che non possiamo andare avanti così, ma che non c'è assolutamente la volontà da parte mia di mandare via da casa mia nessuno. Se lei preferisce tornare a vivere dai suoi, io sono tranquillamente disponibile a rifonderle per intero quanto speso per l'arredamento. Altrimenti, potremmo valutare un regime da "separati in casa", forse meno traumatico anche per nostro figlio, solo che questo comporterebbe una precisa divisione di tutte le spese (cosa che ad oggi non avviene, perché tutte le spese maggiori le sostengo io). In pratica, io ho paura per mio figlio: dal suo punto di vista, è l'unico vincolo che ci tiene ancora legati, ed ho l'impressione che stia iniziando a strumentalizzarlo. Dice che non dorme la notte (lei) perché ha paura che nostro figlio abbia comportamenti autistici, cosa assolutamente non vera. Temo piuttosto che quest'insonnia sia dovuta alla sue già citate preoccupazioni economiche. Non so bene come comportarmi: se propongo la separazione in casa, rifiuta il dialogo e la butta in "rissa" dicendo semplicemente "Hai voglia di rompere i coglioni? Se non la smetti prendo nostro figlio e vado dai miei..." E ovviamente io, per evitare al bimbo sballottamenti inutili e traumatici, taccio. Se dico che allora non mi lascia scelta e prenderò la via della separazione giudiziale, ribatte che farà di tutto per "mangiarmi il più soldi possibili" (non sono molto preoccupato di questo) e per farmi vedere mio figlio il meno possibile. So che probabilmente sono minacce "vuote", e che forse non riuscirà ad ottenere niente di tutto questo, ma per ora è sempre bastato a spaventarmi e a farmi desistere dal prendere decisioni drastiche. In passato, io ho sofferto di depressione con attacchi d'ansia e ho assunto sertralina, cosa che lei continua a sventolarmi davanti come elemento tale da assicurarle l'affidamento esclusivo di nostro figlio. Dimenticavo, anche la sessualità, da quando è nato nostro figlio, è diventata un lontano ricordo (da alcuni mesi dormo anche nel letto destinato a nostro figlio, e lei dorme col bimbo nel lettone). Mio padre mi dice di andare avanti così finché tengo botta, il problema è proprio che non ce la faccio più...

Gentile Antonio,

grazie per aver scritto con tanta sincerità. Leggo nelle tue parole un padre che ama suo figlio, che soffre per il conflitto con la compagna, e che cerca una via d'uscita che non ferisca nessuno — soprattutto il bambino di 2 anni e mezzo che è al centro di tutto.

Provo a offrirti alcune riflessioni, con la premessa fondamentale che non è possibile dare consigli personalizzati a distanza. Quanto segue ha scopo psicoeducativo e di orientamento.

  1. La crisi della transizione alla genitorialità La nascita di un figlio è un evento che trasforma ogni coppia. Richiede di riorganizzare ruoli, tempi, aspettative. A volte, se la coppia non riesce a co-costruire un nuovo equilibrio, il legame si incrina. Non è un fallimento: è una crisi evolutiva che molte famiglie attraversano. Quello che descrivi — la genitorialità che diventa una "gara" a chi è più bravo, più presente, più "giusto" — è un segnale che il conflitto di coppia si è spostato sul terreno del bambino. Il rischio è che il piccolo diventi, suo malgrado, il "campo di battaglia" invece che il motivo per cui cercare un accordo.
  2. Il bambino al centro: cosa gli serve ora A 2 anni e mezzo, tuo figlio ha bisogno soprattutto di:
  • Prevedibilità: routine chiare, passaggi tranquilli tra te e la mamma.
  • Protezione dal conflitto: i bambini percepiscono le tensioni anche quando non le vedono esplicitamente. Litigi, insulti, minacce davanti a lui lo espongono a un carico emotivo che non può elaborare.
  • Permesso di amare entrambi: senza sentirsi in colpa o "traditore" di uno dei due.
  • Genitori emotivamente disponibili: non basta la presenza fisica; serve la capacità di sintonizzarsi sulle sue emozioni, anche quando si è stanchi o tristi.

