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Dott. Riccardo Focaccia

Psicologo

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Non sono emotivamente pronta per andare a trovare mio marito al cimitero

Premettendo che a breve riprenderò le sedute con la psicologa che mi ha seguito in questi ultimi dieci mesi, c'è un argomento che mi sta molto a cuore o che comunque è diventato spinoso, in quanto una parte di me si sente un mostro.

Dieci mesi fa mio marito Roberto è venuto a mancare per una complicanza legata alla cirrosi epatica che lo aveva colpito e in questi dieci mesi io non sono ancora riuscita a portargli un fiore al cimitero, non ce la faccio.

Penso a lui ogni giorno, a quello che ha fatto a sé stesso e a me, ma non sono ancora riuscita a portargli un fiore. Il motivo è molto semplice: lo amavo moltissimo e lui mi ha tradito, semplicemente non riesco a passarci sopra e andare lì sarebbe un costante promemoria di quello che ha fatto a sé stesso, a me e a noi.

Non è la prima volta che mi confronto in questa rubrica, per cui chi ha risposto o risponderà conosce l'antefatto: mio marito, l'uomo con cui ho trascorso tredici anni della mia vita, è morto cercando sino all'ultimo di allontanarmi da lui, per "proteggermi" dallo stesso dolore che aveva affrontato anni prima sua madre con suo marito, ovvero il padre di lui.

Ammetteva persino con gli alberi che "se non fosse stato per Giada non so che fine avrei fatto", ma allo stesso tempo, più stava male, più sperimentava i sintomi della malattia del padre e più cresceva il suo turbamento emotivo.

Come avrebbe potuto dire alla donna che amava che stava morendo perché a sua insaputa aveva ripreso il suo lato oscuro? Diceva sempre che lo amavo troppo, più di quanto lui amasse me, e da come lo ripeteva sembrava che, se da un lato ne fosse felice, dall'altro lo considerasse un problema.

Un problema a cui ovviare nel più grande classico dei modi, ovvero cercare con ogni espediente di portarmi a odiarlo e a rompere la relazione. Immagino che cosa diceva in mia assenza: "Mia moglie ne ha passate tante, come sopporterebbe questo?".

Peccato che QUELLO che sopporto da quasi un anno è la sua assenza, la consapevolezza che non potrò più chiamarlo e che lui non potrà più chiamare me, che non potremo più fare la spesa assieme e lamentarci delle nostre rispettive famiglie.

Da cosa mi ha protetto? Da niente.

Chiunque si comporta o ne parla come se questo fosse accaduto per caso, quando non è accaduto per caso: cinque anni fa una mia cara amica è venuta a mancare per un tumore molto aggressivo, questo è accaduto per caso, ma lo stesso discorso non vale per mio marito.

Il tradimento non è solo avere una relazione extraconiugale, ma è anche escludere la persona che ami dal momento decisivo della vostra vita assieme, pur essendo allo stesso tempo consapevole di essere amato in maniera totalizzante da quest'ultima.

Mi sarei arrabbiata per quello che faceva alle mie spalle, ma poi avremmo affrontato tutto assieme, magari lo avrei convinto ad affrontare una riabilitazione.

Il problema erano i suoi fratelli e il loro giudizio: la notizia sarebbe arrivata ai tre semidei che, a differenza mia, sapevano demolire e basta, non ricostruire.

Le parole che Roberto aveva per me non erano le parole di un uomo che non era amato dalla sua donna, ma il contrario: potevamo litigare, pronunciare parole gravi l'uno verso l'altro, demolirci a vicenda, ma sino al suo ultimo respiro non ha mai messo in discussione l'amore che avevo nei suoi confronti e quanto credessi in lui.

Non poteva dire lo stesso dei fratelli che, ai loro occhi, lo vedevano come "lo scemo della famiglia".

A volte penso che in quel letto di ospedale lui abbia pensato a me, a quanto stessimo bene insieme e a quanto saremmo stati ancora meglio se mi avesse ascoltato sull'andarcene da quella casa che per noi è stata nient'altro che veleno.

Fra due settimane compirà 52 anni, in paradiso.

Già immagino la processione della falsità, ovvero tutta la famiglia a fingere quanto Roberto fosse importante per loro: mia cognata, sua figlia, i fratelli amorevoli e uno dei nipoti che tanto definiva Roberto il suo "zietto" quando gli faceva comodo, ovvero per bere e, come lui ammise, per farsi una striscia in sua compagnia: voleva così tanto bene a Roberto che per tre anni, sobillato da mia cognata, aveva cercato di distruggere il nostro matrimonio (Robi ha sempre considerato da subito il nostro rapporto un matrimonio), portandoci a farci del male a vicenda e a dirci cose terribili che nessuno dei due pensava.

Non mi importa cosa potrò sembrare ai loro occhi, chi di loro mi conosce bene e mi riferisco alla parte buona della famiglia, le mie motivazioni le sa perché mi è sembrato giusto esporle.

