Mi faccio ricoverare?
Salve scrivo qui per avere un parere, un consiglio. Vado già da una psichiatra, mi aiuta, in parte ma non credo di star migliorando. Sicuramente sto riconoscendo i pattern psicologici autodistruttivi in cui entro ma nonostante sia consapevole di quello che mi succede non riesco a stare bene. Ho quasi 28 anni, uomo, bianco, eterosessuale. Vivo con i miei, non ho un lavoro e faccio studi artistici, dopo aver conseguito una laurea triennale che nemmeno volevo finire. Ho vissuto la mia vita in funzione degli altri, cercando di aiutare/ soddisfare chi mi stava vicino ma finendo sempre per fare un danno a me stesso. Da quello che so già a 3 anni ero triste. In prima media ho conosciuto la depressione, al punto che vomitavo ogni mattina prima di andare a scuola. Ho sviluppato problemi sociali grazie a dinamiche interne alla mia famiglia e nonostante abbia cercato di essere la persona più giusta con gli altri ho solo mangiato tanta merda. Per pagarmi le dipendenze, le uscite, vado al mercato compro e rivendo vestiti usati, mi fa sentire un randagio, un disperato. Faccio arte e mi piace pure se non fosse per il fatto che mentre i miei compagni stanno raccogliendo i frutti della loro semina, io non vedo uno spiraglio di speranza e in tutto ciò hanno 5-8 anni meno di me. Ho provato a cercare lavoro ma non trovavo nulla che mi piacesse o che fosse dignitoso per gli studi fatti. Solo lavori che troverebbe anche un diplomato, con rapporto lavoro-retribuzione oscena e dove l’umanità viene a mancare. Sono quello che ascolta sempre chi sta male e cerca di dargli parole di forza, ma quelle poche volte che cerco io del supporto vengo sminuito e silenziato, l unica persona che mi ascolta e che prova ad aiutarmi la devo pagare. Sono abbastanza sicuro di aver avuto diverse psicosi nella mia vita. Sono stanco di sperare che la gente mi capisca e riesca a trattarmi come ho bisogno ma sembra che nessuno mi veda veramente. Spengo quello che provo con sostanze, perché non riesco a sopportare il peso della mia esistenza. Qualche anno fa scrissi su un diario che se non mi fossi realizzato entro i 35 mi sarei ammazzato. Ad oggi non credo di riuscire ad aspettare così tanto. Non penso di voler superare i 30 anni. Non festeggio mai, compleanni o qualsiasi cosa, non ne trovo il motivo però sono abbastanza sicuro che il giorno che faccio gli anni massimo entro il 30esimo anni mi faccio un regalo e mi impicco dove nessuno mi può trovare, dopo magari un paio di mesi di vacanza in giro per il mondo con quei due spicci che ho messo da parte in questa vita.
Gentile Simone, accolgo il suo grido di stanchezza con estremo rispetto e una profonda partecipazione. Leggendo le sue parole, sento tutta la fatica di chi ha passato la vita a cercare di "essere giusto" per gli altri, finendo per diventare invisibile a se stesso e al mondo. Quel senso di essere un "randagio", come lo definisce lei, e quel macigno di tristezza che la accompagna fin da quando aveva tre anni, raccontano di un’anima che ha esaurito le scorte di ossigeno.
Voglio dirle subito una cosa: è comprensibile che la sola consapevolezza dei propri pattern, che sta raggiungendo con la psichiatra, non basti a farla stare bene. La consapevolezza è come una mappa, ma quando ci si sente in fondo a un pozzo, guardare la mappa non aiuta a risalire; serve una corda, serve forza nelle braccia e, soprattutto, serve qualcuno che tiri insieme a noi.
Il dolore che prova è reale e non va sminuito. Ecco alcuni aspetti della sua sofferenza che vorrei provare a guardare insieme a lei:
Il peso dell'altruismo tossico: Aver vissuto in funzione degli altri l'ha portata a svuotarsi. Quando lei si è fatto carico del dolore altrui senza ricevere ascolto in cambio, ha creato un debito emotivo enorme. È normale sentirsi traditi e silenziati quando si è stati "la roccia" per persone che non sanno essere nemmeno "sabbia" per noi.
Il confronto con gli altri: Vedere i compagni più giovani "raccogliere i frutti" mentre lei si sente bloccato è una ferita costante alla propria autostima. Ma l'arte, così come la vita, non ha un tempo lineare. Il suo percorso è stato rallentato da un fardello emotivo (la depressione precoce, le dinamiche familiari) che i suoi colleghi probabilmente non hanno dovuto portare. Lei non è "indietro", lei sta camminando con uno zaino pieno di pietre.
L'uso di sostanze come "anestesia": Le sostanze che usa per spegnere il dolore sono un tentativo disperato del suo corpo e della sua mente di sopravvivere a un'esistenza che percepisce come insopportabile. Non sono il problema principale, ma il sintomo di una ferita che non trova altro modo per essere lenita.
Cosa possiamo fare oggi?
La sua scadenza dei 30 anni è un segnale di allarme che non può essere ignorato. Quel "regalo" che pensa di farsi è in realtà l'ultima, estrema richiesta di smettere di soffrire, non di smettere di vivere.
Non resti solo con questo pensiero: Il fatto che lei abbia scritto qui è un atto di vita, una mano tesa nel buio. Le chiedo di non tenere per sé questo progetto di farla finita. Se sente che l'impulso diventa troppo forte, la prego di rivolgersi immediatamente a un servizio di emergenza o di parlarne apertamente con la sua psichiatra. La sua vita vale molto più di qualsiasi realizzazione professionale o "successo" artistico.
Integrare la terapia: La psichiatria è fondamentale, ma in momenti di così profonda crisi esistenziale e relazionale, un percorso di psicoterapia clinica può aiutarla a lavorare sul "corpo" del suo dolore, a ritrovare un radicamento che le permetta di non sentirsi più un randagio, ma un uomo con il diritto di esistere a prescindere da quanto guadagna o da cosa vende al mercato.
Il valore della sua arte: Lei dice che l'arte le piace. Quello è il suo spazio di verità, l'unico luogo dove non deve soddisfare nessuno se non la propria urgenza espressiva. Non lo misuri con il successo degli altri, lo usi come ancora.
Mi farebbe davvero piacere poterla ascoltare e aiutarla a trasformare quel "macigno" in qualcosa di diverso, offrendole quello spazio di accoglienza e validazione che finora le è mancato. Merita di essere visto per chi è, non per quanto è utile agli altri. Ricevo anche online, se questo può aiutarla a fare un primo passo verso un supporto che non la faccia sentire sminuito.
La prego, si conceda la possibilità di cambiare il finale di questo diario. C'è una parte di lei che ha ancora voglia di viaggiare e di vedere il mondo: proviamo a fare in modo che quel viaggio sia l'inizio di qualcosa, non la fine.
Le mando un abbraccio sincero e resto in attesa, se vorrà.
Psicologa Clinica - Roma