Fino a quanto possiamo aiutare?
Con il mio ragazzo non va bene, non è questa la relazione che sognavo. Piango troppo spesso quando invece dovrei essere piena di entusiasmo per questo nuovo capitolo, siamo finalmente andati a vivere insieme dopo mesi a distanza o brevi convivenze di uno/tre mesi. Abbiamo aspettato questo momento per mesi e non funziona. Non sappiamo comunicare. Io sono l’unica che tira fuori l’argomento e trovo solo silenzi, “non so cosa dire” oppure “sono stanco di parlare parlare parlare”. Ma il punto è che non parliamo, io parlo sempre, da sola. Ho un muro davanti che non so più come approcciare, provo a lasciarli tempo e spazio oppure ad “attaccarlo” aspettando una reazione a caldo diciamo oppure scrivendogli lettere e niente. Gli spiegavo che lo vedo bloccato, come un ingranaggio da sbloccare con la giusta chiave e che questo influenza il suo non sapersi ascoltare, sentire come le cose lo fanno stare. Da lì questo suo “non so cosa voglio fare con la mia vita e forse mai lo saprò” e uguale con i problemi della relazione, è bloccato e non sa dirmi di più di un “non so cosa fare”. Gli ho spiegato che da solo non deve fare niente, che dobbiamo imparare a essere insieme contro il problema. Individuarlo e affrontarlo. Sicuramente il suo passato (ha perso il padre da piccolo dopo che i genitori avevano divorziato e tuttora che ha 29 anni fa fatica a parlarne) l’ha portato ad affrontare le cose scansando i pensieri scomodi, è sempre in movimento, sta sempre facendo qualcosa per non lasciare spazio alla mente di andare lontano. Ma io non sono una psicologa e non voglio essere la sua. Non so più cosa fare. Io sono piena di energia, la mia mente va velocissima e ho sempre una nuova idea su come potremmo fare o come potrei aiutarlo, ma non so fino a che punto questo sia giusto. Grazie
Gentile Eleonora, quello che descrivi è un vissuto molto doloroso, e prima di tutto voglio dirti che ha senso che tu ti senta così. Non c’è nulla di “sbagliato” in te, né nel fatto che tu stia soffrendo proprio ora che “dovresti” essere felice. Le aspettative che accompagnano un grande passo come la convivenza spesso rendono il contrasto con la realtà ancora più faticoso da sostenere. Da ciò che racconti emerge una forte asimmetria nella relazione: tu sei presente, riflessiva, attiva nel tentativo di capire e di riparare; lui, invece, sembra ritirato, bloccato, come se ogni contatto con il mondo emotivo fosse per lui faticoso o persino minaccioso. Questo crea in te una solitudine profonda: non sei sola fisicamente, ma sei sola nel dialogo, nel pensiero, nella responsabilità di “tenere viva” la relazione. Ed è una solitudine che logora. È importante sottolineare un punto che tu stessa intuisci molto bene: non puoi essere tu la sua psicologa, né il motore del suo cambiamento. Anche se la tua energia, la tua velocità mentale e la tua capacità di introspezione sono risorse preziose, quando diventano unidirezionali rischiano di trasformarsi in un peso per te e, paradossalmente, in una ulteriore chiusura per lui. L’aiuto, per essere tale, deve essere scelto dall’altro, non “trainato”. Il suo “non so” ripetuto non è solo mancanza di parole: spesso è l’espressione di una strategia di sopravvivenza appresa molto presto. Evitare il dolore, non fermarsi, non sentire troppo. Questo spiega molte cose, ma non le giustifica automaticamente all’interno di una relazione adulta. Comprendere il suo passato può aiutarti a dare un senso a ciò che accade, ma non deve diventare il motivo per cui tu accetti una relazione che ti svuota. Una relazione sana non è priva di difficoltà, ma genera comunque una sensazione di vitalità, di crescita, di “insieme”. Se invece piangi spesso, ti senti spenta, frustrata e non vista, è un segnale da ascoltare con molta serietà. Le emozioni che provi non sono un ostacolo: sono informazioni.
Forse, più che chiederti ancora “come posso aiutarlo?”, potrebbe essere utile iniziare a porti un’altra domanda, più scomoda ma necessaria: di cosa ho bisogno io per stare bene in una relazione, e questa relazione oggi può offrirmelo?
E ancora: lui è disposto,non capace, ma disposto a fare un lavoro su di sé, magari anche con un aiuto esterno? Se la risposta è no, o rimane indefinita nel tempo, non significa che tu abbia fallito. Significa che hai incontrato un limite che non dipende da te.
Ti incoraggio, se puoi, a ritagliarti uno spazio tuo di ascolto (anche professionale) non per “aggiustare” la relazione, ma per proteggere e chiarire te stessa. L’energia che hai è preziosa: merita un contesto in cui possa essere condivisa, non consumata.
Un caro saluto
Psicologo anche a domicilio - Milano