Come aiutare un ragazzo ad inserirsi nel gruppo e a coltivare le amicizie?

Salve, sono mamma di un ragazzino di 12 anni. Quando era piccolo non ha mai avuto problemi relazionali. È sempre stato con tutti. Mai avuto un amico del cuore. Alle elementari era inserito completamente nella classe e nonostante facesse uno sport singolo ha sempre avuto buoni rapporti con gli amichetti. Da un annetto però la situazione è cambiata. Avendo cambiato sport ( calcio!) è stato prima preso di mira per il ruolo e la poca abilità; poi ho notato che, nonostante il gruppo lo abbia inserito perché diventato bravino, lui sta sempre in disparte. A scuola, non ha fatto amicizia con nessun maschietto. Anzi, un giorno è tornato a casa dispiaciuto perché gli amici avevano preferito una femminuccia a lui nella composizione del fantacalcio. Gli amici stretti delle elementari non lo invitano più alle uscite perché considerato fastidioso. Da ultimo un gruppo lo ha inserito per poi decidere che dovesse essere escluso dalla gita in piscina, già organizzata. In gita in autobus nessun bambino si è seduto con lui. Idem durante il torneo della scuola calcio. Questo mi ferisce tanto. Lui è già figlio unico e non ha cugini della sua eta'.Mi domando in cosa ho sbagliato. Favorisco le uscite, chiedo di invitare amici a casa. Lui apparentemente è sereno e sembra che non ci rimanga male. Mi dice solo ' mamma, i rapporti sociali non sono più come ai tuoi tempi.' Io però mi dispiaccio e non so come potrei aiutarlo.

Gentile Signora,

leggendo il suo messaggio, la prima emozione che arriva è il dolore di una madre che osserva il proprio figlio sentirsi ai margini e si chiede, inevitabilmente, se avrebbe potuto fare qualcosa di diverso. Vorrei rassicurarla su un punto: dalle sue parole non emerge il racconto di una madre disattenta, ma di una madre presente, che osserva con sensibilità e cerca di offrire al figlio occasioni di incontro e di crescita.

Mi ha colpito, però, un particolare che credo sia importante. Lei racconta che suo figlio è sempre stato ben inserito nei gruppi, ma aggiunge anche che non ha mai avuto un amico del cuore. Questo elemento mi fa pensare che la difficoltà di oggi non riguardi soltanto l'essere escluso, ma forse un modo di vivere le relazioni che merita di essere compreso meglio.

Essere circondati da compagni e riuscire a costruire amicizie profonde sono, infatti, due competenze diverse. Alcuni ragazzi partecipano alle attività del gruppo senza riuscire a trovare un posto relazionale in cui sentirsi realmente riconosciuti. Quando arriva la preadolescenza, questa differenza diventa più evidente: il gruppo non si basa più solo sul giocare insieme, ma su dinamiche più complesse di reciprocità, sintonia, comunicazione e appartenenza.

Un altro elemento che mi incuriosisce è il fatto che episodi simili si ripetano in contesti differenti: la scuola, il calcio, il tempo libero. Quando una dinamica compare in ambienti diversi, può essere utile spostare l'attenzione dalla domanda "Perché gli altri lo escludono?" alla domanda "Come vive lui le relazioni e come viene percepito dagli altri?".

Lei riferisce che alcuni coetanei lo definiscono "fastidioso". È una parola che può racchiudere significati molto diversi e che, da sola, non dice nulla sul valore di suo figlio. Potrebbe indicare modalità comunicative particolari, difficoltà nel cogliere alcuni segnali sociali, il desiderio di partecipare senza riuscire a trovare il momento giusto, oppure semplicemente dinamiche tipiche dei gruppi di questa età. Prima di trarre conclusioni, sarebbe importante comprendere cosa si nasconde dietro quella definizione.

Mi ha colpito anche la frase che suo figlio le ha detto: "Mamma, i rapporti sociali non sono più come ai tuoi tempi." Potrebbe essere un modo per rassicurarla, per proteggersi dalla delusione o, semplicemente, il suo tentativo di dare un senso a ciò che sta vivendo. Per questo le suggerirei di non fermarsi alle parole, ma di continuare a osservare come cambia il suo umore, quanto desidera davvero stare con i coetanei, se mantiene interessi, entusiasmo e fiducia in sé stesso.

Credo che il modo migliore per aiutarlo non sia trovare rapidamente nuovi amici, ma offrirgli contesti nei quali possa sperimentare relazioni diverse e sentirsi valorizzato per ciò che è. A volte basta incontrare un ambiente più affine ai propri interessi perché un ragazzo scopra modalità nuove di stare con gli altri e costruisca legami più autentici.

Se queste difficoltà dovessero mantenersi nel tempo o diventare fonte di sofferenza, potrebbe essere utile una valutazione psicologica dell'età evolutiva. Non per cercare immediatamente una diagnosi, ma per comprendere il suo funzionamento relazionale, i suoi punti di forza e gli aspetti sui quali poter lavorare. Intervenire precocemente significa spesso offrire ai ragazzi strumenti che li accompagneranno anche nelle relazioni future.

Vorrei lasciarle un'ultima riflessione. Come genitori è naturale desiderare che i figli siano accettati da tutti. Tuttavia, l'obiettivo più importante non è essere scelti da qualunque gruppo, ma aiutare un ragazzo a costruire relazioni nelle quali possa sentirsi accolto senza dover rinunciare a essere sé stesso. È questa sicurezza interiore che, nel tempo, rende le amicizie più solide e autentiche.

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