Ex e figli
Convivo da un anno con un uomo che ha un figlio di 10 anni da una precedente convivenza conclusa per sua volontà 3 anni prima che ci conoscessimo, quando il bambino aveva circa 4 anni. Dal momento della rottura, i due non sono andati da nessun avvocato per definire i termini di affido condiviso e mantenimento del bambino, stabilendo tra loro delle regole economiche e “relazionali”.
Lei non lavora e vive con il figlio in una casa di proprietà della sua famiglia; lui le dà un fisso e, in più, finanzia molte spese accessorie del figlio. Lei divide alcune spese, ma in che modo e in che proporzione non so, perché su questo il mio compagno è vago.
Il suo rapporto con la madre del bambino è falsamente cortese e la comunicazione è ridotta al minimo per esigenze di servizio, mentre il rapporto con il figlio è molto faticoso, perché da quando si è separato dalla ex lei ha cominciato a monopolizzare la sua gestione, instillandogli la paura di allontanarsi da casa senza di lei e la convinzione che lui possa decidere quanto tempo trascorrere con il padre.
Questo ha generato molte anomalie, come per esempio il fatto che il bambino non abbia mai dormito con il padre (né prima, quando non convivevamo, né men che meno ora), non sia mai andato in vacanza con il padre senza la madre (cosa che è accaduta fino al momento in cui non è cominciata la nostra relazione), non passi tempo con il padre che non sia quello di routine (il padre che lo va a prendere a scuola, lo accompagna a fare sport, a qualche visita medica).
Il bambino sa della mia esistenza, ma ci siamo visti solo una volta, in cui eravamo entrambi molto imbarazzati per motivi diversi. Quando il padre ha cominciato a convivere con me, il bambino ha dato segni di “gelosia”, passando poi ad una accettazione silenziosa che finge che io non esista.
Sin dall’inizio, pensando che per creare un rapporto con il piccolo avessi bisogno della complicità del padre, e sapendo che il padre fosse il primo ad avere problemi di relazione con il bambino, ho deciso di farmi da parte completamente nei loro (rari e fugaci) incontri, per dargli modo di costruire una consuetudine e una fiducia nella quale potermi prima o poi inserire un po’ alla volta. Ma in tre anni di relazione ciò non si è mai verificato e io sono rimasta completamente fuori, sebbene anche tra loro i rapporti non si siano smossi più di tanto.
Il mio compagno non mi ha mai chiesto di presenziare a qualche loro incontro. In alcune occasioni ha fatto sì che frequentassi la sua famiglia di origine prima con il figlio e poi separatamente con me e, in un’occasione familiare loro, ho dovuto discutere per fargli capire che non era normale che il bambino ponesse come condizione quella di partecipare con la madre, pena il rifiuto di andarci.
Altresì, non trovo funzionale che la ex sia trattata ancora come una persona di famiglia (viene avvisata e partecipa ad eventi della famiglia), nonostante faccia aperto ostruzionismo nei confronti del mio compagno (e lui sia estromesso da qualsiasi evento della famiglia della sua ex).
So per certo che il mio compagno non provi più nulla per questa persona, ma so anche che la sua tolleranza continua nei confronti dei suoi comportamenti ha generato, genera e genererà tante altre difficoltà per me, che mi sento destinata a vivere il ruolo di un fantasma per tutti fino a che il figlio non crescerà e deciderà che posso esistere.
Vivo con estremo disagio ogni contatto con quella che era la vita del mio compagno prima di me, che sia la sua famiglia, la sua ex o il bambino, perché sento che lui vive la sua vita con me e quella con la “sua famiglia” dividendola in comparti stagni, in cui le contaminazioni sono previste solo se non creano problemi.
Come posso gestire l’insoddisfazione e la frustrazione che vivo?
P.S. Io non ho figli.
Buonasera Rita,
Il sentimento di essere un "fantasma" descrive perfettamente l'effetto di questa scissione netta che il tuo compagno opera tra il suo presente con te e il suo passato con il figlio e la ex. Quando dici che le contaminazioni sono previste "solo se non creano problemi", centri il punto focale del meccanismo difensivo del tuo compagno: la politica del quieto vivere a spese della tua inclusione. Il fatto che dopo tre anni dalla rottura (e ora sei dall'inizio della vostra storia) non ci sia mai stato un ricorso a vie legali o a un avvocato per regolare l'affido e il mantenimento non è un dettaglio secondario. Gli accordi verbali e privati in presenza di dinamiche manipolatorie, come quelle che descrivi, si trasformano quasi sempre in un’arma di ricatto. La ex del tuo compagno non lavora e dipende economicamente anche dalle sue concessioni vaghe e flessibili. Questo crea una forte asimmetria: il tuo compagno asseconda le pretese di lei e tollera che tratti la ex ancora come "una di famiglia" perché, inconsciamente o meno, ha paura delle ritorsioni di lei sul legame con il figlio. Accetta l'ostruzionismo e non impone confini fermi perché teme che, se dovesse irrigidirsi o andare per vie legali, lei potrebbe tagliare del tutto i ponti tra lui e il bambino. Il prezzo di questa sua paura, purtroppo, lo stai pagando tu attraverso la tua invisibilità.
