Psicologa Gloria Simoni

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Psicologa Gloria Simoni

Psicologa, Sessuologa, Specializzanda in Psicologia Perinatale e in Psicoterapia Sistemico Relazionale

Continua ansia della morte dei miei cari

Sono una ragazza di 22 anni, quest'anno è stato un anno difficile per me, a marzo ho fatto un incidente stradale in cui non sono stata ferita (io ero al volante) e la colpa è stata parzialmente anche mia. Purtroppo una persona dell'altra auto coinvolta si è fatta male, la cosa mi ha logorato per mesi e non ho più guidato fino a un mesetto fa. Nonostante il peggio penso sia passato ormai, dopo essermi sentita in colpa per mesi, oggi ho la constante ansia ogni volta che ad esempio mia mamma prende la macchina. L'ansia che le succeda qualcosa di grave all'improvviso tipo anche a causa di malattie in realtà la ho costantemente. Sono tranquilla quando magari sono in sua compagnia o con altre persone, ma appena sono sola, ad esempio la sera non riesco mai a rilassarmi completamente perché ho questa ansia della morte. Ogni volta che leggo una notizia o social di qualche incidente stradale o persona che muore per qualsiasi motivo ovviamente mi fa rimuginare ancora di più, perché penso sempre al fatto che quella cosa che è capitata a quelle persone potrebbe capitare a me ai qualsiasi persona a me cara in qualunque momento. Come faccio a non vivere con l'ansia costante per qualcosa che è inevitabile e imprevedibile come la morte? Tra l'altro subito dopo l'incidente ho fatto un percorso per qualche mese di EMDR che però devo dire purtroppo non sento mi abbia aiutata molto...

La ringrazio per aver raccontato con tanta chiarezza ciò che sta vivendo. Quello che descrive è molto comprensibile alla luce dell’incidente: anche se fisicamente non si è fatta male, l’impatto psicologico è stato forte e ha incrinato una sensazione di sicurezza di base. Dopo eventi così, è frequente che la mente entri in una modalità di iperallerta: il pericolo viene percepito ovunque, soprattutto quando si è soli, e il pensiero della morte diventa più insistente.

Il senso di colpa e la paura che possa accadere qualcosa alle persone amate non indicano che “c’è qualcosa che non va in Lei”, ma che il suo sistema emotivo sta ancora cercando di proteggersi da un’esperienza vissuta come traumatica. Il fatto che l’ansia aumenti quando è sola e diminuisca in compagnia è molto tipico di questo stato.

Rispetto all’EMDR: non sempre è risolutivo, soprattutto se il lavoro si concentra solo sull’evento e non anche su ciò che ha attivato dopo (paura della morte, perdita di controllo, intolleranza dell’incertezza). Questo non significa che la terapia “non funzioni”, ma che forse ora servirebbe un percorso che lavori più sul presente: sull’ansia anticipatoria, sul rimuginio e sul rapporto con l’imprevedibilità della vita.

Alla sua domanda centrale — come non vivere nell’ansia per qualcosa di inevitabile — la risposta, purtroppo, non è “eliminare” quel pensiero, ma cambiare il modo in cui ci sta dentro. Più si prova a controllare mentalmente la morte, più l’ansia cresce. Il lavoro psicologico consiste nell’imparare a tollerare l’incertezza, riportando l’attenzione dal “e se succede?” al “in questo momento sono al sicuro”.

Le suggerirei, con delicatezza, di valutare un nuovo percorso psicologico focalizzato sull’ansia post-traumatica e sull’ansia di morte, magari integrando approcci diversi dall’EMDR. Non è un fallimento: è un passaggio evolutivo del suo processo di cura.

Sta già dimostrando una grande capacità di consapevolezza. Con il giusto accompagnamento, questa paura può ridursi e lasciare spazio a una vita più abitata e meno sorvegliata. Rimango a disposizione, un caro saluto.