Una riflessione delicata: a volte, quando una coppia è in forte conflitto, si pensa che "restare insieme per il bambino" sia la scelta più tutelante. Ma il benessere di un bambino non dipende dalla forma della famiglia (stessa casa, due genitori presenti), ma dalla qualità emotiva delle relazioni che lo circondano. Se la coabitazione mantiene un clima di tensione quotidiana, il bambino ne è spettatore — e questa esposizione può diventare essa stessa fonte di stress. Al contrario, una separazione gestita con rispetto, che garantisca a ciascuno spazi di stabilità e al bambino contatti frequenti e sereni con entrambi, può essere più protettiva. Non si tratta di scegliere tra "restare" o "andare", ma di chiedersi: "Qual è la disposizione che ci permette di essere genitori più presenti, più calmi, più sintonizzati con nostro figlio?".

 

  1. Le asimmetrie economiche e i confini familiari La differenza di stabilità economica tra voi è un fattore di stress reale. Si intreccia con dinamiche più profonde: l'assunzione della madre di lei nell'attività, ad esempio, mescola ruoli (nonna? impiegata? terza figura genitoriale?) e può generare aspettative invisibili ("dovrebbe aiutarci gratis, come fanno i miei genitori"). Non si tratta di stabilire chi ha "ragione", ma di separare la conversazione economica da quella genitoriale. Il benessere di vostro figlio non dipende da quanto spendete, ma da come riuscite a cooperare per lui.
  2. La salute mentale e le "minacce" Hai condiviso di aver affrontato depressione e ansia in passato. Questo non ti definisce come padre. Ciò che conta è: come stai ora? Se sei seguito, se hai strumenti di gestione, se sei presente per tuo figlio. Usare la storia clinica come minaccia ("così non avrai l'affido") è una dinamica dolorosa. Ti invito a parlarne con un mediatore familiare o un legale: in Italia, per le coppie non sposate, la responsabilità genitoriale è condivisa se entrambi avete riconosciuto il bambino. La separazione non modifica questo principio.
  3. "Separati in casa": può funzionare? Può essere una transizione utile se:
  • C'è un timeline chiaro ("proviamo per 3 mesi, poi rivalutiamo")
  • Si stabiliscono regole di comunicazione (niente discussioni davanti al bambino, turni definiti)
  • Si mantiene il focus sul bambino, non sul conflitto Diventa problematico se prolunga indefinitamente un'ambiguità che confonde il bambino o mantiene i genitori in contatto conflittuale quotidiano.
  1. Passi concreti che puoi considerare
  • Mediazione familiare: è uno spazio neutro, guidato da un professionista, per aiutare i genitori a separare il conflitto di coppia dalla cooperazione genitoriale. Non è terapia di coppia: l'obiettivo è trovare accordi pratici nel rispetto di tutti.
  • Documentare, non escalare: se le discussioni diventano aggressive, cerca di spostarle in momenti e luoghi in cui tuo figlio non è presente. Se temi minacce concrete, parlane con un legale.
  • Prenditi cura di te: la tua storia di ansia/depressione merita attenzione. Un supporto individuale può aiutarti a gestire lo stress e a presentarti come padre stabile, qualunque sia l'esito della separazione.
  • Valutazione serena sul bambino: se la preoccupazione per possibili difficoltà evolutive è genuina, una consulenza con un neuropsichiatra infantile (in contesto neutro, non di conflitto) può chiarire i dubbi senza strumentalizzazioni.

Nota deontologica: questa risposta ha scopo informativo. Per un supporto personalizzato, ti invito a cercare un mediatore familiare o uno psicologo specializzato in separazioni nella tua zona. Sul portale Psicologi Italia trovi la sezione "Trova uno Psicologo" con filtri per specializzazione.

Con stima,

Dott.ssa Rosa Annunziata

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