Dott.ssa Cinzia Rondoni

Dott.ssa Cinzia Rondoni

Psicologa Clinica

Rapporto conflittuale con mia madre

Sono una ragazza di 23 anni, e ho da sempre un rapporto conflittuale con mia madre. Premetto che sono cresciuta con lei e mia sorella, mio padre non è mai stato presente, per cui lei si è fatta carico di tutte le responsabilità familiari, quindi questo sicuramente ha inciso sul benessere e la stabilità in casa nostra. Mi ritrovo a scrivere qui perché oggi abbiamo avuto l’ennesima discussione, e io sono arrivata ad un punto in cui la sua sola presenza mi è intollerabile, per la maggior parte del tempo che passo in casa con lei sento un macigno sul petto. Mi ha consigliato di contattare uno psicoterapeuta perché secondo lei non sono una “figlia normale” e sono una “narcisista come mio padre” (parole sue). Questo essenzialmente perché non riesco a mostrare affetto nei suoi confronti soprattutto quando siamo in pubblico, e questo è vero. In generale non riesco ad esprimere emozioni e ad essere spontanea davanti a lei, provo un grande disagio ad abbracciarla o anche a sorridere quando siamo in pubblico. Ma questo mi accade solo quando sono con lei, quando invece sono con altre persone (con i miei amici in università, con i colleghi a lavoro) sono una persona totalmente diversa, solare, positiva, sorridente. Io non so da cosa deriva questo disagio, e sicuramente non aiuta il fatto che lei me lo rinfaccia e me ne fa una colpa sin da quando sono piccola, senza mai mettersi in discussione e interrogarsi se forse anche lei abbia in parte contribuito a ciò che mi ha portato ad essere così. Nella discussione che abbiamo avuto oggi gliel’ho detto, ma lei ritiene di non aver mai sbagliato niente, di essere stata la madre perfetta che tutti vorrebbero, che sono sempre stata io quella “oppositiva”, che la “scredita” davanti agli altri. Ritiene che sin da quando ero bambina ho sempre cercato di “fargliela pagare” per qualche cosa. Ora, sicuramente avrò sbagliato anche io e non sarò stata la figlia perfetta che non ha mai dato problemi, però non trovo giusto lei mi attribuisca tutta la colpa degli atteggiamenti che avevo a 9/10 anni, posto che a quell’età quasi mai si agisce con cattiveria, ma si agisce di conseguenza, per cui probabilmente ero io la prima ad essere stata ferita. Un’altra cosa che spesso mi rimprovera è il fatto che, a detta sua, io la contraddico per screditarla. Non vuole mai essere contrariata, e quando lo faccio lei lo percepisce come un attacco personale, e comincia a mettermi in bocca parole che non ho detto, ad esempio che le dò della stupida. E ciò vale anche per le cose più insignificanti (ad esempio, l’altro giorno dovevamo andare a cena fuori, lei voleva partire da casa un’ora prima, io le ho fatto notare che non c’era bisogno di fare di corsa perché il ristorante dista circa mezz’ora, e lei se l’è presa sul personale e mi ha risposto male dicendomi che la contraddico sempre). Inoltre, un’altro suo atteggiamento che mi dà estremamente fastidio è che quando litighiamo mi vomita addosso le peggiori cattiverie che una madre potrebbe dire ad un figlio (una volta mi ha detto che si è pentita di aver fatto figli, che se tornasse indietro non si sposerebbe e non metterebbe su famiglia), e poi, il giorno successivo, senza chiedere scusa né chiarire la situazione, torna ad essere una madre amorevole, e spesso, poiché sa di aver esagerato, per cercare di sistemare le cose torna a casa da lavoro con un regalo (ad esempio, l’ultima volta mi ha comprato un paio di scarpe che desideravo da mesi), e pretende che tutto ritorni come prima, come se le sue parole non avessero alcuna conseguenza sul mio umore. Quando fa così mi sento in trappola, perché da un lato non riesco a fare finta di niente dopo tutto quello che mi ha detto, però dall’altro se non la ringrazio e mi comporto in maniera fredda e distaccata (come mi verrebbe naturale fare) ho il terrore di ricominciare a litigare e di sentirmi dire che sono un’ingrata, per cui mi ritrovo costretta a dover fingere che non sia successo nulla. In sintesi, il nostro rapporto è diventato insostenibile ed estremamente teso. Io ormai cammino sulle uova per paura che una parola detta male possa scatenare una sua reazione eccessiva e dare luogo all’ennesima discussione. Come faccio a gestire questa situazione? Non vedo altra via di uscita se non andarmene via di casa, ma attualmente non posso permettermelo.

