Dott.ssa Grazia Ferrara

Dott.ssa Grazia Ferrara

Psicologa, Psicoterapeuta

Ho avuto una relazione con un altro uomo

Buonasera, spero possiate aiutarmi. All'inizio della frequentazione con il mio attuale compagno ci siamo dati la seguente regola: nessun impegno, ma non usciamo con altre persone. lui ha tenuto fede alla regola. io no: ho avuto una relazione con un altro uomo di cui ero molto presa, ma lui, sposato, non poteva darmi la relazione che desideravo, perciò ho portato avanti questa relazione parallela con il mio attuale ragazzo. all'epoca non c'era problema, non mi chiedevo neppure se fosse sbagliato o meno. quando mi sono accorta che con questo ragazzo poteva essere davvero una bella storia d'amore (come attualmente è) ho chiuso il rapporto con quell'uomo sposato. ora però la mia serenità non c'è più. sono innamoratissima del mio ragazzo e una vita con lui sarebbe ciò che di meglio potrei volere, ma mi sento in colpa. lui si è negato esperienze per obbedire alla regola, io no. e spesso mi viene da pensare che lui abbia il diritto di sapere con che persona ha a che fare, il che porterebbe alla rottura del rapporto. da un lato vorrei dirglielo, essere onesta a costo di perderlo perchè lui merita una donna sincera, dall'altro lato, quello egoista, non voglio perderlo. non so cosa fare e sto male. vi chiedo aiuto

Gent.le utente,

Le allego un articolo che penso possa esserLe utile in questo momento della sua vita. 

archivio.feltrinellieditore.it/FattiLibriInterna?id_fatto=3061

Buona lettura!

Umberto Galimberti: Il tradimento perfetto

"Se il tradimento non è solo un esercizio di sessualità a bassa definizione, io penso che abbia una sua dignità e soprattutto che non debba essere giudicato da figli adulti che, nel condannarlo, pensano di più alla loro quiete perduta che al percorso anche drammatico in cui chiunque di noi, a un certo punto della sua vita, può venirsi a trovare. Tradire un amore, tradire un amico, tradire un'idea, tradire un partito, tradire persino la patria significa infatti svincolarsi da un'appartenenza e creare uno spazio di identità non protetta da alcun rapporto fiduciario, e quindi in un certo senso più autentica e vera. Nasciamo infatti nella fiducia che qualcuno ci nutra e ci ami, ma possiamo crescere e diventare noi stessi solo se usciamo da questa fiducia, se non ne restiamo prigionieri, se a coloro che per primi ci hanno amato e a tutti quelli che dopo di loro sono venuti, un giorno sappiamo dire: "Non sono come tu mi vuoi". C'è infatti in ogni amore, da quello dei genitori, dei mariti, delle mogli, degli amici, degli amanti a quello delle idee e delle cause che abbiamo sposato, una forma di possesso che arresta la nostra crescita e costringe la nostra identità a costituirsi solo all'interno di quel recinto che è la fedeltà che non dobbiamo tradire. Ma in ogni fedeltà che non conosce il tradimento e neppure ne ipotizza la possibilità c'è troppa infanzia, troppa ingenuità, troppa paura di vivere con le sole nostre forze, troppa incapacità di amare se appena si annuncia un profilo d'ombra. Eppure senza questo profilo d'ombra, quella che puerilmente chiamano "fedeltà" è l'incapacità di abbandonare lidi protetti, di uscire a briglia sciolta e a proprio rischio verso le regioni sconosciute della vita che si offrono solo a quanti sanno dire per davvero "addio". E in ogni addio c'è lo stigma del tradimento e insieme dell'emancipazione. C'è il lato oscuro della fedeltà che però è anche ciò che le conferisce il suo significato e che la rende possibile. Fedeltà e tradimento devono infatti l'una all'altro la densità del loro essere che emancipa non solo il traditore ma anche il tradito, risvegliando l'un l'altro dal loro sonno e dalla loro pigrizia emancipativa impropriamente scambiata per "amore". Gioco di prestigio di parole per confondere le carte e barare al gioco della vita. Il traditore di solito queste cose le sa, meno il tradito che, quando non si rifugia nella vendetta, nel cinismo, nella negazione o nella scelta paranoide, finisce per consegnarsi a quel tradimento di sé che è la svalutazione di se stesso per non essere più amato dall'altro, senza così accorgersi che allora, nel tempo della fedeltà, la sua identità era solo un dono dell'altro. Tradendolo l'altro lo consegna a se stesso, e niente impedisce di dire a tutti coloro che si sentono traditi che forse un giorno hanno scelto chi li avrebbe traditi per poter incontrare se stessi, come un giorno Gesù scelse Giuda per incontrare il suo destino. Sembra infatti che la legge della vita sia scritta più nel segno del tradimento che in quello della fedeltà, forse perché la vita preferisce di più chi ha incontrato se stesso e sa chi davvero è, rispetto a chi ha evitato di farlo per stare rannicchiato in un'area protetta dove il camuffamento dei nomi fa chiamare fedeltà e amore quello che in realtà è insicurezza o addirittura rifiuto di sapere chi davvero si è, per il terrore di incontrare se stessi, un giorno almeno, prima di morire, con il rischio di non essere mai davvero nati."

Cordialmente.