La Paura di Sbagliare e Come Superarla
Quando il cambiamento interiore fa paura: identità, autenticità e bisogno di essere sé stessi
A volte il cambiamento non arriva in modo improvviso. Non sempre si presenta come una scelta chiara, una decisione consapevole o un evento facilmente riconoscibile. Molto spesso comincia in modo sottile, quasi impercettibile: un’inquietudine nuova, un senso di distanza da ciò che prima sembrava familiare, un desiderio diverso, emozioni che non riusciamo più a mettere a tacere, bisogni interiori che iniziano a chiedere spazio.
All’inizio possiamo provare a ignorare questi segnali. Possiamo dirci che passerà, che è solo un periodo, che forse siamo stanchi, confusi, troppo sensibili o troppo esigenti. Ma, con il tempo, ciò che emerge dentro di noi può diventare sempre più forte. Ed è proprio lì che spesso nasce il conflitto interiore: quando una parte di noi sente il bisogno di esprimersi, mentre un’altra parte teme le conseguenze di questa verità.
Molte persone, in questi momenti, iniziano a formulare dentro di sé pensieri come: “Non mi riconosco più”, “ho paura di essere me stesso”, “sento di stare cambiando”, “come faccio a capire chi sono davvero?”, “ho paura del giudizio degli altri”, “non riesco a esprimere ciò che sento”, “mi sento diverso dagli altri”, “come posso accettarmi?”, “sto vivendo una confusione identitaria”, “sento un desiderio autentico, ma allo stesso tempo ho paura”. Dietro queste domande non c’è soltanto curiosità. Spesso c’è una sofferenza silenziosa, profonda, difficile da raccontare. C’è la fatica di stare in bilico tra ciò che si è stati e ciò che si sta diventando. C’è il dolore di percepire che alcune vecchie modalità non funzionano più, che certi adattamenti non bastano, che alcuni ruoli, relazioni o immagini di sé non riescono più a contenere la complessità della propria vita interiore.
Molte persone pensano che il problema sia il cambiamento. In realtà, spesso il dolore nasce nel momento in cui iniziamo a renderci conto che non riusciamo più a fingere di essere quelli di prima. Crescere interiormente può fare paura perché ogni trasformazione porta con sé domande profonde: “
La psicologia umanistica ha dato grande importanza a questo tema. Carl Rogers, ad esempio, ha descritto il disagio psicologico come una possibile incongruenza tra il Sé autentico della persona e le aspettative, i condizionamenti o le richieste dell’ambiente. Quando una persona sente di dover essere diversa da ciò che prova realmente, può sviluppare tensione interna, ansia, vergogna e difficoltà nel riconoscere i propri bisogni più profondi (Rogers, 1961). Anche Donald Winnicott ha parlato della differenza tra un “vero Sé” e un “falso Sé”, sottolineando come, in alcune condizioni relazionali, la persona possa imparare ad adattarsi eccessivamente all’ambiente, sacrificando parti vitali della propria autenticità (Winnicott, 1960).
Questi vissuti possono emergere in molti ambiti della vita: nell’identità personale, nella sessualità, nelle relazioni affettive, nel lavoro, nelle scelte di vita, nei percorsi di crescita personale, nei momenti di passaggio o nelle fasi in cui qualcosa dentro di noi chiede di essere visto con maggiore onestà.
Uno dei nodi psicologici più frequenti riguarda proprio il conflitto tra ciò che sentiamo davvero e ciò che pensiamo che gli altri si aspettino da noi. Molte persone imparano presto ad adattarsi: per essere amate, per sentirsi accettate, per non deludere, per non sentirsi “sbagliate”, per non perdere il legame con figure affettivamente importanti. Questo adattamento, in alcune fasi della vita, può essere stato anche una forma di protezione. Tuttavia, quando diventa rigido e costante, può trasformarsi in una gabbia interiore.
