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Dott. Riccardo Focaccia

Psicologo

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Mi ha rotta?

Gentili dottori, Un anno e mezzo fa, nell’estate del 2024, stavo con una persona che aveva dei seri problemi di controllo della rabbia e manipolatori. Il picco della violenza è stata una notte in vacanza quando, nel pieno di un attacco, si è alzato dal letto (io ero davanti a lui cercando di calmarlo) e mi ha dato una testata sul naso causandomi forte sanguinamento (in seguito ho scoperto che era una microfrattura). Questo episodio eda stato l’apice di un periodo durato circa 6 mesi (prima non era mai capitato o comunque era più lieve) di abusi verbali e fisici (è capitato che mi sputasse in faccia, mi mordesse le braccia causandomi lividi molto grandi, mi bloccasse sul letto sotto di sé, mi spingesse, rompesse cose davanti a me per ferirmi, mi chiamasse tro** o mi dicesse cose orribili insultando anche la mia cuginetta venuta a mancare nel 2019 con cui io sono cresciuta insieme e che ho amato e amo profondamente). Questo episodio del naso mi ha portata finalmente a lasciarlo (è stato molto difficile perché non ero assolutamente lucida e per settimane ero convinta di non essere una vittima di violenza). I miei amici e le mie amiche sono stati di grande aiuto e la mia famiglia anche (con la sola presenza perché non sono mai riuscita a dirgli tutto se non di recente perché non volevo ferirli). Ora sono in una nuova relazione da circa un anno e mezzo (è iniziata subito dopo l’altra): il momento in cui ci siamo incontrati era molto delicato e lui mi è stato di grande aiuto nel superare quello che mi era successo. Avrei forse voluto incontrarlo dopo per evitare di trascinarlo così tanto nel mio dramma ma se uno si incontra e si innamora c’è poco da fare. Il mio attuale ragazzo è una persona meravigliosa e stare con lui mi fa tanto bene: mi sento rispettata e quando litighiamo lo facciamo in modo normale. Nonostante questo io ho ancora dei trigger legati alla relazione passata (sia legati al sesso sia legati al non sentirmi ascoltata). Ora con il mio terapeuta (da cui sono seguita da un anno e mezzo) stiamo ricercando le ragioni profonde di questi trigger per smontarli. Io però sono terrorizzata da come mi comporto quando mi triggero, perché non ho attacchi di panico (credo) ma mi sento scollata da lui e da me stessa, penso che sono intrappolata nella mia testa, metto in atto comportamenti per calmarmi tipo ficcarmi le unghie nella carne o dondolarmi o altri modi di fare grounding, penso che mi dovrebbe lasciare poi sono terrorizzata che mi lasci, inizio a vedere il mio ragazzo come uno sconosciuto, poi me stessa come una pazza e lì mi spavento ancora di più. Cerco di spiegargli come mi sento ma lui capisce solo successivamente e secondo me manco troppo (lui sa tutto quello che mi è successo). Prende alcuni trigger sul personale e crede che lui sia l’origine dei miei attacchi (dice di no ma lo vedo che si sente in colpa). Non riesco a spiegarmi. Ieri gli ho detto “io sto parlando sul piano A e tu sul piano B” ma non empatizza con me e io mi sento solo più sola e in colpa per aver sbroccato in quel modo. A volte ho paura di essere diventata come il mio ex, una manipolatrice che vaga per la stanza piangendo e facendo l’isterica.

Buongiorno Giovanna, 

Le chiedo scusa per l'inconveniente con What'sApp, per cui la chat si è cancellata, ecco comunque la mia risposta alla sua domanda.

