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Dott.ssa Barbara Palazzolo

Psicologa

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Affetto scelto e affetto imposto: l’autoaffermazione dei bambini

Ricordo da bambina quando mia madre mi costringeva a salutare tutte le persone che incontravamo, soprattutto quando andavamo dalla sua famiglia.

La sua famiglia è davvero numerosa e durante le feste erano sempre tutti presenti: nonna, zii, cugini, certe volte pure i parenti dall’America! Io ero costretta a salutarli tutti, uno per uno, finché a un certo punto non riuscivo più a sopportarlo e mi ribellavo. Imbarazzata, cercavo una via d’uscita con un: “Vabbè, ciao a tutti”. Per me era una situazione di forte disagio, una vera sofferenza.

Non volevo abbracciare tutti, non volevo dare baci, non volevo quel contatto fisico. Col tempo questa mia ritrosia è diventata praticamente un tratto distintivo: zii e cugini ci scherzavano sopra e, per fortuna, nessuno mi ha mai fatta sentire sbagliata. Eppure, dentro di me, ogni volta provavo un forte disagio.

Odiavo il contatto fisico. Odiavo sentirmi obbligata a essere carina ed educata. Ma, soprattutto, dovevo.

Dovevo salutare.
Dovevo sorridere.
Dovevo essere gentile.

Iniziano cosi le doverizzazioni. La doverizzazione è una distorsione cognitiva descritta nell’ambito della terapia cognitivo-comportamentale in cui una persona interpreta sé stessa, gli altri o gli eventi attraverso regole rigide espresse con “devo”, “dovrei”, “bisogna”, “non si deve”.

Questi pensieri trasformano preferenze o desideri in obblighi assoluti, creando aspettative poco flessibili. Possono quindi emergere emozioni intense come rabbia, senso di colpa, vergogna o frustrazione. Nei casi più estremi, sistemi di credenze fondati su imperativi così rigidi possono contribuire al mantenimento di diversi disturbi psicologici, tra cui disturbi d'ansia e disturbo ossessivo-compulsivo.

Oggi continuo a essere una persona poco incline al contatto fisico con chi non conosco bene. Se posso, evito gli abbracci. Ancora oggi mi capita di sorridere per convenzione, anche se negli ultimi anni ho riscoperto il piacere di sorridere spontaneamente quando ne ho davvero voglia.

Tutto questo preambolo per ragionare su di un concetto che può sembrare banale ma che banale non è per niente: l’autoaffermazione dei bambini.

Negli ultimi anni diversi autori hanno approfondito il concetto di autonomia corporea (bodily autonomy) e integrità corporea (bodily integrity) nei bambini. Ciò che questi autori sottolineano è la volontà di riconoscere il bambino come una persona che partecipa attivamente alle relazioni e che possiede una propria esperienza corporea, degna di essere ascoltata e rispettata (Vail, 2023; Townsend & Earp, 2024).

Se confrontiamo un gesto affettivo imposto con uno scelto, emerge una differenza sostanziale.

Un bambino che sceglie spontaneamente di abbracciare qualcuno sta esercitando la propria agency, cioè la capacità di essere protagonista della relazione. Sta sperimentando che può ascoltare ciò che sente, scegliere come esprimerlo e costruire un legame senza rinunciare alla propria soggettività. Questo è coerente con le teorie dello sviluppo dell’autodeterminazione, secondo cui il bisogno di autonomia rappresenta una componente fondamentale del benessere psicologico e della crescita personale (Ryan & Deci, 2017).

Un bambino che viene obbligato ad abbracciare qualcuno potrebbe invece fare esperienza di una relazione in cui le proprie sensazioni corporee vengono subordinate alle aspettative dell’altro. Il problema non è il singolo gesto in sé, ma il possibile messaggio implicito che può accompagnarlo: che il desiderio dell’adulto (o dell’altro in generale) abbia più importanza del proprio vissuto corporeo e che, nelle relazioni, i propri confini possano essere messi in secondo piano.

Questa riflessione è coerente con la letteratura sul controllo psicologico e sulla pressione emotiva: quando le aspettative dell’adulto prevalgono sistematicamente sui bisogni e sui vissuti del bambino, può essere ostacolato lo sviluppo dell’autonomia e del senso di efficacia personale (Jin et al., 2026).

Quando un parente, un amico di famiglia, o un altro adulto (al di fuori dei genitori) chiede ad un bambino se può abbracciarlo, anzichè farlo e darlo per scontato, gli riconosce un ruolo attivo nelle decisioni che riguardano il proprio corpo.

Chiedere a un bambino: “Posso abbracciarti?” significa offrirgli l’opportunità di sperimentare che può avere voce su ciò che accade al proprio corpo. Gli trasmette il messaggio che le sue sensazioni contano, che può esprimere un “no” se qualcosa lo mette a disagio e che questo non lo rende un bambino maleducato o meno affettuoso, ma semplicemente una persona i cui confini meritano rispetto (Vail, 2023; Townsend & Earp, 2024).

D’altronde il contatto fisico è una forma di comunicazione relazionale. Bergnehr e Cekaite (2018) hanno mostrato come il tatto adulto-bambino possa assumere diverse funzioni: affettive, educative, assistenziali o di regolazione; e proprio per questo comunica sempre qualcosa sulla relazione e sul ruolo attribuito al bambino.

L’obiettivo non è insegnare ai bambini a dire sempre “no”, ma insegnare loro che hanno il diritto di scegliere. Perché un “sì” ha valore solo se esiste anche la possibilità di dire “no”.

Se un bambino rifiuta un abbraccio, possiamo rispondere: “Grazie per avermelo detto. Così capisco come ti senti.”

Oppure: “Va benissimo. Possiamo salutarci con la mano, con un cinque o semplicemente con un sorriso.”

In questo modo stiamo rinforzando un comportamento estremamente importante: la capacità del bambino di riconoscere un proprio stato interno, comunicarlo e vedere che l'adulto lo prende sul serio.

È così che si costruisce l'autoaffermazione. Non insegnando ai bambini che devono sempre accontentare gli altri, ma mostrando loro che le relazioni più sane sono quelle in cui il rispetto è reciproco e l'affetto nasce da una scelta, non da un obbligo.

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