Aborto volontario (ma non così volontario) e dolore

Buongiorno, Sono una donna ed una madre di 34 anni, con un bambino di quasi 5 anni. È un bambino splendido, ma con cui abbiamo affrontato e stiamo affrontando un percorso clinico per il sospetto di una malattia rara e sarà un percorso lungo per arrivare ad una diagnosi. Tutto questo percorso ci ha resi fragili e cercare una nuova gravidanza è stato per noi un passo coraggioso. Abbiamo scoperto una 2 gravidanza che ci ha resi realmente felici anche se io sono stata malissimo da subito, non capivo come fosse possibile. Poi a 7 settimane abbiamo scoperto di aspettare due gemelli, cosa inattesa perché non abbiamo nessuna familiarità. Era una gravidanza rischiosa per me, rischiosa per i feti in termini di sviluppo e per settimane abbiamo considerato ogni opzione. La verità però è che siamo soli in una città lontana dalle nostre famiglie, senza aiuti e avere due gemelli ci è sembrata una cosa troppo difficile da affrontare, a maggior ragione viste le difficoltà con il maggiore. Abbiamo affrontato ogni opzione possibile, e ci siamo arrivati con sofferenza all'ivg. Ma la verità è che il giorno dell'interruzione è stata terrificante, fino all'ultimo abbiamo titubato ed io ho pianto ogni singolo secondo li dentro, anche risvegliandomi avevo le lacrime. In un primo momento mi sono sentita sporca e di non meritare nulla di buono dalla vita, ma in quel momento ero ancora convinta che fosse l'unica opzione per la nostra situazione e possibilità. Solo che nel percorso si attraversa un dolore immenso e un senso di colpa che non ti lascia. Forse avrei dovuto dare una chance a quelle vite, forse avremmo dovuto affrontare tutto in qualche modo, anche perdendo pezzi importanti di noi, sacrificando molto di ciò che siamo. Non so se ho il diritto di stare male e se questo dolore passerà e so quanto mi sia costato, ma per quanto io mi sia corazzata ora sono nuda con le mie paure e fragilità e non so come attraversare la scelta più difficile mai fatta. Forse avrei dovuto agire diversamente, abbiamo avuto paura di non poter gestire tutto e di perderci e non essere i genitori che siamo ora: presenti, gentili e non arrabbiati per i sacrifici. Abbiamo avuto paura che andare avanti ci avrebbe annientato ma forse anche fermarsi è annientarsi e io non so come uscire da questo dolore.

