Professore Diego Guarneri

Professore Diego Guarneri

psicologo, psicodiagnosta, mediatore familiare

Mi sento inesistente, vorrei semplicemente scomparire

Buongiorno. Sono Anna, ho 25 anni. Da quando mi sono iscritta all'università la mia vita è andata a rotoli: prima ero una persona abbastanza mediocre, ora non esisto più. Sono iscritta da 6 anni ad un corso di laurea triennale, in due anni avrò dato 2 esami. Ho il terrore di andare in università, mi sento una fallita dall'istante in cui metto il piede fuori di casa a quando ci faccio ritorno. Gli esami che devo dare sono abbastanza semplici (è un indirizzo scientifico), l'ultimo esame che ho dato l'ho studiato in una settimana nel panico totale scoppiando a piangere due volte al giorno, non volevo sostenerlo, mi sentivo una fallita, una parassita (dei miei genitori che mi mantengono) che invecchia in università. Alla fine non so perché l'ho dato e con un ottimo risultato (30 e lode), ma il voto non è altro che la conferma che ho qualcosa che non va, che non sono stupida, ma non ce la faccio. L'idea di andare a lavorare mi uccide perché so che non ne sarei mai e poi mai capace: chi mai assumerebbe una vecchia (perché in rapporto alle mie esperienze la mia età è un problema) senza esperienza? Ho fatto qualche lavoretto in passato, ma l'ho lasciato per dare tempo allo studio. Per lo studio ho lasciato anche la band in cui cantavo, lo sport che amavo, ma tutto ciò non è servito a niente, ha solo peggiorato la situazione. Mi sono annullata come persona, io non esisto più. Con tutti questi problemi ho abbandonato tutti gli amici che avevo, non sono mai stata un mostro sociale, anzi, ma ora sono proprio sola. Ho fatto piazza pulita, non voglio che mi vedano così, e anche se ci uscissi non saprei di cosa parlare con loro: che argomenti si possono avere in comune con una che sta chiusa in casa tutto il giorno? Sul piano emotivo sono completamente vuota: penso di non aver mai voluto bene a nessuno realmente, certo sono affezionata ai miei e a mia sorella, ma non sento un legame con loro, soprattutto ora che mi sento un parassita nei loro confronti. Loro mi hanno sempre dato tutto sul piano materiale, ma dal lato affettivo non ricordo una sola volta nella mia infanzia che mia madre mi abbia abbracciato o che mio papà mi abbia detto che mi vuole bene. E' successo la prima volta solo l'anno scorso: era un brutto periodo e ho avuto un crollo nervoso, piangevo tutte le notti per tutta la notte, pensavo al suicidio in continuazione, sono dimagrita 8 chili in 10 giorni e avevo il bisogno fisico che qualcuno mi volesse bene e che mi abbracciasse, per questo lo chiedevo in continuazione ai miei che, volenti o nolenti, vedendo in che stato ero, mi accontentavano. Mia sorella invece mi trattava malissimo, mi chiamava con epiteti che non mi va di ripetere, e so che aveva ragione, ma io non ero in me, avevo bisogno di lei e lei non c'era, ma come posso biasimarla? A questa situazione sopravvivo in un solo modo: abbuffandomi. Appena tutti escono la mattina io mi abbuffo, mangio e mangio fino a stare male, io DEVO stare male, così non penso a quello che mi circonda. Se ho mal di stomaco e devo stendermi per quella mezz'oretta io sono libera. Sono sempre stata un po'indietro su certe cose rispetto ai miei coetanei (ad esempio non ho mai neanche dato un bacio ad un ragazzo, figuriamoci il resto, e non sono inguardabile, ho qualche chilo di troppo ma niente di tragico) ma ora mi sento in un abisso rispetto a loro. Mi sento inesistente, vorrei semplicemente scomparire, ma poi penso alle mille cose che vorrei fare e non ce la faccio ad arrendermi così e farla finita. So di fare schifo, che la lettera di una bambocciona che si piange addosso può interessare a ben poche persone. Mi scuso della lunghezza e se nella foga dello sfogo sono stata poco chiara ma avevo bisogno per una volta di chiedere il parere di qualcuno dato che non parlo mai con nessuno di come sto. Vi auguro una buona giornata. Anna

Cara Anna,

Le esperienze che stai attraversando sono importanti. Importanti? Perché mai? Ti starai chiedendo. Perché sono un segnale che rivela molto di te e della tua interiorità. Sono un modo per comunicare al mondo le tue sofferenze e i tuoi dubbi, i tuoi “non posso farcela”.

Per queste ed altre ragioni, tutte le cose di cui parli sono da intendere come un “linguaggio”, da capire e da interpretare. Alle domande poste tramite questo linguaggio, fatto di gesti, impulsi, rimpianti e paure, è opportuno rispondere nel modo giusto, tramite anche l’aiuto di un esperto che possa guidarti nella “traduzione” in qualche “lingua” che tu comprendi bene e alle quali una ragazza giovanissima con le tue capacità saprà esattamente rispondere nel modo giusto.

Trovo questa metafora calzante perché nella vita l’importante è capire gli altri e capirsi: gran parte dei problemi con noi stessi deriva dalla scarsa attenzione che poniamo alle nostre esigenze e alla  valutazione non obiettiva delle nostre capacità. E’ importante, in questa fase della tua vita fatta di naturali perplessità dovute all’ambiente universitario spesso decontestualizzante,  che qualcuno sappia guidarti proprio nella riscoperta delle tue grandi - ne sono sicuro da come parli-  sensibilità e capacità intellettuali e relazionali.

Cordiali Saluti

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Dott.ssaPamela Rigotti

Psicologo, Psicoterapeuta - Udine - Gorizia

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