Gentile Nina, accolgo con molta cura il suo sfogo e quel senso di oppressione, quel "macigno sul petto" che descrive con tanta chiarezza. È un’immagine fisica molto potente che racconta quanto il suo corpo stia reagendo a un ambiente che percepisce come non sicuro o emotivamente soffocante.

Il fatto che lei riesca a essere solare, positiva e spontanea con gli amici e i colleghi è un segnale fondamentale e molto rassicurante: le dice che la sua capacità di entrare in risonanza con gli altri è intatta. Il "blocco" che sperimenta con sua madre non è una sua mancanza di carattere o un sintomo di "anormalità", ma sembra piuttosto una forma di protezione che il suo sistema ha attivato per difendersi da anni di critiche e colpevolizzazioni. Quando non ci sentiamo visti o accolti per ciò che siamo, il nostro corpo "si chiude" e diventa difficile mostrare affetto o spontaneità.

Il racconto che fa del comportamento di sua madre suggerisce una dinamica piuttosto complessa:

  • L'incapacità di scusarsi e i "regali riparatori": Questo comportamento crea un profondo senso di confusione. Il regalo diventa un modo per tappare il buco lasciato dalle parole feroci, senza però affrontare il dolore che quelle parole hanno causato. È normale che lei si senta "in trappola": è il paradosso di dover ringraziare per un oggetto chi, poco prima, ha calpestato i suoi sentimenti.

  • La proiezione: Definire una figlia di 23 anni "narcisista" o "non normale" perché esprime disagio è un modo per spostare tutta la responsabilità del conflitto su di lei, evitando di guardare alle proprie fragilità o fatiche di madre che ha cresciuto due figlie da sola.

  • Camminare sulle uova: Questa condizione di allerta perenne consuma una quantità enorme di energia vitale. Quando viviamo nel timore di una reazione eccessiva, smettiamo di vivere e iniziamo a "sopravvivere", controllando ogni respiro e ogni parola.

Cosa può fare per gestire questa situazione, finché non avrà la possibilità di andare a vivere altrove?

Innanzi tutto, è importante che lei inizi a validare i propri sentimenti. Non è "cattiva" o "ingrata" se prova disagio; la sua freddezza è una risposta coerente a un clima di instabilità. Provi, per quanto possibile, a praticare un certo "distacco emotivo": riconosca che le parole taglienti di sua madre e le sue accuse parlano di lei, della sua storia e delle sue frustrazioni, molto più di quanto parlino della sua reale identità di figlia.

In secondo luogo, cerchi di crearsi degli spazi di "ossigeno" fuori da casa il più possibile, dove può continuare a nutrire la versione di sé solare e sorridente che ama. Quella è la sua verità, non l'immagine che le viene restituita tra le mura domestiche.

Sua madre le ha suggerito di contattare uno psicoterapeuta: ironicamente, questo potrebbe essere un ottimo consiglio, ma non per i motivi che crede lei. Un percorso terapeutico potrebbe essere lo spazio perfetto per lei per rinforzare i suoi confini, imparare a gestire quel macigno sul petto e smettere di assorbire colpe che non le appartengono.

Mi farebbe molto piacere poterla accompagnare in questo processo di protezione e riscoperta di sé. Avere un luogo dove non deve "camminare sulle uova" può aiutarla a ritrovare quella spontaneità che oggi sente di poter vivere solo fuori casa. Le ricordo che ricevo anche online, se questo dovesse renderle più facile iniziare un percorso.

Le auguro di cuore di ritrovare presto la leggerezza di un respiro pieno.

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Dott.ssaCinzia Rondoni

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