Allo stesso tempo, potrà sembrare infantile, ma non voglio vedere nessuno di loro: andranno a mettere mezzo chilo di fiori per scaricarsi la coscienza, mia cognata e sua figlia faranno la monolacrima e si esibiranno nella loro migliore interpretazione di loro stesse.

Potrò sembrare infantile e distaccata, ma io proprio non me la sento, non ce la faccio: vedere quella gente non mi farebbe bene e penso che anche Roberto sarebbe d'accordo.

In quel letto di ospedale si ricordava di tutto: del fatto che delle ore precedenti al suo trasporto in ambulanza io ero andata in farmacia a prendergli le medicine e poi a parlare con la sua équipe di epatologia al Policlinico, si ricordava persino che lui nove anni prima aveva fatto lo stesso per me: durante un controllo nel reparto di ematologia dove ero seguita per il linfoma di Hodgkin che mi avevano diagnosticato, una dottoressa mi disse in maniera indelicata e sadica che ero al quarto stadio, che ero terminale addirittura.

Ebbi una crisi di panico e chiesi a Roberto di andare il giorno dopo a parlare con l'équipe di ematologia per conoscere le mie REALI condizioni, la storia si era ripetuta nove anni dopo.

Roberto non si è mai dimenticato di quello e neanche del male che ci aveva fatto la sorellina amorevole, proprio mentre ne parlavamo lui, nonostante fosse attaccato a flebo e macchinari, mi disse che si ricordava tutto, non aveva dimenticato niente.

Per questo io non voglio andare né tra due settimane né il due novembre, o meglio, questa è la seconda motivazione: vedere le persone che ci hanno portato via, seppur indirettamente, il nostro futuro e la nostra vita assieme è una prova troppo dura, soprattutto adesso che ho cominciato l'ennesimo nuovo lavoro: è duro, ma paga bene e non posso permettermi di perdere lucidità e quindi di mandare tutto a monte.

Una volta Roberto mi disse che non avevo bisogno di dimostrare a nessuno quanto lo amassi, che solo io e lui lo sapevamo.

Vorrei pensare che lui in questo momento mi stia dicendo che non ho bisogno di portare un fiore sulla sua tomba per dimostrargli quanto fosse importante per me e che non devo dimostrare niente alla gente falsa.

La mia domanda è se sono l'unica ad avere questo blocco?

Buongiorno Giada,

Cara Giada,

Ti sei chiesta se sei un mostro perché non riesci a portargli un fiore al cimitero, ma la verità è che tu il tuo fiore, e molto più di questo, glielo hai portato ogni singolo giorno per tredici anni, lottando, restando, prendendoti cura di lui nei momenti bui esattamente come lui aveva fatto per te in ematologia quando hai dovuto affrontare il terrore di quel referto. L'amore vero non si misura sui petali di plastica o sui mazzi di fiori lasciati su una lapide per rispettare una liturgia sociale; si misura su quello che ci si è detti, sui ricordi condivisi, su quella promessa intima che apparteneva solo a voi due e che nessun altro potrà mai confiscare o sporcare. Roberto stesso ti aveva liberato da questo peso quando ti disse che non avevi bisogno di dimostrare a nessuno quanto lo amassi, perché solo voi due lo sapevate. E oggi, in questo momento sospeso a dieci mesi dalla sua scomparsa, mentre affronti la fatica di un nuovo lavoro che richiede tutte le tue energie e la tua lucidità, scegliere di proteggerti non è una mancanza di rispetto verso di lui: è un atto di sopravvivenza e di profondo amore verso te stessa. È perfettamente comprensibile che l'idea di recarti lì coincida, nella tua mente, con l'obbligo di incrociare sguardi, ipocrisie e recite di chi ha contribuito a scavare quel solco tra di voi. Quella "processione della falsità" che descrivi con tanta precisione non è il luogo in cui abita Roberto. Il vero Roberto vive nei vostri ricordi, nella consapevolezza che in quell'ospedale, nonostante tutto, vi siete ricordati di ogni istante, della farmacia, della paura condivisa, della forza che vi siete dati a vicenda.

Non sentirti in colpa se per ora la tua tomba per lui è dentro di te, nei tuoi pensieri quotidiani e nel dialogo che continui a portare avanti con la sua memoria. Quando riprenderai le sedute con la tua psicologa, avrai uno spazio sicuro in cui accogliere questo blocco senza giudicarti, dandogli il tempo e il rispetto che merita. Ma per adesso, concediti il permesso di non essere perfetta, di non cedere ai ricatti morali del mondo esterno e di ascoltare quella parte di te che sa esattamente cosa ti farebbe bene e cosa, invece, riaprirebbe ferite che stai faticosamente cercando di rimarginare.

Ti mando un abbraccio sincero e pieno di comprensione.

un cordiale saluto.

Dott. Riccardo Focaccia

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