Mi sento schiacciata
Salve, sono M. e sono moglie, mamma e militare. I miei figli stanno entrando nell'adolescenza ed è faticoso gestire questo periodo. Lavoro fuori casa 9/10 ore al giorno. Il mio lavoro mi ha sempre profondamente delusa nonostante mi sia arruolata per fede e passione. Mio marito è un brav'uomo, ma superficiale ed emotivamente assente...quando gli parlo dei miei problemi e preoccupazioni lui mostra disagio e tende a minimizzare. Io sto provando, da molti mesi, un gran desiderio di farla finita. Mi trattiene il pensiero del grande dolore e trauma che cagionerei ai miei figli.
Gentile Maristella,
la ringrazio per aver trovato la forza di scrivere ciò che sta vivendo. So che non è semplice mettere nero su bianco pensieri così dolorosi.
Leggendo il suo messaggio, mi ha colpito una cosa in particolare. Lei si presenta dicendo di essere moglie, mamma e militare. Poi racconta le difficoltà con i figli adolescenti, il lavoro che l'ha profondamente delusa, il rapporto con suo marito e le responsabilità quotidiane.
Mi sono chiesta, però, dove sia rimasta Maristella in tutto questo.
Ho avuto la sensazione che, nel tempo, la persona abbia lasciato spazio ai ruoli. Quando si è abituati a essere il punto di riferimento per gli altri, a sostenere responsabilità importanti e a continuare ad andare avanti anche nei momenti più difficili, può diventare estremamente complicato riconoscere il momento in cui anche noi abbiamo bisogno di essere sostenuti.
Lei descrive una stanchezza che sembra andare oltre la fatica fisica. Racconta la perdita di entusiasmo per un lavoro che aveva scelto con convinzione, la sensazione di non sentirsi davvero compresa nella relazione di coppia e il peso di dover affrontare contemporaneamente molte richieste. Quando questi elementi si accumulano, non è raro che la persona inizi a percepire il futuro come privo di possibilità e la sofferenza come insostenibile.
Vorrei soffermarmi con delicatezza su un passaggio del suo messaggio. Lei scrive che da mesi pensa di "farla finita", ma aggiunge che il pensiero dei suoi figli la trattiene. Credo sia importante prendere molto sul serio queste parole. Non perché definiscano chi è lei, ma perché raccontano quanto il dolore abbia raggiunto un livello che merita un aiuto immediato e concreto.
Le suggerisco di non affrontare questa situazione da sola. Se questi pensieri sono presenti anche oggi o dovessero intensificarsi, è importante parlarne quanto prima con uno psicologo, uno psichiatra, il suo medico di medicina generale o con un servizio di emergenza, soprattutto se dovesse temere di poter passare dal pensiero all'azione. Chiedere aiuto in questa fase è un gesto di tutela verso sé stessa e verso le persone che ama.
Solo dopo aver messo al sicuro questo momento così delicato, ci sarà spazio per comprendere insieme il significato delle tante delusioni che racconta: quella professionale, quella relazionale e quella legata alla fatica di sostenere una famiglia in una fase complessa del ciclo di vita. Oggi, però, la priorità è che lei non resti sola con questo dolore.
Vorrei lasciarle un'ultima riflessione. Dal suo messaggio non emerge una persona che ha smesso di amare la vita. Emerge una persona che, per troppo tempo, ha cercato di essere forte senza trovare uno spazio in cui poter essere fragile. Sono due cose molto diverse. E proprio questa differenza mi fa pensare che esista ancora una parte di lei che desidera essere aiutata: è la stessa parte che l'ha portata a scrivere qui.
Le auguro di permettersi di chiedere quell'aiuto con la stessa determinazione con cui, fino a oggi, si è presa cura degli altri. Nessuno dovrebbe attraversare una sofferenza di questa intensità da solo.