In psicologia relazionale, tuttavia, questa mossa rischia spesso di produrre l'effetto opposto: istituzionalizza la tua assenza. Il tuo compagno, vedendoti fare un passo indietro spontaneamente, ha trovato comodo non dover affrontare il conflitto di inserirti. Ha scambiato il tuo rispetto per una tolleranza a tempo indeterminato. Il bambino, dal canto suo, ha potuto strutturare una "accettazione silenziosa" che finge che tu non esista proprio perché nessuno, in tre anni, ha mai creato un'occasione naturale e costante per smentire questa finzione. Se il padre non ti chiede di presenziare e non crea ponti, il messaggio implicito che arriva al figlio è che tu sia un elemento "esterno" e separato.
Il comportamento del bambino che pone come condizione la presenza della madre agli eventi della famiglia paterna, pena il rifiuto di andarci, è il sintomo chiaro di una triangolazione. Il bambino è stato investito dalla madre del ruolo di custode o di "portavoce" dei bisogni materni, sviluppando quella che descrivi come una paura dell'allontanamento. Quando il tuo compagno cede a queste condizioni, non sta proteggendo il bambino, ma sta legittimando il comportamento ostruzionistico della ex. È perfettamente disfunzionale che la ex moglie partecipi ancora agli eventi della famiglia d'origine di lui mentre tu ne rimani esclusa o devi lottare per far valere il buonsenso: questo significa che il sistema allargato del tuo compagno è rimasto congelato a prima della vostra storia, e che tu vieni vissuta come un'appendice privata, da godersi solo al riparo da sguardi che potrebbero destabilizzare il passato.
Non puoi accettare di vivere per i prossimi dieci anni nell'attesa che il bambino cresca per avere il "diritto di esistere". Questo logorerebbe la tua autostima e, inevitabilmente, distruggerebbe l'amore per il tuo compagno. È sacrosanto che il tuo compagno mantenga rapporti civili per "esigenze di servizio" legate al figlio. Ma la partecipazione di lei agli eventi della famiglia d'origine di lui deve cessare, specialmente se questo comporta la tua esclusione o il disagio di tutti. Su questo devi porre un confine fermo con il tuo compagno: la ex è la madre di suo figlio, non la sua famiglia attuale. La sua famiglia attuale, oggi, sei tu.
Se il tuo compagno vuole stare con te, deve prendersi la responsabilità di presentarti al figlio in modo diverso. Non servono grandi discorsi o incontri formali e imbarazzanti. Servono consuetudini semplici: una domenica pomeriggio insieme, un gelato, un pranzo veloce in un luogo neutro. Il padre deve iniziare a dire al figlio: "Oggi andiamo a mangiare un gelato anche con lei, perché fa parte della mia vita ed è importante che impariamo a conoscerci". Se il bambino si mostra geloso o rifiuta, il padre deve rassicurarlo sul suo amore, ma non deve cedere allineandosi al silenzio punitivo.
Consiglia caldamente al tuo compagno di formalizzare l'affido e il mantenimento tramite vie legali. Avere un calendario stabilito da un giudice (con i fine settimana alternati, le vacanze estive stabilite, i pernottamenti regolati) toglierebbe al bambino l'ansia di dover "scegliere" quanto tempo passare con il padre e toglierebbe alla ex il potere di monopolizzare la gestione del piccolo. La legalità, in questi casi, è il più grande alleato della serenità di una nuova coppia. Tu non hai figli e hai investito le tue risorse in una storia complessa, accettando fin dall'inizio un carico importante. Questo ti fa onore, ma l'amore non può richiedere l'annullamento della tua presenza. Se il tuo compagno, davanti a queste tue richieste di trasparenza e inclusione, continuerà a sviare, a rimanere vago sulle questioni economiche o a dirti che "è difficile" e che devi aspettare, avrai davanti a te un dato di realtà chiaro su quanto lui sia realmente pronto a fare spazio a una nuova compagna nella sua vita.
Un cordiale saluto.
Dott. Riccardo Focaccia
Dott.Riccardo Focaccia
Psicologo - Ravenna
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