Asocialità

Sono un 50enne single ormai da diversi anni, dopo una convivenza di 8 anni (tra i 29 e 37 anni) e due relazioni concluse (senza convivenza) di cui l'ultima a 43 anni. Nel corso degli anni mi sono visto sempre più ritirare a vita privata: vacanze da solo, vita casalinga con il mio cane, hobby molto individuali. Da pochi mesi ho anche cambiato casa andando a vivere in montagna, desiderio che da sempre coltivavo. Lavoro anche spesso da casa, passando così frequenti giornate solitarie. Mi considero una persona felice. Non sarebbe però corretto dire che la cosa non mi dia alcun fastidio, ma quando ci penso mi trovo sempre a considerare che ogni situazione comporta anche dei sacrifici e preferisco certamente patire momenti di solitudine che il contrario, doverne bramare pochi momenti come quando sono stato sposato. Inevitabilmente le occasioni di incontrare persone nuove diminuiscono, e anche questo sebbene a volte io lo senta come un limite, nel complesso non lo sento come un peso. Tuttavia con gli anni crescono le persone che mi dicono, più o meno scherzosamente, che la mia vita da "eremita" non sia sana e alla lunga presenterà il conto in termini di sofferenza. Di mio mi rispondo che nella mia quotidianità io sto bene, non mi annoio sebbene certamente possa apparire routinaria, sono felice, ho interessi il tempo e le energie per assecondarli. Tuttavia il dubbio che possano avere ragione le persone che mi criticano anche affettuosamente mi resta. Credo concorra anche la visione socialmente predominante che associa l'idea della solitudine alla tristezza. E mi porta a chiedermi dove stia il corretto limite. Mi chiedo se dovrei "impormi" (come mi è capitato di fare in passato) momenti di socialità, i più disparati riprendere a ballare, frequentare un corso...

Gentile Nicola, leggendo ciò che scrive emerge una riflessione molto lucida e articolata, non uno sfogo dettato dall’impulso. Questo è un primo elemento significativo: lei sta osservando la sua vita, interrogandola, non la sta semplicemente attraversando in modo automatico.
Da quanto racconta, la sua solitudine non appare come un ritiro difensivo né come una fuga dalle relazioni, ma come una scelta progressiva, maturata nel tempo, coerente con ciò che oggi la fa stare bene. Ha costruito un’esistenza che risponde a bisogni profondi: autonomia, ritmo personale, contatto con la natura, spazi di quiete, interessi coltivati senza pressione. Non c’è nulla di intrinsecamente problematico in questo. Anzi, molte persone vivono costantemente immerse nella socialità e sperimentano una solitudine emotiva ben più dolorosa di quella che lei descrive.
Allo stesso tempo, è altrettanto sano che lei riconosca un lieve fastidio, una domanda che rimane aperta. Non perché la sua vita “non funzioni”, ma perché è una persona che riflette e non smette di interrogarsi. Il dubbio, in questo caso, non è un segnale di errore, ma di consapevolezza: sta cercando il punto di equilibrio tra due bisogni che coesistono, quello di solitudine e quello di relazione.
Le osservazioni delle persone intorno a lei probabilmente colpiscono non tanto per ciò che dicono, quanto perché toccano una narrazione sociale molto radicata: l’idea che una vita valida debba essere necessariamente condivisa, visibile, relazionale. Tuttavia la salute psicologica non si misura in quantità di interazioni sociali, ma nella qualità del rapporto che una persona ha con se stessa e con le proprie scelte. Lei descrive una quotidianità che la nutre, non che la svuota.
La domanda centrale, a mio avviso, non è “sto facendo abbastanza vita sociale?”, ma piuttosto: la mia solitudine è flessibile o è rigida?
Finché la solitudine è una scelta, resta permeabile, può aprirsi se nasce un desiderio autentico, ed è una risorsa. Diventa problematica solo quando si trasforma in un assetto rigido, non più attraversabile, quando l’idea di cambiare genera solo chiusura o paura.
Rispetto all’idea di “imporsi” momenti di socialità, farei una distinzione importante. Forzarsi per aderire a un modello esterno raramente produce benessere. Diverso è concedersi occasioni sociali come esplorazione, non come obbligo, non come prevenzione di un presunto problema. Non per correggere qualcosa che non va, ma per ascoltare se dentro di lei c’è ancora curiosità, piacere, vitalità nel condividere.
Potrebbe chiedersi, con calma:
– se il giudizio degli altri non esistesse, sentirei comunque il desiderio di aprire qualche spazio relazionale?
– quando penso a un corso, al ballo, a un’attività condivisa, sento solo peso oppure anche una lieve sensazione di apertura?
Non è necessario stabilire ora dove stia il “limite corretto”. Il limite non è una linea fissa, è un confine che cambia nel tempo. Ciò che conta è che lei continui ad ascoltarsi con l’onestà e la profondità che emergono chiaramente da ciò che ha scritto. Finché resta in dialogo con se stesso, difficilmente sta andando contro il proprio benessere.
Un caro saluto

domande e risposte

Dott.Fabiano Foschini

Psicologo anche a domicilio - Milano

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