Dott.ssa Gemma Facchinetti

Dott.ssa Gemma Facchinetti

Psicologa, Psicoterapeuta

Asocialità

Sono un 50enne single ormai da diversi anni, dopo una convivenza di 8 anni (tra i 29 e 37 anni) e due relazioni concluse (senza convivenza) di cui l'ultima a 43 anni. Nel corso degli anni mi sono visto sempre più ritirare a vita privata: vacanze da solo, vita casalinga con il mio cane, hobby molto individuali. Da pochi mesi ho anche cambiato casa andando a vivere in montagna, desiderio che da sempre coltivavo. Lavoro anche spesso da casa, passando così frequenti giornate solitarie. Mi considero una persona felice. Non sarebbe però corretto dire che la cosa non mi dia alcun fastidio, ma quando ci penso mi trovo sempre a considerare che ogni situazione comporta anche dei sacrifici e preferisco certamente patire momenti di solitudine che il contrario, doverne bramare pochi momenti come quando sono stato sposato. Inevitabilmente le occasioni di incontrare persone nuove diminuiscono, e anche questo sebbene a volte io lo senta come un limite, nel complesso non lo sento come un peso. Tuttavia con gli anni crescono le persone che mi dicono, più o meno scherzosamente, che la mia vita da "eremita" non sia sana e alla lunga presenterà il conto in termini di sofferenza. Di mio mi rispondo che nella mia quotidianità io sto bene, non mi annoio sebbene certamente possa apparire routinaria, sono felice, ho interessi il tempo e le energie per assecondarli. Tuttavia il dubbio che possano avere ragione le persone che mi criticano anche affettuosamente mi resta. Credo concorra anche la visione socialmente predominante che associa l'idea della solitudine alla tristezza. E mi porta a chiedermi dove stia il corretto limite. Mi chiedo se dovrei "impormi" (come mi è capitato di fare in passato) momenti di socialità, i più disparati riprendere a ballare, frequentare un corso...

Buongiorno Nicola la sua interessante domanda mi da l'occasione per esprimere una convinzione fondata non solo sull'esperienza clinica ma anche su quella personale: la capacità di vivere serenamente e in modo appagato da soli è la condizione per aprirsi poi a relazioni di vero scambio con i nostri simili e non a rapporti di predazione affettiva o sessuale. Quindi la sua "insolita" ( per lo schema dominante) modalità esistenziale indica un buon equilibrio  personale e in genere anche un livello evolutivo interiore non mediocre.

Certo è che siamo "animali sociali" e la condizione di eremitaggio potrebbe essere considerata come fece un maestro di via spirituale dicendo : " tra gli eremiti c'è di certo qualche santo, ma anche molti matti..."

Questo solo per dire che non si tratta di forzare nulla ma, forse, di un confronto sincero e profondo con se stesso per sentire se in questo desiderio di isolamento non si nasconda anche qualche aspetto residuo delle esperienze affettive precedenti ad esempio, che possono aver lasciato tracce di sofferenza con un conseguente mascherato bisogno di evitarle nel contatto profondo con altri esseri umani.

Non per rispondere a schemi sociali dominanti che vedono nella vita solitaria un'anomalia e sempre nella consapevolezza che comunque la condizione raggiunta è indice di un buon equilibrio, da cui forse partire, se tale confronto allo specchio ne rivelasse il bisogno,  per approfondire bisogni profondi di avvicinamento e fusione, che comunque rientrano,in ogni tempo e in ogni latitudine, tra le istanze essenziali dell'essere umano.

A disposizione se volesse un aiuto in tal senso, la saluto cordialmente 

Dottssa Gemma Facchinetti