Non sopporto più mia mamma
Gentili dottori, Sono una ragazza di 24 anni laureanda in lingue, mancano due esami alla laurea. Sono una studentessa fuoricorso, anche se mi appassiona molto quello che faccio. Amo leggere, guardare serie tv e ascoltare musica. La mia passione è lo spagnolo e il mio obiettivo è insegnare, anche se sono un po confusa e incerta sul mio futuro. Due anni fa ho perso mio padre e mia nonna a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, dopo malattie che li hanno consumati nell’anima e nel corpo. Mi sono aggrappata a ogni speranza per non confrontarmi con la loro morte imminente. Ho lottato contro ansia e attacchi di panico. Non volevo che mia nonna e mio padre morissero. Soffro di ansia, depressione e penso che il trauma della loro morte abbia attivato molte cose dentro di me che mi fanno sentire come se stare al mondo sia controproducente. Alterno periodi in cui sto bene a altri in cui sono l’opposto. Mi sento demotivata, apatica ed estremamente sola. Mia mamma, da quando sono nati i miei nipoti di 3 e 2 anni, sta sempre da mia sorella che ha una patologia grave. La sclerosi multipla, ma non è questo il punto. Mia mamma non è il tipo di persona che ama stare in casa, quindi la trascura e quando può la abbandona. Io ho ereditato questo da lei, solo che sono sempre a casa, anche quando mio padre era agli inizi della malattia. Eravamo sempre soli io e mio padre. Si può dire che lui badava a me perché era con la sua presenza che mi svegliavo, pranzavo, passavo i pomeriggi. Anche quando l’ho visto spegnersi piano piano davanti ai miei occhi. Avrei voluto fare di più per mio padre. Almeno avere la possibilità di alleviare la sua sofferenza e farlo andare via con un minimo di dignità in più di quella che quella malattia gli ha tolto. Nonna invece avrei voluto avere la possibilità di fermare il tempo. Se ne sono andati i migliori pilastri della mia famiglia. Non sono più la stessa dalla loro morte. Mia mamma nei primi mesi è stata a casa poi da quando è nata mia nipote pochi mesi dopo la morte di mio padre, mia sorella le ha chiesto un aiuto con i bambini. Mia mamma alla fine sta tutta la giornata da mia sorella, da due anni a questa parte torna solo per cena. Io sono sola tutto il giorno. Non riesco a fare niente. È come se fossi bloccata. Il mio ragazzo è preoccupato e non si dà pace perché si sente responsabile della mia infelicità. A volte sfogo su di lui la mia rabbia indebitamente. Ho provato più volte a lasciarlo perché mi sento impazzita, incapace e sento che se continuo a stare con lui è un male. Ho paura che lui stia male per colpa mia, non voglio essere io la causa del suo male. Sono successe delle cose tra di noi ma ci rimugino sempre, penso solo ai pensieri negativi durante la giornata, mi stanno logorando. Mia mamma e le mie sorelle quando tornando mi trattano con rigidità perché dicono che “non faccio nulla, sarebbe a dire le pulizie”. Non è affatto vero. Quando ho voglia o tempo, oltre a sistemare la cameretta, mi occupo della cucina o del bagno. Faccio il doposcuola a mia nipote e mia sorella mi dà un piccolo contributo per istruire e badare alla bambina che ha 11 anni, è il mio sole ma è anche difficile da gestire. Comunque sono contenta. Le altre mie sorelle, che vivono in casa con me, si lamentano di lei a volte che magari ha lasciato i libri o viene a casa. Mia mamma con me è poco indulgente, presente. Si intromette in cose mie che non ho chiesto. A volte litighiamo e mi accusa di essere una buona a nulla, che non sono adatta a una vita familiare, mi confronta con le mie cugine che non studiano, non lavorano e dice che sono meglio di me, che io non concludo niente. Ho provato tante volte a cercare un lavoro, ne avevo trovato uno ma il datore non era disposto a pagarmi. Mi sento molto sola, abbandonata e inutile. Non sto più vivendo la mia vita e le persone se ne accorgono. Una mia insegnante di inglese mi ha detto di vedermi psicologicamente provata. Ho capito che la situazione è molto più seria di quanto io abbia compreso. È come se avessi un dolore fortissimo che cerco in tutti i modi di anestetizzare, ma che esce da tutti i pori in modi diversi, dalla rabbia al digiuno intermittente. Oggi mia mamma mi ha alzato le mani perché le ho risposto male e l’ho accusata di essere la causa del mio malessere e quella di mio padre, lei però ha rincarato la dose dicendo che sono psicopatica e che ho personal testa. Me lo dice tutti i giorni, mi fa sentire come se avessi perso tutti i lumi della ragione. Nonostante questo mi sento lucida e anche il mio fidanzato è molto intenzionato a restare con me perché dice che sono speciale e che non mi rendo conto di quanto io abbia migliorato la sua vita, di quanto sia importante per lui e che non sarebbe così se fossi pazza. Vorrei solo sapere come posso comportarmi con mia mamma e perché fa così? Sono io il problema? Non ho problemi a mettermi in discussione. Voglio che questa situazione cambi e ritorni la pace nella mia vita. Grazie per l’ascolto, Cordiali saluti
Buonasera, la ringrazio per aver condiviso una storia così intensa e dolorosa. Da quello che scrive emerge una grande lucidità, non confusione: Lei sta soffrendo, ma è presente a sé stessa, capace di riflettere e di chiedere aiuto. Questo è un dato importante.
Ha attraversato due lutti ravvicinati e traumatici, vissuti in solitudine, con un forte senso di impotenza e di colpa. Quando una perdita è così prolungata e “assistita”, come nel caso di suo padre, è molto frequente che il dolore resti bloccato dentro e si trasformi in ansia, depressione, apatia, rabbia. Non è fragilità di carattere: è una risposta umana a qualcosa che ha superato le sue risorse in quel momento.
Il rapporto con sua madre, da come lo descrive, appare poco contenitivo e spesso svalutante. Le parole che le vengono rivolte (“buona a nulla”, “psicopatica”) e il gesto di alzare le mani non sono modalità educative né giustificabili, indipendentemente dal contesto. Questo tipo di atteggiamento può riattivare e aggravare profondamente il suo senso di inutilità e di colpa. È comprensibile che Lei finisca per chiedersi se il problema sia Lei, ma ciò che racconta parla più di una mancanza di riconoscimento e di protezione, non di un suo difetto.
Lei oggi è bloccata non perché non voglia vivere, ma perché sta portando troppo da sola: il lutto, la solitudine quotidiana, un clima familiare duro, la pressione sul “fare”, la paura di far soffrire chi ama. Anche il timore di danneggiare il suo compagno nasce da un eccesso di responsabilità verso gli altri, non da egoismo.
Rispetto a sua madre, l’obiettivo immediato non è farle capire tutto, ma proteggere Lei: ridurre lo scontro, non entrare nel merito delle accuse, riconoscere che in questo momento quel confronto la ferisce più di quanto l’aiuti. Alcune dinamiche non si risolvono con il dialogo diretto quando manca l’ascolto.
Infine, con molta chiarezza e delicatezza: questa sofferenza merita un aiuto professionale stabile, uno spazio suo, sicuro, in cui elaborare i lutti e ricostruire un senso di sé che non dipenda dal giudizio familiare. Non perché Lei “non funziona”, ma perché ha vissuto troppo dolore senza sostegno. Rimango a disposizione, un caro saluto!