Salve,

grazie per aver condiviso una parte così intima e dolorosa della sua storia. Nelle sue parole si percepiscono tutta la sofferenza, i dubbi e il peso di una scelta che, da quanto racconta, non è mai stata vissuta con leggerezza, ma attraversata cercando di tenere insieme l'amore per i figli, la responsabilità genitoriale, le difficoltà concrete e la paura di non riuscire a sostenere tutto. Vorrei che provasse, almeno per un momento, a concedersi la possibilità di guardare a sé stessa con la stessa comprensione con cui probabilmente guarderebbe un'altra donna che le raccontasse la sua medesima esperienza. Lei non racconta di non aver desiderato quella gravidanza. Racconta di averla desiderata, di esserne stata felice e, successivamente, di essersi trovata davanti a una realtà complessa, inattesa e carica di rischi, in un momento della vostra vita già segnato dall'incertezza e dalla fatica di affrontare il percorso clinico del vostro bambino. Racconta di una coppia che ha cercato di valutare le possibilità, i propri limiti, le risorse disponibili e le conseguenze di ogni strada possibile. E racconta di una decisione maturata nella sofferenza, non nell'indifferenza. Il fatto che oggi stia così male non significa che abbia preso la decisione sbagliata. Significa, innanzitutto, che ciò che è accaduto ha avuto per lei un significato profondo e che sta affrontando una perdita che porta con sé emozioni, immagini, aspettative e possibilità future che aveva iniziato a immaginare. È comprensibile che la mente torni continuamente a quel momento e si chieda: E se avessimo fatto diversamente? Se avessimo trovato un modo? Se avessimo resistito? Dopo una decisione tanto difficile, soprattutto quando non esiste un'alternativa priva di sofferenza, è possibile rimanere intrappolati nel tentativo di individuare una strada che avrebbe evitato tutto questo dolore. Ma guardare indietro con le emozioni di oggi non è la stessa cosa che decidere allora, quando dovevate confrontarvi con le informazioni, le paure, le condizioni di salute e le risorse che avevate a disposizione in quel momento.Non può sapere con certezza come sarebbe stata la vostra vita se aveste proseguito la gravidanza. E non può nemmeno sapere che cosa sarebbe successo se aveste scelto diversamente. Questo non rende meno reale il dolore per ciò che avete lasciato andare, ma può aiutarla, con il tempo, a non trasformare ogni possibilità immaginata in una colpa da espiare. Vorrei soffermarmi anche su una frase che mi ha colpita..quando scrive di essersi sentita sporca e di non meritare nulla di buono dalla vita. Lei non deve essere punita per questa scelta. Non deve dimostrare di soffrire abbastanza, né rinunciare alla propria serenità per dimostrare quanto quella gravidanza fosse importante per lei. Il dolore non è una condanna e la sofferenza non è una misura dell'amore. Può aver desiderato quei bambini e, allo stesso tempo, aver avuto paura di non riuscire ad affrontare tutto ciò che sarebbe venuto dopo. Può aver provato felicità, speranza, terrore e smarrimento. Può essere stata convinta, in alcuni momenti, che interrompere la gravidanza fosse la scelta più sostenibile e oggi sentirne tutto il peso. Questi vissuti possono coesistere. Non si annullano a vicenda e non la rendono una madre meno amorevole. La paura di perdere voi stessi, di non riuscire a essere presenti per il vostro bambino, di non avere sostegno e di trovarvi a sostenere un carico superiore alle vostre possibilità non è necessariamente egoismo. Sono preoccupazioni che meritano di essere ascoltate e comprese nel contesto concreto in cui sono nate. Riconoscere i propri limiti non significa non amare abbastanza. E avere dei limiti non significa aver fallito. Questo non vuol dire che debba convincersi subito di aver fatto la scelta giusta, né che debba smettere di interrogarsi. Non è necessario trovare immediatamente una risposta definitiva. In questo momento, forse, il compito più importante non è giudicare la donna che ha preso quella decisione, ma prendersi cura della donna che oggi ne sta soffrendo. Non deve forzarsi a stare bene, ma nemmeno affrontare questo dolore da sola. Un percorso di sostegno psicologico potrebbe offrirle uno spazio protetto in cui dare voce a tutto ciò che sta provando, senza sentirsi giudicata o spinta verso una particolare interpretazione di quanto accaduto. Potrebbe aiutarla a elaborare il lutto legato alla gravidanza interrotta, ad accogliere i sentimenti di colpa e ambivalenza, a comprendere i pensieri ricorrenti e a distinguere la responsabilità dalla punizione che sta infliggendo a sé stessa. Potrebbe inoltre accompagnarla nel recuperare gradualmente un rapporto più compassionevole con sé stessa, senza dover cancellare ciò che è successo o sminuire il significato che quella gravidanza ha avuto per lei. Se lo desiderasse, anche il suo compagno potrebbe intraprendere un percorso di sostegno psicologico, individualmente oppure insieme a lei, attraverso alcuni colloqui di coppia. Un'esperienza così dolorosa può essere vissuta in modi diversi da ciascun partner... avere uno spazio in cui condividere le emozioni, ascoltarsi senza cercare necessariamente una soluzione e riconoscere i bisogni reciproci può aiutarvi a non rimanere soli, ciascuno con il proprio dolore. Non si tratta di stabilire chi abbia avuto ragione, ma di comprendere come attraversare insieme ciò che è accaduto, rispettando anche le eventuali differenze nel modo di elaborarlo. Sappia che non è obbligata a trasformare questa esperienza in una lezione, a trovare subito un significato o a convincersi che tutto sia accaduto per una ragione. Può semplicemente riconoscere che è successo qualcosa di profondamente doloroso e che oggi ha bisogno di tempo, ascolto e cura. Non deve scegliere tra essere una madre che ama i propri figli e una donna che riconosce i propri limiti e le proprie fragilità. Può essere entrambe le cose. E può continuare ad amare, a prendervi cura della vostra famiglia e a desiderare un futuro sereno, anche mentre attraversa il dolore per questa perdita. Non posso prometterle che il dolore scomparirà in fretta, ma è possibile imparare, con il tempo e con un sostegno adeguato, a viverlo senza esserne continuamente travolta e senza che il senso di colpa definisca il modo in cui guarda a sé stessa. Si conceda di essere fragile senza considerarsi colpevole. Non deve affrontare tutto da sola e non deve trovare tutte le risposte oggi. Un passo alla volta, con rispetto per la sua storia e per ciò che sta vivendo, è possibile cominciare a ritrovare uno spazio per respirare, senza dimenticare ciò che è stato e senza rinunciare alla possibilità di stare nuovamente bene.

Un caro saluto.

 

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