Madre che vuole impedire a mio figlio di essere felice

Mio figlio vive da quasi dieci anni a circa 200 km da me, insieme alla madre. Tra tre mesi compirà 14 anni. In tutto questo periodo ho sempre mantenuto una presenza costante nella sua vita: a weekend alterni (dal venerdì alla domenica) vado a prenderlo e lo porto a casa mia, per poi riaccompagnarlo. Inoltre, non è mai mancata una telefonata o un messaggio quotidiano. Ho sempre fatto il possibile per essere presente, nonostante la distanza. Fin da piccolo mio figlio ha manifestato sofferenza per il distacco da me. Da circa un anno è seguito in terapia, in seguito alla diagnosi di sindrome di Asperger. La terapia si svolge nella mia città e sono io ad accompagnarlo regolarmente. Nel corso del percorso terapeutico, le professioniste che lo seguono mi hanno riferito che mio figlio ha espresso in modo chiaro e costante il desiderio di trasferirsi a vivere con me e di iniziare le scuole superiori nella mia città a partire da settembre. Questa volontà non è recente, ma viene manifestata da mesi. Le terapiste hanno inoltre evidenziato che non si tratta di un capriccio adolescenziale, bensì di un bisogno autentico e strutturato. Mio figlio, tuttavia, ha sempre avuto timore di comunicarlo alla madre per paura delle sue reazioni. La madre è una persona con diagnosi di ADHD e disturbo bipolare, ha un atteggiamento fortemente autoritario e questo genera nel ragazzo un notevole stato di ansia. Proprio per tutelare il suo equilibrio emotivo, le terapiste hanno deciso di convocare la madre e introdurla gradualmente alla volontà del figlio, evitando che eventuali reazioni impulsive potessero interferire negativamente con il percorso terapeutico. Nel giorno stabilito, le terapiste hanno esposto alla madre quanto emerso in terapia. La madre si è mostrata dispiaciuta ma apparentemente consapevole della scelta e dei bisogni del figlio, venendo anche invitata dalle professioniste ad affrontare l’argomento con calma e senza impulsività. La sera stessa ho ricevuto una telefonata da mio figlio in forte stato di agitazione e terrore, che mi chiedeva di andare a prenderlo immediatamente. Mi sono recato a casa della madre; una volta entrato, lei ha iniziato ad accusarmi con toni inquisitori di essermi coalizzato con mio figlio e di aver tramato per mesi, a sua insaputa, il progetto di andare a vivere insieme. Al termine della discussione mi è stato detto di portarlo via. Mio figlio è venuto con me. L’ho tenuto con me per una settimana, durante la quale ho cercato di tranquillizzarlo e rassicurarlo, offrendogli un ambiente sereno e accogliente. Successivamente l’ho riportato dalla madre, poiché deve terminare la terza media nella sua città. Attualmente la madre, tramite i suoi avvocati, sta cercando di ribaltare la situazione. Vuole impedire che mio figlio continui la terapia presso il centro attuale, sostenendo che il centro fosse d’accordo con me e che il ragazzo fosse seguito con un obiettivo diverso rispetto a quello per cui era stato inizialmente avviato il percorso. A loro dire, le volontà emerse non sarebbero pertinenti con la terapia. La madre intende quindi negare il consenso alla prosecuzione del percorso presso tale struttura. Sostiene inoltre che mio figlio debba restare esclusivamente con lei e che io sia inadeguato al suo sostentamento. Ha anche sequestrato il telefono personale di mio figlio, con il quale avevamo piena libertà di comunicazione, consentendogli ora di contattarmi solo tramite il suo telefono. Aggiungo infine che la madre, pur essendo a conoscenza del percorso terapeutico del figlio, non ha mai contattato il centro per richiedere informazioni o aggiornamenti sul suo andamento.

Quella che descrive è una situazione complessa e molto delicata, in cui si intrecciano più livelli: il benessere psicologico di un ragazzo in piena adolescenza, una condizione di neurodivergenza, dinamiche genitoriali conflittuali e decisioni che hanno anche inevitabili risvolti legali.

Da un punto di vista psicologico, è importante chiarire alcuni aspetti generali.

Il desiderio espresso da un ragazzo di quasi 14 anni di cambiare contesto di vita non può essere liquidato automaticamente come un “capriccio adolescenziale”, soprattutto quando emerge in modo costante nel tempo, viene verbalizzato in un contesto terapeutico protetto e viene letto dalle professioniste come espressione di un bisogno emotivo autentico. In adolescenza, e ancor più in presenza di un funzionamento nello spettro autistico, la stabilità emotiva, la qualità delle relazioni significative e la percezione di sicurezza hanno un peso centrale sul benessere psicologico.

La funzione della terapia, soprattutto con minori, non è quella di orientare o decidere scelte di vita, ma di offrire uno spazio in cui il ragazzo possa dare parola ai propri vissuti, ai bisogni, alle paure e ai desideri, aiutandolo a comprenderli e a comunicarli nel modo meno dannoso possibile per sé. Il fatto che in terapia emergano contenuti legati alle scelte di vita non significa che la terapia abbia “un obiettivo improprio”: significa che quello è il luogo in cui il minore riesce finalmente a esprimersi.

Un altro punto centrale riguarda la comunicazione tra adulti. Quando esiste una forte conflittualità genitoriale, il rischio maggiore è che il ragazzo venga, anche involontariamente, posto in una posizione di lealtà divisa o di esposizione a tensioni emotive che non è in grado di reggere. In questo senso, le reazioni impulsive, i cambiamenti bruschi nelle modalità di contatto (come la limitazione delle comunicazioni con uno dei genitori) e l’interruzione improvvisa di un percorso terapeutico possono rappresentare fattori di ulteriore destabilizzazione.

In situazioni come questa, ciò che dovrebbe restare al centro non è “chi ha ragione”, ma quale assetto tuteli maggiormente il benessere psicologico del minore, nel presente e nel medio periodo. Questo spesso richiede tempi, gradualità, mediazione e, quando necessario, un dialogo strutturato tra professionisti, genitori e – nei limiti appropriati – il ragazzo stesso.

Come professionista, il mio invito generale è a non interrompere decisioni terapeutiche in modo reattivo, a favorire il confronto tra le figure adulte coinvolte e a ricordare che ascoltare la voce di un adolescente non significa delegargli decisioni più grandi di lui, ma riconoscerlo come soggetto portatore di bisogni e vissuti che meritano ascolto e rispetto.

Ogni valutazione specifica, naturalmente, richiede una conoscenza diretta e approfondita della situazione e non può essere sostituita da un parere online. Tuttavia, mantenere al centro la tutela emotiva del ragazzo resta il criterio guida fondamentale.