Ansia sul lavoro
Salve, Mi chiamo Luca ho 29 anni. Vorrei parlarvi di una mia situazione che mi sta attanagliando da tempo. Quando la mattina mi alzo per andare a lavoro provo ansia, angoscia, malinconia, tristezza. Ogni mattina appena mi metto in macchina per recarmi sul posto di lavoro ho voglia di tornare indietro a causa di queste emozione scritte sopra. Ho provato in tutti i modi ma non c'è soluzione per me. Alla fine quando sono in macchina alcuni giorni torno indietro e me ne rivado a casa inventandomi scuse con la mia azienda, a causa di questo disagio ho dovuto cambiare varie aziende e lavori ma niente ha funzionato. Ormai ho quasi 30 anni e sento che è arrivato il momento di sistemarmi, di avere la mia indipendenza. Il mio desiderio sarebbe quello di avviare un qualcosa di mio ma il problema è che non ho un budget sufficiente e i miei genitori non possono finanziarmi. Vado da una psicologa ho spiegato la situazione ma niente funziona. Scrivo qui per cercare magari un parere di altri professionisti.
Buongiorno Luca,
leggendo il suo messaggio, mi ha colpito un aspetto che credo meriti attenzione. Lei racconta di aver cambiato diverse aziende, ma descrive una sensazione che sembra ripresentarsi ogni volta nello stesso momento: al risveglio, durante il tragitto verso il lavoro, quando sente il desiderio di tornare indietro.
Questo mi fa pensare che il problema non sia tanto il singolo ambiente lavorativo, quanto ciò che accade dentro di lei quando si avvicina all'idea di affrontare una nuova giornata.
Mi sembra significativo anche che il suo obiettivo non sia evitare il lavoro. Al contrario, lei esprime il desiderio di costruirsi un futuro, diventare indipendente e, un domani, avviare un'attività in proprio. Questo racconta una persona che desidera realizzarsi, non qualcuno privo di motivazione.
Proprio per questo mi chiederei se l'ansia che prova non stia entrando in conflitto con una parte di lei che sente il peso delle responsabilità, delle aspettative o del timore di non riuscire a essere all'altezza. Naturalmente questa è solo una possibile chiave di lettura e andrebbe approfondita all'interno del percorso terapeutico, senza trarre conclusioni affrettate.
C'è un altro elemento che trovo interessante. Lei scrive di aver cambiato diversi lavori, ma il disagio è rimasto. A volte siamo portati a pensare che cambiando contesto il problema scomparirà. Quando, invece, la sofferenza si ripresenta in situazioni differenti, può essere utile spostare la domanda da "Qual è il lavoro giusto?" a "Che cosa rappresenta per me il lavoro?"
Per alcune persone il lavoro è soltanto un'attività. Per altre diventa il luogo in cui si misura il proprio valore, la propria autonomia, il timore di deludere gli altri o di fallire. Quando questo accade, anche una normale giornata lavorativa può essere vissuta come una prova continua. L'ansia, allora, non parla necessariamente del lavoro, ma del significato personale che quel lavoro ha assunto.
Vorrei soffermarmi anche sul fatto che lei è già seguito da una psicologa. È un elemento importante. Se ha la sensazione che il percorso non stia producendo i risultati sperati, le suggerisco di portare apertamente questo vissuto all'interno della terapia. Parlare anche delle aspettative rispetto al trattamento e dei momenti in cui sente di bloccarsi può diventare parte del lavoro terapeutico, non un segnale di fallimento.
Infine, vorrei lasciarle una riflessione. Dal suo racconto emerge il desiderio di trovare il lavoro che le permetta di stare finalmente bene. È un desiderio comprensibile. Tuttavia, talvolta il cambiamento più importante non consiste nel trovare un lavoro privo di ansia, ma nel costruire un rapporto diverso con sé stessi quando l'ansia si presenta. È questa trasformazione che, nel tempo, può restituire libertà di scegliere il proprio percorso senza che sia la paura a decidere.
Le auguro di proseguire il suo cammino con fiducia. Il fatto che continui a cercare una soluzione e che desideri costruire il suo futuro è già una risorsa preziosa su cui poter lavorare.