La comunicazione ed i suoi linguaggi

LA COMUNICAZIONE

Se c’è un aspetto davvero fondamentale nella vita degli esseri umani, una condizione indispensabile per l’esistenza stessa, questa è la comunicazione.  

Chiaramente se per comunicazione non intendiamo solo quella verbale, la più immediatamente comprensibile, la più evoluta nel cammino dell’evoluzione del genere umano, ma ci riferiamo a tutte le forme possibili, da quella più arcaica, a quella più “misteriosa”, a quelle forse meno evidenti ma non meno importanti.

Esiste innanzitutto il linguaggio parlato, costituito da parole e frasi che caratterizzano un popolo e ne definiscono l’identità culturale. Chi parla italiano fa parte di un territorio preciso, che ha una storia ed una cultura che lo caratterizza uniformemente, così come forme verbali diverse caratterizzano territori più limitati, come i dialetti locali. Il linguaggio verbale e la sua forma scritta hanno quindi una valenza culturale profondissima, che lega fra loro le persone che lo condividono, permettendo di capirsi e condividere (e litigare!).

Questa forma comunicativa, raffinata e complessa, non è però naturale ed istintiva, ma è frutto di una lenta evoluzione del genere umano dalla sua comparsa sulla terra, quando cioè ha iniziato a differenziarsi dai cugini primati ed a creare le prime forme di aggregato sociale (filogenesi). Allo stesso modo, per fare un parallelo che ricorre spesso nelle scienze umane, il neonato non nasce sapendo parlare, ma impara lentamente e gradualmente parole e frasi, dalla più semplice alla più complessa, come ognuno di noi sa (ontogenesi). Il linguaggio non serve al bambino, tra l’altro, solo a comunicare con chi gli sta intorno, ma è anche lo strumento per la formazione di concetti mentali sempre più raffinati.

Proprio l’attenzione al neonato ci porta a prendere in considerazione ed a capire le altre forme di comunicazione prima citate. Come farebbe infatti il piccolo privo della facoltà della parola a farsi capire dal caregiver (chi si prende cura di lui) se non avesse altri mezzi a disposizione? Nei primi giorni e settimane di vita assistiamo a qualcosa di magico quasi e cioè a quella capacità della madre di cogliere e dare significato a quelle minime espressioni facciali, a quei suoni inarticolati, ai diversi tipi di pianto, ai movimenti del corpo, con i quali l’infante è in contatto col mondo. La comunicazione inconscia che avveniva fra madre e feto nella fase intrauterina è ora arricchita da queste “abilità”. Esiste una comunicazione fra i due corpi che costituisce una funzione importantissima; il solo contatto corporeo veicola messaggi rassicuranti indispensabili. Se la madre stringe a sé il piccolo agitato e piangente questi si calma e si addormenta.

Allora, una comunicazione verbale, una inconscia, una corporea, o anche, una comunicazione verbale ed una analogica, termine tecnico per indicare il così detto “non verbale”. Questo mi riporta ad una affermazione che mi aveva molto colpito agli inizi della mia formazione e che riguarda uno degli assiomi della comunicazione umana, e cioè “non si può non comunicare”.  Se tale assioma è corretto ne deriva che, oltre a quello parlato, esistono altri tipi di linguaggio, di cui spesso non abbiamo immediata consapevolezza.  Se le parole sono uno strumento altamente sofisticato e complesso, che consentono all’essere umano la nascita e la elaborazione del pensiero e quindi la trasmissione interpersonale e sociale (oltre che fra sé e sé) non solo di informazioni utili alla vita quotidiana, ma anche di concetti profondi legati alla riflessione esistenziale, altri canali comunicativi si aggiungono, meno culturali e più naturali, come le passioni e le emozioni.

Si potrebbe anche dire che le parole sono il portato della ragione, della coscienza, della logica, mentre le espressioni facciali, il tono della voce, le posture, i movimenti del corpo sono lo sfondo che qualifica, il contesto che chiarisce il senso di quanto detto, il colore che rivela la verità del disegno.

Il linguaggio del corpo segnala le emozioni, la spontaneità, i sentimenti, i veri pensieri spesso celati da frasi formali, stereotipate o intenzionalmente ingannevoli. In quanto esseri sociali veniamo educati a “sacrificare” quella parte di noi che risulterebbe letale per una convivenza minimamente accettabile, quindi, ad es. impariamo a tenere sotto controllo l’aggressività, come pulsione distruttiva e la rabbia, come emozione pericolosa. Ma la rabbia non di meno esiste, la si prova e la si deve esprimere, in una qualche maniera, ma è socialmente riprovevole, quindi nelle parole la si nega, non potendoci permettere di insultare l’altro per certi suoi comportamenti, ma nelle espressioni la si comunica. Oppure a volte si mente deliberatamente sui propri stati d’animo “sto bene, sono tranquillo”, mentre il viso è contratto, le gambe non stanno ferme, le mani sudano o si intrecciano in continuazione. O ancora “sono felice” e gli occhi dicono tutt’altro.

Questa incoerenza fra il verbale ed il non verbale può rivelarsi estremamente negativa e finanche pericolosa. Una madre che utilizza con il proprio bambino una modalità comunicativa altamente incoerente, inondandolo di messaggi contradditori, induce nel piccolo una confusione che se protratta nel tempo può evolvere in un disturbo mentale vero e proprio, caratterizzato da una incapacità di distinguere la realtà dalla non realtà. E' spiazzante relazionarsi con una persona di cui non si capisce mai cosa in realtà pensa e prova!  Quindi una comunicazione sana è quella che presenta una coerenza fra le diverse dimensioni, oltre ad essere chiara e diretta.

Ed il silenzio? E’ la negazione della comunicazione o ne è un’altra forma? Pensiamo a frasi quali “un silenzio assordante” o “un buon tacer non fu mai scritto” o “il silenzio è d’oro” e capiamo subito quanto può essere importante e tutt’altro che vuoto. Il silenzio della parola fa emergere in primo piano il linguaggio del corpo, è il segno del pensiero, è la posizione dell’ascolto, è lo strumento per entrare in empatia ed è la comunicazione degli inconsci. Tace la parola e parla l’inconscio

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