A lungo andare, reprimere continuamente parti autentiche di sé può generare ansia, senso di vuoto, insicurezza, difficoltà relazionali, tristezza, confusione identitaria, senso di smarrimento e blocco emotivo. La persona può arrivare a non sapere più con chiarezza cosa desidera davvero, cosa sente, cosa vuole scegliere, cosa appartiene a sé e cosa invece è stato interiorizzato dalle aspettative degli altri.
Erik Erikson ha descritto l’identità come un processo evolutivo che attraversa l’intero arco della vita, non come qualcosa di fisso e immutabile. In particolare, nei momenti di crisi o transizione, la persona può trovarsi a riorganizzare il proprio senso di sé, mettendo in discussione appartenenze, valori, ruoli e immagini interiori consolidate (Erikson, 1968). In questa prospettiva, la crisi identitaria non è necessariamente un segno di fragilità patologica, ma può rappresentare un passaggio evolutivo complesso, in cui vecchi equilibri non riescono più a contenere ciò che sta emergendo.
Anche la teoria dell’attaccamento ha mostrato quanto il modo in cui siamo stati accolti, riconosciuti e rispecchiati nelle prime relazioni possa influenzare il nostro modo di vivere noi stessi e gli altri. Quando l’amore, l’approvazione o la vicinanza affettiva sono stati percepiti come condizionati al compiacere l’altro, la persona può imparare a mettere in secondo piano i propri bisogni autentici per preservare il legame (Bowlby, 1988). In età adulta, questo può manifestarsi come paura del giudizio, difficoltà a esprimere emozioni, timore di deludere, vergogna, senso di colpa o bisogno costante di approvazione.
Molte persone vivono così una lotta invisibile tra il desiderio di esprimersi e il bisogno di proteggersi. Da un lato sentono la spinta a mostrarsi per ciò che sono; dall’altro temono che questa autenticità possa avere un costo: essere rifiutati, criticati, esclusi, non compresi o non amati. Questa tensione può diventare particolarmente dolorosa quando riguarda aspetti profondi dell’identità, della sessualità, delle scelte affettive, del proprio modo di vivere il corpo, le relazioni, il lavoro o la direzione della propria vita.
In questi momenti può emergere una vera e propria crisi identitaria. Ma crisi non significa necessariamente crollo. La parola crisi rimanda anche a un passaggio, a una trasformazione, a una possibilità di scelta. Non significa essere “sbagliati”; significa, spesso, che qualcosa dentro di noi sta cercando una forma più vera, più libera, più coerente con ciò che siamo diventati.
In psicoterapia non si viene giudicati, etichettati o spinti a diventare qualcosa. Al contrario, si crea uno spazio sicuro in cui poter ascoltare ciò che emerge dentro di sé, comprendere i propri vissuti profondi e dare significato a emozioni spesso confuse, trattenute o rimaste senza parole per anni. La relazione terapeutica, quando fondata su accoglienza, rispetto e autenticità, può diventare un luogo in cui la persona sperimenta gradualmente la possibilità di essere vista senza doversi mascherare.
Il percorso psicoterapeutico può aiutare a comprendere il proprio funzionamento emotivo, riconoscere i condizionamenti interiorizzati, sciogliere vissuti di vergogna e paura, rafforzare l’autostima, ritrovare il contatto con il proprio sentire autentico e sviluppare una maggiore libertà interiore e relazionale. Non si tratta di forzare un cambiamento, ma di accompagnare la persona a comprendere cosa sta accadendo dentro di sé, quali parti chiedono ascolto e quali difese, pur avendo avuto una funzione protettiva, oggi possono limitare la piena espressione della propria identità.
A volte, però, le parole da sole non bastano. Ci sono emozioni che il corpo sente prima ancora che la mente riesca a spiegarle. Ci sono memorie, immagini, paure e desideri che non emergono immediatamente attraverso il racconto verbale, ma che possono manifestarsi attraverso sensazioni corporee, sogni, posture, silenzi, blocchi, gesti o scene interiori. Per questo, all’interno di alcuni percorsi terapeutici, possono essere utilizzate tecniche attive ed esperienziali che aiutano la persona a entrare più profondamente in contatto con sé stessa.