La ringrazio per aver condiviso con tanta profondità e coraggio un frammento così intimo e doloroso della sua storia. Ciò che descrive durante i momenti di "trigger" non è la follia, e non ha nulla a che fare con la natura manipolatoria del suo ex abusante. Quando parla di sentirsi "scollata da sé e dal mondo", di essere intrappolata nella sua mente e di percepire il suo attuale compagno o se stessa come estranei, sta descrivendo un meccanismo di difesa arcaico e dissociativo. Nel periodo trascorso con il suo ex, il suo sistema nervoso ha dovuto fronteggiare un pericolo soverchiante in assenza di una via di fuga reale. Quando il corpo non può lottare o fuggire, adotta la strategia del congelamento o dello smembramento percettivo, ovvero la dissociazione . Quella sensazione di scollegamento è il modo che la sua psiche ha trovato, allora e in parte oggi, per proteggerla da un dolore che, nella sua interezza, sarebbe stato insostenibile. Temere di essere diventata una manipolatrice o un'aguzzina solo perché si sperimenta una crisi isterica o una perdita di controllo emotivo è il frutto di un profondo senso di colpa e di un'intrusione del passato nel presente. Un manipolatore agisce per sottomettere, annullare e ferire l'altro traendone un vantaggio o un piacere di potere. Lei, al contrario, sperimenta il terrore di ferire, prova un senso di colpa lacerante, piange la sua solitudine e desidera ardentemente la connessione e l'amore. Il suo "sbroccare" non è un atto di aggressione manipolatoria, ma il grido d'allarme di una bambina interiore spaventata che si sente in pericolo in un luogo che, paradossalmente, è sicuro. Ha usato una metafora straordinaria ed estremamente lucida: "Io sto parlando sul piano A e tu sul piano B". Da un lato c’è lei, che attraversa una tempesta neurobiologica innescata da trigger legati a un trauma profondo. Dall'altro c'è il suo attuale compagno, un uomo sano, che non ha mai vissuto la violenza e che, proprio per questo, fatica a decodificare il linguaggio del trauma. Quando lui prende sul personale la sua crisi e si sente accusato o inadeguato, sposta il fuoco della questione sulla relazione del presente, mentre il vostro passato e le vostre ferite appartengono a un'altra dimensione. La sua solitudine in quei momenti nasce proprio da questo scarto: lei chiede un porto sicuro e una testimonianza amorevole del suo dolore, mentre lui avverte una minaccia alla sua identità di "buon compagno" e si difende a sua volta. Dal punto di vista umanistica - transpersonale, che è la mia derivazione, la crisi non è soltanto un errore del sistema o un sintomo da estirpare, ma un territorio trasformativo. Quella parte di sé che oggi si spaventa e trema è la custode di una verità che chiede di essere integrata, non giudicata. Lei non ha sbagliato a innamorarsi del suo attuale compagno nel momento in cui ne aveva bisogno; l'amore e la protezione che lui le ha offerto sono stati mattoni fondamentali per la sua ricostruzione. Il lavoro prezioso che sta facendo con il suo terapeuta va esattamente in questa direzione: scendere nelle profondità di quei sotterranei emotivi per incontrare le parti di sé che sono rimaste intrappolate in quella stanza d'albergo nel 2024, per dire loro che ora sono al sicuro, che l'incubo è finito e che non devono più difendersi con le armi del terrore.Forse, nel dialogo con il suo compagno, potrebbe provare a disinnescare la contesa dei piani attraverso una premessa esplicita nei momenti di calma: dirgli che quando arriva il trigger, lei non sta lottando contro di lui, ma sta lottando contro un fantasma del passato che ogni tanto torna a abitare il suo corpo. Chiedergli non di risolvere o di capire tutto razionalmente, ma semplicemente di offrirvi uno spazio di contenimento silenzioso, in cui le sia permesso di esistere nella sua fragilità senza che nessuno debba sentirsi in colpa o sotto esame. Il cammino della guarigione non è lineare, e il fatto che oggi emergano questi nodi significa che la parte più profonda di sé si sente finalmente abbastanza forte e al sicuro per poterli affrontare e sciogliere per sempre. La ferita non è il luogo in cui la storia finisce, ma il varco attraverso cui può iniziare la vera integrazione. Non deve continuare a percorrere questo sentiero da sola, né cercare di decodificare da sola i frammenti di una memoria traumatica che appartiene al passato, mentre il presente chiede solo di essere vissuto in pace.

Un cordiale saluto.

Dott. Riccardo Focaccia

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