Amicizie tossiche
Quando si parla di relazioni tossiche, si tende a pensare a relazioni amorose disfunzionali e/o abusanti. Tuttavia, anche le relazioni di amicizia possono presentare dinamiche fortemente disfunzionali, in cui una persona finisce per annullare l’altra. (Es.: la prima porta l'altro allo sfinimento emotivo e all’isolamento, mentre il secondo può sperimentare sentimenti di impotenza, ansia e stress cronico). Mi chiedo se le dinamiche di coinvolgimento emotivo, idealizzazione e dipendenza relazionale funzionino allo stesso modo nelle relazioni di amicizia e in quelle amorose, oppure se vi siano differenze significative sul piano psicologico e relazionale. In particolare: – quali segnali permettono di riconoscere una relazione di amicizia tossica? – quali meccanismi mantengono queste dinamiche nel tempo? – quali strategie di consapevolezza o di cambiamento possono aiutare a uscirne o a ridefinire i confini relazionali? Sono consapevole che in molti casi il supporto di uno psicologo sia utile o necessario; tuttavia, mi interesserebbe una riflessione che chiarisca i processi sottostanti e offra strumenti di comprensione, non esclusivamente un invito al percorso terapeutico.
Buongiorno Clelia, nelle amicizie possono attivarsi dinamiche tossiche molto simili a quelle delle relazioni amorose, anche se spesso sono più difficili da riconoscere perché socialmente idealizzate come “sicure” e prive di rischio. A livello psicologico, però, i meccanismi di base non cambiano: coinvolgimento emotivo intenso, idealizzazione, dipendenza e paura di perdere il legame.
Un’amicizia diventa disfunzionale quando, nel tempo, produce più stanchezza che nutrimento: ti senti svuotato, in colpa quando prendi spazio, responsabile del benessere dell’altro, oppure progressivamente isolato. Il segnale più chiaro non è ciò che l’altro fa, ma ciò che tu provi: senso di obbligo, tensione costante, riduzione della tua libertà emotiva.
Queste relazioni si mantengono perché rispondono a bisogni reciproci profondi: da un lato il bisogno di essere accuditi o messi al centro, dall’altro quello di sentirsi indispensabili. Finché questo incastro regge, il legame continua anche se fa soffrire.
Il primo cambiamento non è “andarsene”, ma diventare consapevoli: legittimare il proprio disagio, distinguere empatia da sacrificio, iniziare a introdurre confini, anche piccoli. Quando i confini cambiano, la relazione o si riequilibra o mostra di basarsi proprio sullo squilibrio. In entrambi i casi, è un passo verso una posizione più sana e rispettosa di sé.
Un caro saluto
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