Lo psicodramma, ideato da Jacob Levy Moreno, è uno strumento terapeutico che permette di esplorare il mondo interno attraverso l’azione, la rappresentazione simbolica e la messa in scena di ruoli, emozioni e relazioni significative (Moreno, 1946). Attraverso il linguaggio della scena, la persona può dare forma a conflitti interiori, parti di sé non ascoltate, desideri rimasti nascosti, paure, blocchi e possibilità trasformative. Non si tratta di recitare, ma di permettere all’esperienza emotiva di diventare visibile, condivisibile e trasformabile.
Tecniche immaginative, lavoro corporeo, mindfulness, role playing, visualizzazioni, tecniche espressive, EMDR e Playback Theatre terapeutico possono essere integrati, quando indicato, per favorire una comprensione più profonda e incarnata dei propri vissuti. L’EMDR, in particolare, è un approccio terapeutico utilizzato nel trattamento di esperienze traumatiche e memorie disturbanti, fondato sul modello dell’elaborazione adattiva dell’informazione (Shapiro, 2001). La mindfulness, invece, può aiutare la persona a sviluppare una maggiore capacità di osservare pensieri, emozioni e sensazioni senza esserne travolta, favorendo presenza, consapevolezza e regolazione emotiva (Kabat-Zinn, 1990).
Le tecniche attive permettono non solo di “capire” razionalmente, ma anche di vivere nuove esperienze emotive correttive. La persona può sperimentare nuovi modi di stare in relazione, dare voce a parti rimaste silenziose, incontrare simbolicamente paure e desideri, integrare aspetti di sé precedentemente vissuti come incompatibili o inaccettabili. In questo senso, il lavoro terapeutico non è soltanto comprensione, ma anche esperienza, trasformazione e possibilità di abitare sé stessi in modo più autentico.
Ogni trasformazione richiede tempo. Un bruco non diventa farfalla in un istante: prima attraversa una fase fragile, incerta, vulnerabile. Allo stesso modo, anche la crescita psicologica può attraversare momenti di confusione, paura, instabilità e solitudine. Ma questo non significa che qualcosa stia andando male. A volte significa semplicemente che una parte più vera di noi sta cercando spazio.
La vera crescita psicologica spesso inizia quando smettiamo di combattere contro ciò che sentiamo e iniziamo ad ascoltarlo con rispetto. Non tutto ciò che emerge deve essere agito subito, ma tutto ciò che emerge merita di essere compreso. Perché a volte la trasformazione più difficile non è cambiare: è permettersi, lentamente, di diventare ciò che si è davvero.
Sono la Dott.ssa Anna Lamo, psicologa, psicoterapeuta e psicodrammatista
Nel mio lavoro accompagno giovani e adulti che stanno attraversando momenti di crisi, cambiamento, smarrimento identitario, difficoltà relazionali o emotive. Integro psicoterapia, tecniche attive, psicodramma, mindfulness, EMDR e approcci esperienziali per aiutare la persona a ritrovare un contatto più autentico, profondo e rispettoso con sé stessa.
Ricevo online e in presenza a Noale (Ve)
Per informazioni o per un primo colloquio è possibile contattarmi attraverso il mio profilo:
Riferimenti bibliografici essenziali
Bowlby, J. (1988). *A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development*. Basic Books.
Erikson, E. H. (1968). *Identity: Youth and Crisis*. Norton.
Kabat-Zinn, J. (1990). *Full Catastrophe Living*. Delta.
Moreno, J. L. (1946). *Psychodrama: Volume 1*. Beacon House.
Rogers, C. R. (1961). *On Becoming a Person: A Therapist’s View of Psychotherapy*. Houghton Mifflin.
Shapiro, F. (2001). *Eye Movement Desensitization and Reprocessing: Basic Principles, Protocols, and Procedures*. Guilford Press.
Winnicott, D. W. (1960). Ego distortion in terms of true and false self. In *The Maturational Processes and the Facilitating Environment*. Hogarth Press.
Dott.ssaAnna Lamo
Psicologa psicoterapeuta - Venezia - Padova
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