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Dott. Riccardo Focaccia

Psicologo

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Difficoltà a relazionarsi

Ho un figlio di 21 anni che da piccolo era vispo e aperto. Tutto è iniziato a cambiare durante le elementari, dove ha fatto amicizia con 4/5 bambini che, tutt’ora, sono quasi gli unici che frequenta. Infatti le maestre mi dicevano che era un po’ chiuso, meno maturo per l’età che aveva, ma che sicuramente avrebbe recuperato con l’età.
Così è andato avanti con il liceo che, per me, a causa del Covid, ha peggiorato il tutto. Rimaneva chiuso nella stanza e usciva solo per mangiare. Di tutti i compagni di liceo non ha fatto amicizia o creato complicità con nessuno e sia loro che i professori, da quanto raccontato da lui quando era saturo, lo schernivano perché partecipava poco o “si sentiva” poco e lui si ritirava ancora di più.
Ho provato a mandarlo dalla psicologa della scuola, ma lei in poche sedute mi ha detto che è fondamentalmente timido e quindi fatica, ma nulla di più.
Sin dalle elementari l’unico sport o sfogo per lui è la palestra, ha anche gareggiato e vinto. Io e il papà lo abbiamo sempre sostenuto.
Gli unici amici con cui esce sono rimasti quelli delle elementari e, se loro, per puro caso, coinvolgono altri conoscenti o vanno a qualche serata organizzata, lui non partecipa quasi mai perché mi dice che con la confusione “non si sente a suo agio”.
Poi ho notato che da piccolo si faceva fotografare tranquillamente e sorrideva, mentre dalle superiori è restio ai selfie, anzi, se scopre che lo sto fotografando si copre il viso e si critica sempre sull’aspetto. Ed è un bel ragazzo, fisico asciutto, non ha problemi se non che fino alle medie portava gli occhiali da vista, poi li ha tolti e non vuole rimetterseli né usare le lenti a contatto perché non riesce a metterle e toglierle. Si critica sempre.
Ora, tramite una conoscenza, parente di uno dei cosiddetti unici amici, da quasi un anno vive in Germania. Lavora e si è iscritto in palestra. Tra alti e bassi è andato avanti, ma ieri sera per la prima volta si è sfogato piangendo al telefono, non tanto per il mestiere che fa, ma per il suo carattere chiuso, incapace di fare altre conoscenze o amicizie. Solo il saluto fra colleghi e basta.
Inizia a sentirsi criticato dai colleghi che lo bollano, come a scuola, come “trasparente” o “muto”. Lui ne soffre e si maledice perché sa di essere così ma non riesce a cambiare, perché dice di essere fatto così.
Lo sproniamo sempre, sin da piccolo, io e il padre, a cercare di farsi scivolare addosso tutte le critiche e di provare a cambiare un poco. Gli abbiamo sempre detto che, se non si trova bene, casa è sempre aperta. Ha una sorella più grande, sposata, nata dal mio primo matrimonio e anche con lei si confida poco.
Come posso aiutarlo?

Cara, ascoltare la sofferenza e il senso di inadeguatezza del proprio figlio, soprattutto quando si trova lontano da casa, genera un senso di impotenza e una grande preoccupazione in ogni genitore.

Il comportamento di tuo figlio non va letto come un difetto di fabbrica o un "carattere da correggere", ma come il risultato di una storia emotiva complessa. La chiusura iniziata alle elementari, il periodo del Covid (che ha privato un ragazzo in età di sviluppo dei contatti sociali necessari) e le prese in giro subite al liceo hanno creato in lui una sorta di meccanismo di difesa. Per proteggersi dal giudizio e dalla paura di non essere all'altezza, si è isolato nel suo "porto sicuro" (i vecchi amici, la palestra). Il rifiuto delle foto e le critiche sul suo aspetto, iniziate quando ha tolto gli occhiali, non sono banali lamentele. Possono indicare una forte insicurezza legata a come si percepisce e a come teme di essere visto dagli altri. La palestra, in questo senso, è sempre stata il suo modo per canalizzare le energie e mantenere il controllo sul proprio corpo. La sua esperienza all'estero è un atto di grande coraggio. Tuttavia, la pressione di un ambiente lavorativo in lingua straniera, unita alla difficoltà di stringere nuove relazioni, ha fatto crollare il suo sistema di protezione. Quando dice "sono fatto così", esprime la frustrazione di chi vorrebbe aprirsi ma si sente sopraffatto dall'ansia sociale e dal terrore di risultare "invisibile" o "muto". Puoi aiutarlo concretamente tramite una presenza accogliente e non giudicante, dire a un ragazzo ansioso o insicuro di "farsi scivolare le critiche addosso" o di "provare a cambiare" può farlo sentire incompreso. Quando sminuiamo la sua difficoltà, lui potrebbe pensare di non essere abbastanza agli occhi dei genitori. Prova invece a dirgli: "Capisco quanto sia difficile per te trovarti in questo ambiente in Germania. È normale sentirsi soli e avere paura di non riuscire ad aprirsi. Noi ti amiamo esattamente per come sei".

Il suo blocco emotivo e relazionale non è un capriccio, ma una reale difficoltà di gestione dell'ansia sociale, visto che si trova in Germania, potresti suggerirgli, con delicatezza, la possibilità di fare qualche seduta di psicoterapia online con un professionista in lingua italiana. Questo gli darebbe uno spazio protetto dove lavorare sulla propria autostima, sulla timidezza e sulla paura del giudizio.

Cara Silvia, ti auguro di trovare la strada per far sentire a tuo figlio tutto il vostro sostegno.

Un caro saluto.

Dott. Riccardo Focaccia

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