Tossicodipendenza

TOSSICODIPENDENZA

Il meccanismo che si instaura in alcune persone che provano droghe, e sottolieno "alcune", è quello della dipendenza, ossia la necessità di continuare a ripeterne l’assunzione, dovendo tra l’altro aumentarne gradualmente il dosaggio per ottenere lo stesso effetto (addiction). Quindi ancora e ancora e ancora, ogni giorno, più volte al giorno, in un girone infernale senza fine. Mi riferisco all’eroina ed alla cocaina in particolare, che sono tra le droghe più pericolose e distruttive.

Ma la dipendenza si può creare anche in riferimento a sostanze più “leggere”, come l’hashish o la marijuana, gradualmente, senza che il soggetto spesso lo ammetta. Al di là del tipo di sostanza ciò che importa è la frequenza del consumo: non è la stessa cosa uno spinello ogni tanto o invece ogni giorno e anche più volte. Diventa un’azione talmente abituale che sopraggiunge un automatismo, al punto da non concepire più una giornata senza. Ci sono delle differenze, naturalmente, sia in merito alla pericolosità per la salute psicofisica,  che alla possibilità di smettere. Nel primo caso si tratta di un’impresa titanica, nel secondo una fatica comunque, ma certo non paragonabile.

Ma qual è il senso dell’assunzione di droga? Quali le condizioni personali che ne determinano o favoriscono il consumo? Una prima risposta può apparire ovvia e banale:  perchè piace, perché lo stupefacente procura piacere, un piacere talmente forte che gradualmente colonnizza la psiche, il cervello, e, come  lava che lentamente scende a coprire i fianchi della montagna e la pianura sottostante, copre e sostituisce interessi, pensieri, relazioni, abilità, sentimenti, curiosità, impoverendo e inaridendo la vita del tossicodipendente.

E’ un piacere talmente invasivo e totalizzante da non essere più nel tempo nemmeno un piacere, ma una catena schiavizzante. Il piacere al di là di un certo limite non è più tale, ma si trasforma diabolicamente nel suo opposto. E’ sempre una questione di limiti, di equilibrio, perché nell’eccesso ogni cosa assume un significato contrario. Con il famigerato buon senso uno potrebbe dire “quando non ottieni più piacere smettila”, e sarebbe bello se così fosse. Ma non funziona in questo modo. La sensazione piacevole (termine questo troppo blando, in verità) dell’inizio si è ormai trasformata in una necessità. “Ne ho bisogno”, ed è un bisogno psichico, perché senza sostanza il vuoto è doloroso e devastante, a volte non affrontabile ed incolmabile.

Ma il termine “piacere” può essere fuorviante e suggerire immagini superficiali e viziose. In realtà è un godimento profondo per chi ha falle interne, buchi da riempire, sofferenze non riconosciute, identità labili. Dipendenza è l’opposto di autonomia.  Sappiamo che sono i giovani, e sempre più giovani purtroppo, a sperimentare l’utilizzo delle droghe, alcool compreso. Li conosciamo e leggiamo sempre notizie in proposito. E’ l’adolescente nella sua indeterminatezza e confusione di personalità il protagonista di queste storie. Storie che il più delle volte sono abbastanza brevi e con un lieto fine, ma che in alcun i casi sfociano nella tragedia, fino all’autodistruzione.

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