Mio figlio di 25 anni è in continuo conflitto con me
Vorrei un parere su una situazione che mi sta facendo soffrire molto. Mio figlio maggiore ha 25 anni, una famiglia sua, ma da anni vive un rapporto di continuo conflitto con me. Ho la sensazione che provi un forte rancore nei miei confronti, quasi come se mi odiasse. Qualsiasi cosa io dica viene interpretata in modo negativo e spesso ricevo critiche molto dure o commenti offensivi. Quando gli faccio notare che molte persone mi conoscono come una persona disponibile, rispettosa e pronta ad aiutare gli altri, lui risponde che gli altri non mi conoscono veramente e che solo lui sa come sono fatta. Sembra avere un’immagine di me molto negativa e immutabile. Ripensando al passato, mi chiedo se l’origine di questo risentimento possa essere collegata al periodo in cui era ragazzo e fu certificato come dislessico. Io presi quella decisione per aiutarlo nel percorso scolastico, ma ho sempre avuto la sensazione che lui l’abbia vissuta come qualcosa che non mi ha mai perdonato. Questa situazione va avanti da tanti anni e oggi mi sento esausta. Cerco di mantenere la calma, ma spesso, dopo essere stata ferita ripetutamente, finisco per reagire anch’io e dire cose di cui poi mi pento. So che come genitore dovrei riuscire a gestire meglio queste situazioni, ma mi sento arrivata al limite. La cosa che mi fa stare peggio è che a volte mi accorgo di stare più serena quando lui non c’è. Questo mi provoca un forte senso di colpa, perché gli voglio bene e resta mio figlio, ma sono stanca di sentirmi costantemente giudicata, attaccata e costretta a giustificarmi. Vorrei capire come gestire questo rapporto, come proteggermi emotivamente e se esiste un modo per uscire da questo conflitto che sembra non finire mai.”
Cara Roberta,
La sensazione di camminare sulle uova, di vedere ogni parola distorta e di subire sentenze inappellabili genera un senso di logorio e di impotenza che giustifica pienamente la tua stanchezza attuale. Liquidando la tua reputazione esterna (la persona disponibile e rispettosa che gli altri conoscono), tuo figlio protegge la propria narrazione interiore. Se accettasse che tu sei anche una persona buona e apprezzata, dovrebbe mettere in discussione il proprio rancore e fare i conti con la complessità. Preferisce pensarti come un "blocco monolitico" negativo per giustificare la propria rabbia. Spesso i figli proiettano sui genitori l'origine di tutte le loro insicurezze, frustrazioni o fallimenti esistenziali, trasformando la madre o il padre nel capro espiatorio ideale su cui scaricare il peso della propria vita (specialmente ora che ha 25 anni e ha una famiglia sua, con tutte le responsabilità dell'età adulta).
Il tuo intuito materno sul periodo della diagnosi di dislessia è estremamente prezioso e coglie un punto nodale. Tu hai agito mossa dall'amore, dal desiderio di proteggerlo e di fornirgli gli strumenti necessari per affrontare la scuola. Questa era la tua intenzione. Tuttavia, nella mente di un bambino o di un ragazzo, ricevere una certificazione può essere vissuto, a livello profondo e inconscio, in modo radicalmente diverso, può averlo percepito come un marchio di diversità, di inferiorità o di "difetto". Invece di sentirsi protetto, può aver vissuto quel gesto come una conferma del fatto che tu lo considerassi "sbagliato" o non all'altezza delle tue aspettative. Questo cortocircuito dove un atto di cura del genitore viene codificato come un trauma identitario dal figlio è molto comune. Il suo risentimento si è probabilmente cristallizzato lì: non ti ha mai perdonato non la diagnosi in sé, ma la sensazione di fragilità e di umiliazione che ha associato a quel momento storico.
Non devi colpevolizzarti per questo. Il tuo sistema nervoso è saturo, è in uno stato di costante iper-attivazione e difesa. Il fatto che tu provi sollievo quando lui si allontana non significa che non gli vuoi bene o che sei una cattiva madre; significa semplicemente che il tuo corpo e la tua mente hanno un disperato bisogno di una tregua dalle critiche e dalle offese. È legittima difesa emotiva. A 25 anni tuo figlio è un adulto, un uomo con una sua famiglia. Questo significa che il tuo ruolo di protezione e accudimento primario è terminato: oggi il rapporto deve basarsi sulla reciprocità e sul rispetto, non sulla sottomissione al suo giudizio. Ogni volta che lui ti attacca e tu cerchi di spiegare le tue ragioni, di ricordargli quanto fai per gli altri o di difenderti, non fai altro che alimentare il conflitto. Smetti di giustificarti. Quando formuli una frase o un pensiero, e lui lo distorce, non entrare nel merito. Accetta il fatto doloroso che, in questo momento della sua vita, tuo figlio ha bisogno di vederti in modo negativo per alimentare la sua posizione. Non puoi costringerlo a cambiare idea, né puoi riparare il passato con le suppliche. Sposta il focus su di te: coltiva la tua vita, la tua serenità, i tuoi spazi di benessere e le relazioni esterne che ti rimandano un'immagine positiva e reale di chi sei. Tu hai fatto del tuo meglio come genitore, commettendo gli errori che qualunque essere umano commette, ma muovendoti sempre per il suo bene. Se oggi lui sceglie il rancore, questa è una responsabilità che appartiene alla sua vita adulta e che dovrà elaborare lui, magari nel tempo. Tu hai il diritto sacrosanto di preservare la tua salute mentale e di goderti la tua vita e la tua casa in santa pace.
Un cordiale saluto.
Dott. Riccardo Focaccia
Dott.Riccardo Focaccia
Psicologo - Ravenna
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